Lo scopo di questo pezzo è di raccontarvi una partita NBA (in realtà si potrebbe anche definire LA partita NBA di questi tempi…) con gli occhi del malato di basket medio.

L’accento, infatti, non verrà posto sul match in sé e su quegli aspetti che potete trovare descritti in tutte le salse e dappertutto ma ci si focalizzerà piuttosto su quelle cose che di solito non vengono raccontate: quali sono le dinamiche all’interno delle squadre? Che succede il giorno prima della partita? Come vengono trattati i giocatori? Come si trattano tra di loro? Quali sono stati gli aneddoti degni di nota? E così via…
 
Ready? Go!

 

2 GIORNI ALLA PALLA A DUE

La bomba

Nel caso in cui voleste mai replicare alcune delle “mattate” descritte qui sotto, cominciamo subito sganciando una bomba in esclusiva: nel 99% dei casi, la squadra ospite dei Golden State Warriors alloggia al St. Regis Hotel, all’angolo tra Minna (un nome un programma) e Mission St.

Le fonti – se ve lo state chiedendo – sono due e sono affidabili: da un lato un membro dello staff NBA che si confida in una chiacchierata informale mentre si annoia aspettando i giocatori, dall’altra gli irriducibili cacciatori di autografi che si appostano lì ogni giorno e ad ogni ora (non è un’esagerazione!) e la sanno lunghissima.

Minna Street, un nome un programma… L’albergo è vicino al MOMA di SF


For a good cause

E’ proprio lì, in questo albergo, che, a causa di circostanze straordinarie, si trovano le due compagini sabato sera: i Cavaliers sono arrivati in città e vi alloggeranno durante la loro permanenza a San Francisco, gli Warriors sono invece impegnati in un evento benefico di raccolta fondi al quale si presentano al completo, cheerleaders incluse. Pur non incrociandosi fisicamente nella hall dell’hotel, si percepisce come, di fondo, le due squadre siano “in allerta” per la presenza degli avversari.

Sabato si esce

Finito l’evento, liberi di uscire… Ecco in ordine sparso, con l’accuratezza che possono avere informazioni raccolte dopo 12 ore di volo e soprattutto con 26 ore di veglia consecutive, un primo blocco di osservazioni emerse dalla serata:

 

  • alcuni giocatori non si fanno alcun problema ad usare Uber, le cheerleaders si fanno stendere una ad una le chiavi delle “macchine aziendali per la manovalanza” e se ne vanno per conto loro, le super-stars del team invece vengono portati da autista e/con entourage;
  • Steph Curry che prova a passare inosservato sembra un ragazzino che tenta di andare a comprare sigarette od alcohol prima dei raggiunti limiti di età: cappellino con visiera che dovrebbe nasconderne il volto ma è inconfondibile ed attira ancora di più l’attenzione, barba accennata a sottolineare la maturità, maglia di cotone a maniche lunghe di due taglie più grossa con solo le ultime falangi visibili e le mani quasi interamente coperte… Circondato da una nutrita presenza femminile, si mette nelle mani di un autista e sparisce alla volta del centro;
  • Draymond Green da ubriaco è più lucido che da sobrio: approcciato per un autografo da uno dei tifosi presenti, riesce con la coda dell’occhio a scorgere una canotta Cavs e lo respinge: “You don’t want my autograph, man…” – lui è quello che la rivalità la sente proprio in maniera viscerale;
  • Kevin Durant si è inimicato i tifosi perché apparentemente è il Warrior che si nega maggiormente alle loro attenzioni. I sostenitori la colpa la danno a Jay Z, reo di aver piazzato sul suo assistito (come atleta della RocNation, di prioprietà proprio del rapper) una scorta privata e personale “che gli ha messo strane idee in testa…”;
  • la moglie di Iman Shumpert ha dichiarato qualche mese fa in televisione ed a sorpresa di essere sposata all’eclettico giocatore NBA, suscitando reazioni di stupore… Forse anche lui stesso non lo sa: uscita decontratto per lui, circondato da sei donzelle.

Dopo averli visti allontanarsi ed uscire per trascorrere la serata, mi avvio per la mia strada sancendo la fine di questa interminabile giornata; gli altri presenti, però, ritenendo l’occasione troppo ghiotta (Golden State, squadra di casa, è raramente individuabile), resteranno lì fino alle 4 di mattina e racconteranno scene folkloristiche sulle quali sorvolerò, non essendo stato presente in prima persona.

L’entrata per la lobby

 

1 GIORNO ALLA PALLA A DUE

Hangover, anyone?

Vere o no che siano, per alcuni è indubbio che la domenica mattina ci sia da recuperare e smaltire… Un indizio? Verso le ore 10, si intravede nuovamente quel cappellino colore mimetico e numero 30 su una sagoma sgusciante e con le medesime movenze della notte prima: avete capito bene, è il back-to-back-MVP della Lega che ha una qual certa urgenza di “darsi alla macchia”. Senza neanche aspettare l’autista, si mette al volante di una Porsche Carrera nera e schizza via. E’ lui l’unico Warrior ad aver trascorso la notte in albergo. Lo rivedremo poi direttamente, con tutta un’altra compostezza, in sala stampa alla Oracle Arena al termine della sfida.

Curry schizza via

Cleveland, invece, deve ricomporsi per prendere parte ad un allenamento di rifinitura. L’occasione è ghiotta per vederli da vicino, quindi rimango in zona insieme a quelle che ormai sono diventate delle conoscenze locali che sono a caccia di firme sui loro oggetti da collezione per poterli poi rivendere a caro prezzo on-line.

“That shit changes you, man!”

Inflazionatissima questa frase, ripetuta di continuo – a mo’ di mantra, con buona porzione di scaramanzia annessa – dal nugolo di irriducibili cacciatori di firme e memorabilia. Il soggetto della frase? L’anello.  A detta loro infatti, che di queste cose ”se ne intendono” (…), LeBron, Kyrie & co quest’anno sono diventati molto ma molto meno disponibili. “Il titolo ha dato loro alla testa”, sostengono. Tra questi ragazzi, che si scopriranno essere talmente tenaci stagione dopo stagione al punto tale di essere riconosciuti dai giocatori), gira anche la teoria secondo la quale LeBron avrebbe impartito istruzioni all’intero roster affinché non vengano firmati autografi: “Persino i rookies non si fermano, ed è una cosa rarissima… Di solito non se li caga nessuno, e sono contentissimi di ricevere attenzioni e firmare. E’ un ordine di LeBron” dicono loro. “Tanto questi non firmano un cazzo” è quello che i presenti ripetono ossessivamente, ma rimangono lì piantonati ed il loro posto – nel dubbio – non lo cederebbero nemmeno morti.

Lo staff controlla che sia tutto pronto prima di mettere il team sul pullman


La colazione del campione

Stando sempre a quanto descritto da chi questi appostamenti li fa per mestiere, per i campioni NBA della scorsa stagione viene messo in piedi un trattamento mai visto prima: nel piccolo tragitto tra l’ingresso dell’albergo ed il loro pullman, infatti, viene preparato un servizio di colazione al volo in modo che, passando, i giocatori possano prendere il necessaire un attimo prima di salire sul veicolo. Accanto all’immancabile caffé, interessante constatare come altre opzioni siano l’acqua Fiji (“acqua artigianale per atleti”) e soprattutto degli smoothies tra il color rosa ed il fucsia che potete individuare, aguzzando la vista, sull’espositore portato in strada per l’occasione.

Smoothies!


Potapenko sindaco

I giocatori passano uno ad uno, senza degnare di uno sguardo i ‘5 tifosi 5’ ri-presentatisi ad aspettarli. Come detto, di fondo non gradiscono il fatto che buona parte delle eventuali firme raccolte verrebbe poi immediatamente rivenduta (spergiurano tutti di no, ma alla fine propongono un acquisto persino… a me). Come se non bastasse, poi, alcuni di loro hanno partecipato a feste la sera prima ed in quel momento vogliono solo salire sul bus prima possibile per approfittare di qualche altro minuto di quiete prima di iniziare a sentir rimbalzare palloni…

Se gil altri insistono con me a più riprese relativamente al fatto che il #26 sia un rookie (…) e sono lì per implorare gli Irving, i Love ed i James, le mie attenzioni si rivolgono invece a quei giocatori che gli altri non riconoscono. Kyle Korver, certo, ma anche coach Jim Boylan e vecchie glorie come Dontae Jones ed il granitico Vitaly. E’ proprio Potapenko a darci la soddisfazione della mattinata perché, abituato a tirar dritto senza curarsi di nessuno, si gira per un cenno di approvazione con il capo ed un occhiolino quando sente chiamare il proprio nome.

Dieci, cento, mille Vitaly!

Per la mera cronaca, gli unici a concedere una firma al pubblico sono Channing Frye prima e coach Lue poi. LeBron, facile da riconoscere per il suo stile (scaldamuscoli e calzini a fantasia “giungla”, cappuccio in testa, zuccotto rosso, occhiali da sole e Beats di Dr. Dre alle orecchie), fila dritto come un treno. Kyrie, invece, senza degnare di uno sguardo i supporters che lo invocano, si fa il segno della croce (per salire sul pullman!) e, dopo aver baciato il proprio indice, lo dirige e lo punta al cielo mentre sale sul primo scalino.

Frye, Korver e soprattutto il Re ispezionano la colazione

C’è poco da vedere ormai, ci sarà una scena simile al ritorno dalla rifinitura ma decido di concedermi una pausa, stessa libertà che poi, con mia sorpresa, riceveranno i giocatori stessi per il resto della giornata.

Rompete le righe

Approfitto per andare a caccia di scarpe da basket (l’America, da questo punto di vista, è un vero e proprio paradiso…) e mi affaccerò nuovamente in serata, per vedere un po’ che aria tira.

Jordan XV… ed è subito 1999

Tornati dal mini-allenamento, nel frattempo, i giocatori godono di un rompete le righe totale. Da un lato la cosa mi sorprende (è il giorno prima di una partita comunque importante), dall’altro c’è da tenere in considerazione il fatto che l’indomani è il MLK Day e che i nostri beniamini saranno al lavoro. Certo é che, visto l’andazzo di alcuni di loro, si spera che la riga la rompano e non vi facciano altro…

 

Tyronne “Adesso mi sentono” Lue e la Bentley

Ognuno è libero di organizzare il resto della propria giornata, serata inclusa, come meglio crede. Se ingenuamente si fosse potuto pensare che avrebbero fatto cena di squadra o si fossero trattenuti insieme, è immediatamente chiaro come ognuno stai per conto proprio.

Il St. Regis in notturna

Qualcuno, come ad esempio Tristan Thompson, ha amici nella Baia e si fa venire a prendere in auto per andare in giro insieme. Altri, come Kyrie Irving, escono da soli con autista (e con un look davvero particolare), senza dare nell’occhio ed alle 20 sono già di nuovo in albergo per trascorrerci la notte. Richard Jefferson esce in compagnia femminile (aspetto sul quale i tifosi locali lo massacreranno, facendo ripetute allusioni al quartiere Castro) a piedi, con un cappuccio bianco in testa. Un gruppetto se ne sta nella  hall a guardare la NFL e si concede una cena nel ristorante interno all’albergo solo verso le 22 (le vetrine danno la possibilità di guardare dentro, ma l’unica in cui ci sono i giocatori è invece oscurata – giustamente – mediante una tenda). LeBron decide di non uscire, contrariamente al proprio allenatore.

I velivoli che prelevano i giocatori

Una scena degna di nota è quella che riguarda coach Lue: ancora in tutona felpata grigia dei Cleveland Cavaliers, si reca al concierge e chiede la Bentley dell’albergo per poter uscire a cena. Senza pensarci sopra e senza voltarsi indietro, si dirige a passo deciso alla macchina ed afferra la maniglia della portiera. Proprio mentre sta per montare in auto, viene rincorso e bloccato dall’impiegato dell’hotel che gli fa notare come ci sia una fila, e la Bentley, già richiesta, debba andare a qualcun altro, un “comune” cliente dell’albergo… L’allenatore ci rimane un po’ così ma, sconsolato, accetta il verdetto, pur che una nuova Bentley gli venga procurata in tempo breve. Gli occhi non si scollano da lui perché la scena promette bene (alla ‘Real Bagatta’, per capirci…) ed in effetti lo si vede fare freneticamente avanti e indietro, sbracciandosi e perdendo la pazienza. Più il tempo passa, più le sue certezze vacillano. Se mezz’ora prima aveva rifiutato un comune SUV a vetri neri (voleva la Bentley!), sconsolato, passato tempo, il coach si arrende e deve ripiegare su un comune taxi color rosso, bianco e verde. La solita voce grossa insomma. Senza essere sentito, mi lascio andare ad una battuta che conquista definitivamente le mie nuove conoscenze: “Hey Lue, ti chiamo papà LeBron?”.



In tutto ciò, ci sarebbe una partita da disputare…

Nel frattempo, ridendo e scherzando, ci sarebbe anche una partita da giocare. Trapela la notizia dell’acquisto di alcuni biglietti a bordo campo per la “modica” cifra di 53.000 bigliettoni. Checché ne dicano i protagonisti, tutti tesi a minimizzare come da copione, la pressione si sente e la voglia di W è spasmodica, da ambo i lati.

Nessuno, però, sembra volersi sbilanciare e si opta per il basso profilo: nei giorni antecedenti la partita, la “pre-tattica” – come si dice da noi – la fa da padrona:

 

  • LeBron che nelle dichiarazioni ufficiali a mezzo stampa del venerdì sottolinea esplicitamente in due occasioni come Golden State sia la squadra più forte e destinata solo a migliorare col passar del tempo,
  • Steph Curry che, punzecchiato sul discorso del salario per importanza rivestita rispetto a quelli dei suoi pari-ruolo, nella Lega, parla del fatto che, anche se fosse, lamentarsi del percepire un importo così alto come il suo sarebbe inaccettabile e sintomo di problemi ben più gravi e più profondi,
  • LeBron di nuovo che – dinanzi a precisa domanda – segnala come non pensi questa possa essere considerata una delle grandi ‘rivalries’.

 

Lunedì sarà una lunga giornata e, pur apprezzando molto la possibilità di fare chiacchiere con altri malati di pallacanestro (soprattutto per un emigrato come me che vive dove il basket purtroppo non esiste), I call it a day. Questo clima perfetto di immersione cestistica totale viene destabilizzato solo da una notizia: un’e-mail mi notifica del fatto che, dato il numero increscioso di richieste ricevute, le mie credenziali media non mi forniranno un posto a sedere. Se prima e dopo il match avrò accesso a tutte le aree comuni, la partita andrà vista su dei monitors in una ‘Auxiliary Media Room’ messa in piedi per l’occasione, come in precedenza era accaduto solo durante le Finals.

Il grattacielo dove risiede la squadra visto dal basso

 

0 GIORNI ALLA PALLA A DUE

Ormai ci siamo: a meno di un mese dal main event del Christmas Day, le due squadre che hanno dominato la Lega nell’ultimo biennio saranno nuovamente una di fronte all’altra, questa volta sul parquet della Oracle Arena.

Il programma inizialmente era quello di fiondarsi al palazzo il prima possibile, ma la tentazione di poter carpire qualcosa d’altro nei pressi dell’albergo è tanta e l’esser stato relegato in quello che ho ribattezzato “lo sgabuzzino” (si veda e-mail di cui sopra) rendono la prospettiva di trascorrere tutto quel tempo alla Oracle meno allettante… St. Regis it is then! Mi sono affezionato al gruppo di irriducibili.


Game faces e merchandising

Dato l’orario pomeridiano per il big match, non c’è tempo per una rifinitura in palestra quindi si rimane in albergo, dedicandosi al più ad una seduta video e a qualche blando riscaldamento facendo uso dei macchinari interni.

Stando appollaiato in strada, riesco a rubare qualche scatto che trovate qui sotto. Le facce sono quelle da partita, nonostante le sminuite di rito la concentrazione è tanta.

LeBron, non nuovo a questi gesti per compattare il gruppo prima di un’occasione importante, si presenta con una montagna di scatole Nike e chiama i suoi compagni uno ad uno per consegnar loro personalmente la nuova edizione della sua signature shoe.

La spesa non finisce qui: maglietta nera con scritta in stampatello bianca #EQUALITY per tutti (per celebrare la giornata) e qualche altro ammennicolo di contorno.

Mentre i Cavs se la prendono comoda, in strada è quasi giunta l’ora del passaggio della manifestazione: la strada è bloccata al traffico, la polizia scorta la gente e finalmente arrivano pedoni e carri.

E’ il turno di Kyrie nel ricevere buste varie e presenti


Come sapete, infatti, è il MLK Day.

Tutti tutti forse no, visto che il Vitaly nazionale viene ad informarsi su cosa sia “questo baccano” e perché il traffico sia bloccato.

Gli spiego di cosa si tratta ed allora ricollega ed annuisce. Mi chiede indicazioni (a me… haha) per un tragitto che per forza di cose dovrà compiere a piedi e si concede per un paio di battute relativamente al merchandising appena intascato. “Hai fatto spesa pure te, eh?” gli chiedo in tono scherzoso. Lui sta al gioco e dice: “A fine anno do tutto via. Ci riempiono di cose, una quantità smodata. Io a stagione conclusa me ne libero. NO LAUNDRY RULE”. Idolo.

Un vintage Vitaly, con tanto di capello e baffetto tattico…


Alla parata…col Barone


Quando ormai quasi tutto sembra essere perduto, dopo aver bivaccato per ore ed ore nella lobby dell’albergo insieme alla sua cerchia di fidati amici, Baron Davis esce in strada. La prima cosa che si nota è il suo collo taurino: il Barone è una branda. La seconda è il passo felpato ma svelto, non sembra avere intenzione di fermarsi. Mi devo dare una mossa. Lo avvicino, riesco a scattare una foto (da lui approvata come dimostrato dal pollice in su) e, mentre lo faccio, non riesco a non fargli una proposta indecente: “Can I be your Kirilenko?”.

La famigerata schiacciata del Barone

Gli chiedo infatti di prestarsi alla re-interpretazione della famigerata schiacciatona in testa a AK47 in esclusiva per noi matti della Giornata Tipo… La sua faccia vi dà un’idea della sua risposta: diciamo  che “he wasn’t particularly impressed”…

“Momento, momento, momento… Cosa cazzo mi ha appena chiesto questo?”

Avrei dovuto portarmi una parrucca bionda, a pensarci prima!

Alla volta della Oracle

Stavolta fuori dell’albergo la calca c’è, ed è piuttosto pronunciata: persone assiepate da entrambi i lati del marciapiede, transenne tirate fuori ed una lunga attesa per strappare una firma, una foto da vicino o semplicemente ammirare il look dei campioni in carica.

La calca di gente nei pressi del pullman nel tentativo di salutare i giocatori

Non c’è tempo da perdere, i giocatori salgono a bordo di gran carriera. Nello stupore generale del pubblico, che mai gli aveva visto prendere un pennarello in mano nelle precedenti scampagnate a San Francisco, LeBron si ferma con un bimbo asiatico – ospite dell’albergo – firmandogli canotta Cavs e una scarpa modello Irving). Se siete curiosi relativamente all’outfit degli interessati o alle loro facce pre-partita, eccovi un po’ di foto:

LeBron, Love ed Irving salgono sul pullman

Appena parte il pullman, per non perdere terreno, chiamo un Uber e mi lancio anche io alla volta della Oracle Arena; considerato il fatto che ci metterò un po’ a trovare le aree media, meglio non sprecare un secondo di più ed arrivare con il dovuto anticipo.



WARRIORS GROUND: ALLA ORACLE ARENA

Ecco la Oracle Arena, vista dal tragitto per i media


Pre-game

Il pre-partita funziona così: prima parla l’allenatore casalingo nella cosiddetta ‘Interview Room’, poi parla l’allenatore ospite dinanzi al proprio spogliatoio, infine locker rooms stessi aperti per 45 minuti da ambo le parti. Andiamo quindi per ordine.

Kerr si presenta ai microfoni con la maglietta in onore di Martin Luther King e, prima di prendere domande, esordisce raccontando un aneddoto familiare relativo alla ricorrenza e spiega perché la celebrazione sia così importante. Sul medesimo tema, poi, riesce agevolmente a schivare con una supercazzola la domanda relativa all’imminente insediamento di Trump e le tensioni razziali. Voltando pagina e concentrandosi sulla partita, domande e risposte son proprio quelle di rito, niente di entusiasmante da segnalare. Unici spunti un po’ più interessanti la dichiarazione relativa al fatto che si stia ancora sperimentando coi quintetti, alle intenzione di voler schierare KD e Curry insieme sempre di più

Coach Kerr e la conferenza pre-gara


Lue invece, con una voce che definire flebile sarebbe oltremodo generoso, risponde ai cronisti (me incluso) davanti all’entrata dello spogliatoio ospite: “Una partita importante? Chi lo dice che è importante? Questa partita è importante solo per voi, per i media”.

Coach Lue e la conferenza pre-gara

Momento spogliatoio: per prossimità (son già lì), opto subito per i Cavs. Dentro non si possono scattare foto, ordine tassativo. Contravvenire alle istruzioni comporterebbe espulsione diretta nonché colossale figuraccia, evitiamo. LeBron i tempi dei media li conosce bene, appena scocca l’ora di apertura ai giornalisti compie un allungo e si rintana in uno stanzino sul retro, uscirà solo a “cronometro per i reporters” scaduto. Ciabatte verdi fosforescenti e la bandana nera in testa per lui. Kyrie fa esercizi col preparatore: massaggi prima, elastici per le caviglie poi. Kevin Love si guarda intorno circospetto e si va a sedere al suo angolino. Le divise appese nei rispettivi armadietti, viste da vicino, sono davvero spettacolari.

Riscaldamento

Scaduto il tempo a disposizione per “percepire l’atmosfera dello spogliatoio”, la destinazione è ovviamente il campo. Con un pass media ci si può liberamente aggirare intorno al perimetro di gioco, purché non si stazioni troppo ostruendo il passaggio (“clear the yellow”, il motto del personale). Il mio personalissimo piano è poi quello di sondare il terreno per potermi insinuare nonostante il diniego di un posto a sedere, invece di tornarmene nella media room ausiliaria vicino agli spogliatoi. Non provarci almeno sarebbe folle.

Il campo

Certo il fatto che, con la consueta sobrietà, abbiamo toccato suolo alla Oracle – come potete constatare dalla evidenza fotografica qui sotto – non ce lo toglie nessuno…

Un piccolo passo per l’uomo…

A proposito di sobrietà, mentre saggiano i ferri, alcuni giocatori sfoggiano un outfit alquanto particolare. Cito uno per parte: lato Cleveland Kevin Love, che si aggira con questa felpa a mezze maniche e  cappuccio in testa senza mai scoprire il capo,

Immagine di repertorio di Kevin Love durante il riscaldamento

lato Golden State invece il buon KD merita la nomination e l’award, che si spara una interminabile sessione di tiro con addosso la tuta felpata pesantissima e le immancabili cuffie Beats.

KD saggia i ferri della Oracle per la serata speciale

Prestando attenzione al conto alla rovescia, ci si accorge come il pre-partita sia lungo…

La partita

Inno, presentazioni delle squadre (con qualche fiamma e scoppiettio che non guasta mai e fa spettacolo), bordate di fischi al Re e poi si comincia!

Concentrazione e partecipazione durante l’inno

Il mio tentativo di fare il vago dura quanto la partita dei Cavs: una manciata di secondi. Adocchiato dalla security, vengo approcciato da un distinto signore coi baffi che “caldamente ed in maniera molto affabile” mi invita a… levarmi dal cazzo! La cosa bella è che, date le circostanze straordinarie, è stata allestita una seconda media room (la cosiddetta ‘auxiliary media room’) ma lo staff non ha la più pallida idea di dove sia… Si gira quindi un po’ (un bel po’) prima di trovarla e ci si accomoda tra i monitors e gli appunti per far sì che tutte le curiosità raccolte finiscano effettivamente in questo pezzo.

L’andazzo della partita si capisce subito e l’avete vista anche voi: Golden State molto aggressiva, il pubblico carico a mille, le ruggini delle Finals a “far sterzare” la partita ulteriormente lato Warriors (il contatto tra LeBron e Draymond con successivo Flagrant I) sono – come sapete – gli ingredienti base per una serata di dominio.

Quasi il doppio dei rimbalzi, quasi il quadruplo degli assist sfornati a livello di squadra, un Curry chirurgico che all’intervallo lungo ha già 14 punti, 10 assistenze e 0 palle perse, un Green solido che chiuderà con una tripla doppia, un KD in missione decisivo in difesa oltre che in attacco… E’ la serata dei Guerrieri.

Lato Cleveland, invece, tutto il contrario: LeBron soffre KD (emblematica la stoppata assestatagli a mezz’aria dal numero 35 gialloblu), Tristan Thompson latita, Love subisce e Irving non riesce a rimettere i suoi in partita da solo. Molte forzature, poche idee, serata no e la voglia di chiudere questo capitolo il prima possibile. “1 a 1 e palla al centro”.

Da segnalare due episodi a gioco fermo: Draymond Green che nell’andare in panchina imita la reazione eccessiva di King James al contatto che li ha visti protagonisti, ed il Re stesso che mima – come postato sulla pagina – il gesto dei tre anelli alle sue dita ad un fan particolarmente esagitato.

Curioso e parzialmente surreale il fatto di essere all’arena ed aspettarsi qualche giocata controversa o spettacolare grazie allo spoiler boato del pubblico, considerato il fisiologico ritardo della tv satellitare.

L’auxiliary media room – accanto a noi ospiti illustri come Yahoo Sports China o ESPN America

E’ stata una rullata, difficile che sponda Cavs qualcuno parli; con uno scatto o presunto tale mi fiondo accanto alla cappotta e relativo tunnel di ingresso in campo per vedere da un metro di distanza i giocatori di Cleveland rientrare in spogliatoio. Come previsto, le facce sono tutto un programma.

Post-game

Nel dopo partita la NBA decide saggiamente di selezionare gli intervistati in base al risultato: dopo qualche minuto di attesa, tutto il gruppone Media viene fatto spostare nella interview room dove parlano in sequenza Steve Kerr, Klay Thompson, Draymond Green, Kevin Durant e Steph Curry.

Il succo delle dichiarazioni è lo stesso: una ulteriore sconfitta consecutiva non sarebbe stato un dramma, la partita non è stata caricata in casa Warriors di segnali particolari ma la si voleva vincere a tutti i costi, Steph Curry è stato più aggressivo e quando alza il volume della radio così è un segnale che tutto il team percepisce, si glissa (tutti gli interessati) sul contatto LeBron/Draymond bollato come una normalissima interazione di gioco, si loda l’apporto numericamente davvero importante di Iguodala e Livingston, che tutti tengono a rimarcare.

L’unico più eclettico e meno da manuale, nel rispondere alla stampa, è Green: “LeBron dice che questa non è una rivalità? Questo è ciò che pensa lui, di sicuro io la vedo diversamente. Questa è una rivalità, e pure una bella grossa”.

Vi risparmio il pedante trascritto di ciascuno ma, per chi fosse interessato, qui trovate i rispettivi video delle loro parole direttamente dalla sala stampa: Thompson, Durant, Green, Curry.

Peccato che lo spettacolo debba prima o poi finire. Auxiliary media room o meno, l’atmosfera che si respira all’arena è più unica che rara.

Compiuto un tratto a piedi, si aspetta la Bart per tornare in città… La rivincita è stata presa, sonoramente, ma non finisce qui.

Checché ne dica LeBron, questa è una di quelle rivalità che rimarrà alla storia ed allora potrò dire “Io c’ero”. Spero che, con questo racconto, possiate dirlo un po’ di più anche voi.

#WhereAmazingHappens

LA partita NBA