copertina di Emanuele Venturoli
articolo di Marco A. Munno

 

Primo maggio del 2017.

Da una settimana è terminata la serie del primo turno dei playoffs NBA fra Indiana e Cleveland, con la truppa di LeBron ad aver conquistato quarta gara e pass per il turno successivo e i Pacers a leccarsi le ferite per un altro passaggio inglorioso in postseason.

In conferenza stampa, arriva l’annuncio del presidente Larry Bird a mettere la pietra tombale sul progetto in piedi ad Indiana: Larry Legend presenta le sue dimissioni, ormai provato dall’età e da una situazione nel team a non aver portato nessun frutto. Vana difatti era la sua speranza di cambiare della franchigia virando verso una pallacanestro small ball, facendo perno su un ruolo per Paul George da moderno numero 4, mai accettato da PG13 e rigettato anche da coach McMillan, che in breve aveva riportato la stella a giostrare di fianco a due lunghi di ruolo.

D’altro canto, il quadretto presente non è certo pronto a soddisfare bramosie di vittoria a breve termine: uno dei migliori 2 way players della Lega, fra i primi 15 giocatori del mondo e simbolo della franchigia, ha solo una stagione davanti prima della scadenza del contratto e, vista l’ambizione di giocare per i massimi traguardi, ha già annunciato l’intenzione di uscire dal proprio contratto; il supporting cast per poterlo trattenere in extremis conta sulla crescita di Myles Turner, altro prototipo di lungo 2.0 dalle mani fatate fuori dal pitturato, ma su quasi nient’altro che possa convincerlo a restare (i voli impressionanti sopra il ferro di Glenn Robinson III, Slam Dunk Champion uscente, fanno stropicciare gli occhi ma scaldare poco i cuori).



La missione per il front office, guidato da Kevin Pritchard, di cavare un ragno dal buco da questa situazione è complicata e inizia nel peggiore dei modi, passando per il sacrificio proprio di Paul George: dopo la prima scelta non ceduta dai Celtics prima della trade deadline per lui e le voci ad accostarlo agli stessi Cavaliers e ai loro rivali Warriors, l’accordo viene trovato coi Thunder, in cambio di un pacchetto che include due giovani a non aver convinto in canotta blu come Victor Oladipo e Domantas Sabonis.

Un minuto di raccoglimento per i pantaloni di Oladipo il giorno della presentazione

Il primo non è riuscito a compiere lo step successivo nella sua carriera: dopo essere stato uomo franchigia in un team mediocre come i Magic senza mai portarli ai playoffs, come secondo violino di fianco a Russell Westbrook è approdato alla postseason, ma con pessime percentuali di tiro e un’eliminazione comunque arrivata al primo turno per il team. Dove l’undicesima scelta al draft 2016, invece, ha trovato sempre meno spazio: il prodotto di Gonzaga, arrivato per assicurare presenza e futuribilità nello spot di power forward in cui Ibaka era stato sacrificato proprio per Oladipo, non ha mostrato consistenza e prospettiva per guadagnare una considerazione differente da quella dell’essere solo “il figlio di Arvydas”.

Photo by Sarah Phipps, The Oklahoman

E mentre Sam Presti, gm di OKC, riceve lodi per la sua genialità manageriale nell’acquisire una stella in cambio di due mezze delusioni, Pritchard continua ad apportare modifiche forzate al roster: Jeff Teague non rinnova il suo contratto, lasciando a sua volta per approdare a Minnesota, mentre a Monta Ellis la rinuncia è decisa dal team; del nucleo ad aver costituito la rotazione che comunque aveva dato qualche grattacapo ai Cavaliers restano, oltre ai già citati Turner e Robinson, un Thaddeus Young interlocutorio nella sua prima stagione ad Indianapolis e l’eterno incompiuto Lance Stephenson.

Le aggiunte allora provengono dalla free agency: vengono contrattualizzati Darren Collison, per il quale una situazione così era sempre migliore di quella di provenienza dei Kings; Bojan Bogdanovic, ancora in cerca di un ruolo definito oltreoceano dopo le esperienze abuliche e anonime di Nets e Wizards (nonostante il suo più che positivo rendimento) mentre via trade arriva Cory Joseph, giocatore solido, per il CJ Miles reo di aver tolto a George il tiro finale della vittoria per il clamoroso upset in gara 1 dell’ultima serie coi Cavs.

Da notare il body language di PG13 durante l’azione di Miles

Più che lo zoccolo duro di una squadra, quello dei Pacers ha tutto l’aspetto di una sorta di training camp permanente, in cui valutare, lungo il trascorrere di una regular season senza pretese, chi possa essere fondante per un gruppo di successo contruito intorno alla pronosticata esplosione di Myles Turner, atteso ad un salto importante nel proprio rendimento di pari passo all’aumento delle responsabilità offensive.

Definizione banale ma quantomeno efficace della pallacanestro è che, però, in campo si va in cinque. E, con le rotazioni più ampie, possiamo anche considerato allargato questo numero.

Nel caso di Indiana, tutti questi papabili ad avere la propria occasione in squadra si ritrovano ad un punto di carriera in cui condividono lo status di giocatori con qualcosa da dimostrare. Alzati i primi palloni a due della stagione 2017/2018, le incognite che contraddistinguevano ognuno dei membri dei dualismi per tutte le posizioni in quintetto sembrano aver composto un incastro che produce ben oltre la somma dei valori individuali.

Sharing is caring: questo sembra essere il motto dell’attuale versione dei Pacers. Attualmente sono addirittura 6 I giocatori a segnare almeno 12 punti di media a gara. Paradossalmente, il maggior balzo in avanti è quello relativo al pace: il ritmo alto che Bird durante la sua tenuta tanto inutilmente ricercava è la chiave di volta con cui la squadra ottiene i suoi successi, risultando la franchigia col maggiore incremento in questa voce statistica rispetto alla scorsa stagione, balzando da diciottesima con 95.9 a decima con 98.3 della Lega. La qualità dei tiri presi è molto buona, producendo ad esempio 1.059 punti a possesso coi jump shots in stagione, secondi solo ai Golden State Warriors nell’intera NBA, mentre nelle ultime cinque giocate solo i Rockets hanno prodotto più punti dai palloni persi dagli avversari (21 contro i 21.8 della banda D’Antoni).

I ragazzi sembrano aver fatto fronte comune, emergendo quindi come individualità in questo clima.

Ottima dimostrazione è quella fornita da Sabonis: il ragazzo partiva come backup nei ruoli dalle gerarchie più solide sulla carta, quelli di 4 e 5 dove Young e Turner sembravano abbastanza certi di ampio minutaggio, oltre ad un maestro del post basso quale Al Jefferson presente a roster a far concorrenza fra i big man. Si ferma però per una commozione cerebrale Turner, con conseguente rimescolamento di carte; a giovarne è proprio Domantas, che spostato come centro di fianco al caposaldo Young in ala forte, assicura punti e rimbalzi dove attualmente presenta in media 12.0 e 8.4 a gara, un gran miglioramento rispetto ai 5.9 e 3.6 da rookie. Con Thaddeus a difendere sul lungo con la maggior tendenza a giocare sul perimetro, è il lituano ad assicurare protezione dell’area; sebbene la propensione alle stoppate sia di molto minore rispetto a quella di Turner (0.3 e -2.1 rispetto all’americano, con 2.4 a gara il migliore della Lega), la squadra presenta un Defensive Rating migliore con l’europeo in campo rispetto a Myles (102.3 rispetto a 105.9). Senza considerare il miglioramento apportato al rendimento offensivo dei titolari, che sommato al dato precedente porta ad un complessivo Net rating superiore di 2.7 con Domantas di fianco al quartetto fisso con Collison, Oladipo, Bogdanovic e Young.



Tanto che, con una coesistenza con Myles stesso che sinora non sembra essere granchè efficiente (solo 2.1 il Net Rating con la coppia in campo, uno dei valori più bassi considerate le coppie composte dai principali giocatori di rotazione), qualche voce si chiede se non sia il caso di proporlo come centro titolare.

Quando il buongiorno si vede dal mattino e all’esordio Sabonis fa 7/7 al tiro dal campo

 

A proposito di europei, finalmente sembra aver trovato la sua dimensione Bojan Bogdanovic. Il croato, che in area FIBA da anni perora la sua causa come miglior guardia del Vecchio Continente (Batum e l’altro Bogdanovic permettendo), non aveva ancora trovato una propria identità oltreoceano, incastrato in una franchigia allo sbando come i Nets appena dopo il fallimento delle ambizioni da superteam del patron Prochorov e con un passaggio ai Wizards da discreto backup dalla panchina ma di durata troppo breve. Ad Indiana, vinto il ballottaggio per entrare nello starting five con Glenn Robinson III, si è dimostrato perfetto quale secondo violino: sta segnando ad ora il suo massimo di punti realizzati a gara (14.6, rispetto ad una media in carriera NBA di 11.7), con un grande incremento nella percentuale di tiro da 3 punti (passata al 42.4% rispetto ad una media in carriera NBA del 37.6% ), merito anche delle attenzioni riservate ai compagni in grado di far risaltare la sua precisione al tiro che potrebbe addirittura valergli, stando alle percentuali attuali, in questa stagione un ingresso nell’elitario club del 50-40-90.

La prima delle due gare con 6 triple realizzate quest’anno, quella coi Bulls

 

L’esempio più fulgido della bontà del lavoro del team, tuttavia, resta Victor Oladipo. Quello che vediamo in azione è difatti una guardia ad aver compiuto un passo avanti verso uno status da All Star, auspicato al momento della sua scelta al draft 2013 con la scelta assoluta numero 2, ma che aveva assunto i contorni di previsione azzardata per il suo sviluppo. Tornato nell’Indiana, dove aveva giocato da universitario negli Hoosiers, con maggiori responsabilità in fase di ball handling rispetto all’esperienza ad Oklahoma City Vic vive la sua miglior stagione dal punto di vista realizzativo: dati.

Photo by David Sherman/NBAE via Getty Images

Chiaramente diventa la prima opzione nel momento in cui c’è bisogno di un canestro clutch; quello che sorprende è la sua efficienza nel ruolo, in cui nel dato dei soli canestri realizzati per ottenere il vantaggio nell’ultimo minuto è già a 2 quando Paul George in uniforme Pacers ne ha messi a segno 4.

Allargando leggermente il campo ai canestri decisivi nel finale, la striscia di Oladipo è impressionante.

Gara del 29-10, contro i San Antonio Spurs

 

Gara del 06-12, contro i Chicago Bulls

 

Anche in due partite di seguito, nella gara del 08-12, interrompendo la striscia di 13 vittorie consecutive dei Cleveland Cavaliers

 

Il suo picco, tuttavia, lo ha raggiunto domenica notte contro i Denver Nuggets: nel suo career high, ha messo a segno 47 punti (oltre a 7 rimbalzi e 6 assists), chiudendo una serie di 31.8 punti nello span delle ultime 5 giocate e realizzando la quinta prestazione realizzativa all-time della sua franchigia, eguagliando Chuck Person, la più alta dai 48 punti di Paul George contro i Jazz del 5 dicembre del 2015; soprattutto, timbrando la vittoria al supplementare con 6 punti nell’overtime :

In tutto ciò, a mancare non è l’apporto, quantomeno particolare, di Lance Stephenson: nel suo peregrinaggio per la Lega con il personale mix di stupendo talento ed eccezionale follia, ad Indiana sembra aver trovato l’unico ambiente in grado di limitarne gli eccessi, in favore di una maggiore efficienza. Per quanto riguarda Born Ready, il ruolo in uscita dalla panchina con licenza di gestione del pallone sembra fatto su misura; la capacità di mettere a segno canestri decisivi anche nei momenti caldi della partite rimane nelle sue corde:

Hashtag #BoomBaby

 

E ogni tanto viene chiuso un occhio nei confronti dell’inevitabile contrappeso dato dall’abuso del suo marchio di fabbrica, le giocate del genere:

Di Born Ready ce n’è uno solo

 

Singolare il fatto che, rispetto alle premesse di inizio stagione, a venire un pò meno sia l’apporto di Myles Turner, frenato sinora da precarie condizioni fisiche; la stazionarietà delle cifre relative ai suoi punti di forza (14.1 punti, 7.2 rimbalzi a partita, 48.7% da 2 punti, 36,4% da 3 punti, con la gemma delle 2.4 stoppate a gara), nonostante un ruolo in squadra di maggior peso specifico, indica un’esplosione non ancora avvenuta. Ma col potenziale intatto per il 21enne:

La rapidità del rilascio nel tiro resta incredibile per quel fisico

 

Proprio al suo rendimento altalenante possiamo maggiormente legare una delle pecche principali dei Pacers, il dato relativo ai rimbalzi concessi agli avversari, 23esima nell’intera Lega.

Comunque, la strada tracciata pare chiara; quella che doveva essere una franchigia con un one man show nel mezzo di una stagione di mediocrità, si è dimostrato un team con ambizioni da playoffs. Passate le stagioni in cui la squadra aveva l’ambizione di scardinare il dominio ad Est di James ma aveva ripetutamente fallito l’obiettivo, potersi ripresentare in breve tempo sul palcoscenico della postseason rappresenta una bella occasione, questa volta con un team dai più volti a risultare da protagonisti: le tante facce di Indiana.