Ci sono città che ti amano davvero.

E che ti odiano davvero.

Da un estremo all’altro.

Da quando Allen Iverson se ne andò, a Philadelphia rimase un vuoto, che nessuno mai è riuscito a colmare.

Tutte queste stagioni da quel 19 dicembre 2006, sono sembrate sopite, vacue, a Philly.

Persino le stagioni dei playoff, sono state senza nerbo, senza pretese, senza occhi della tigre.

Stagioni meste.

Stagioni disilluse.

Stagioni mentalmente e attitudinalmente mediocri, non solo a livello di squadra, ma anche e soprattutto a livello di entusiasmo cittadino.

Stagioni shakerate giusto un pochino dal Tanking e da Sam Hinkie, ma nemmeno più di tanto, tanto era lo sconforto e la disillusione.

Nemmeno la forza di odiare per davvero.

Tutte le rivalità, coi Celtics, coi Knicks, coi Pistons, coi Lakers, si sono sedute, si sono messe in stand-by, in attesa di chissà quale evento.

Tutto era arrivato al limite dell’indifferenza.

E l’indifferenza è una brutta bestia.

26 ottobre 2016.

Joel Embiid esordisce in Regular Season NBA con 20 punti e 7 rimbalzi nella sconfitta Sixers al Wells Fargo Center contro gli Oklahoma City Thunder, esattamente 852 giorni dopo essere stato scelto con la chiamata N.3 all’NBA Draft 2014.

Esattamente 48 ore dopo il sospirato e tribolato esordio di Embiid nella Big League, da qualche parte nei dintorni di Buffalo, NY, Greg Oden, Prima Scelta assoluta al Draft NBA del 2007, annunciava il proprio ritiro dall’attività agonistica, concludendo una carriera praticamente mai iniziata a causa dei reiterati infortuni.

Da quella chiamata N.3 al Draft 2014 fino al 26 ottobre 2016, e in verità anche per qualche settimana a seguire, i destini di questi due giocatori furono giudicati simili e paritetici.

Embiid e Oden vennero paragonati e accomunati milioni di volte dai media, di pari passo sotto il comune denominatore di “sfortunati casi di infortuni che stroncano la carriera fin da subito”, oppure di “enorme potenziale dominatore della Lega che ha dovuto arrendersi alla fragilità dei propri arti”.

Invece…

Se anche la carriera di Embiid dovesse fermarsi in questo preciso istante, il giocatore da Kansas avrebbe comunque dimostrato di essere IN GRADO già oggi, di dominare questa Lega, al contrario di quella che è stata la sorte di Greg Oden.

Purtroppo la prima scelta dei Blazers non ha mai potuto dimostrare di valere i crediti che gli erano stati dati in maglia Buckeyes, anche perchè quando ci sono di mezzo le ginocchia, spesso si è in mano a grandi specialisti ma allo stesso tempo si è anche in balìa di molti altri fattori, fortuna, tempestività, tipologie di riabilitazioni, diagnosi precoci o tardive, diagnosi sbagliate, o più semplicemente si è in mano a forza fisica e mentale forse non sufficiente per rientrare da questi gravi infortuni.

Il camerunense dei Sixers invece, dopo due anni di triboli, di riabilitazioni, di operazioni e di speranze, si è presentato più che pronto per l’inizio della stagione 2016/2017.

Rumors philadelphiani dicevano anche che le condizioni di Embiid fossero già ottimali a primavera scorsa, e che avrebbe benissimo potuto cominciare ad assaggiare il campo nella scorsa stagione, ma che venne invece tenuto in freezer in attesa della Lottery e della sorte di Sam Hinkie.

Esatto, Sam Hinkie, IL VERO ARTEFICE DELLA SCELTA DI JOEL EMBIID.

Dando a Cesare ciò che è di Cesare, va detto e sottolineato il fatto che, nonostante le cifre non altisonanti di Embiid a Kansas, Hinkie, storicamente conoscitore maniacale del mondo NCAA, credette ciecamente e fermamente nelle potenzialità dell’uomo da Yoaundè, tanto da spendere la propria scelta N.3 su di lui.

Non che ci fosse molto altro dopo, quel Draft infatti non fu molto prolifico, dopo Embiid, di “notables” vi furono Julius Randle, Marcus Smart, Elfrid Payton, Zach LaVine, e pochi altri.

Quindi la storia sta piano piano posizionando Sam Hinkie sul podio dei vincitori.

A parte tutto, Joel Embiid, con il suo rendimento e il suo futuro, è il suo capolavoro postumo.

Joel Embiid quindi, ragazzone giocherellone anzichenò, come si è potuto constatare, è ormai unanimemente conosciuto, ancor prima delle sue gesta sul parquet, “the man who own Twitter”.

Un fenomeno mediatico semplicemente esilerante.

Non c’è alcun dubbio su questo, il gigante camerunense è riuscito a conquistare tutti, con la sua simpatia e con il suo sano entusiasmo social.

Durante quei 852 giorni di inattività, le sue avances virtuali a Rihanna,

la stoppata al bambino al summer camp

o il goffo tentativo di portare LeBron James a Philadelphia durante la sua free agency, sono tutte cose che hanno fatto la storia dei social.

Ma di basket giocato, prima di questa stagione, stiamo a zero. Come John Blutarsky.

ZERO VIRGOLA ZERO.

Nemmeno l’ombra di una remota possibilità di vedere giocare l’omone da Kansas, dal 2014 al tardo 2016.

E intanto a Philadelphia si perdeva, si continuava a perdere, di lui quasi ci si dimenticava, qualcuno persino lo compativa, mentre il fantasma cestistico di Greg Oden da Buffalo stava sorridendo beffardamente.

Nell’attesa di Embiid, come sappiamo, Philadelphia ha vissuto un dramma sportivo totale.

La città, l’ambiente e persino la NBA avevano bisogno di un eroe, dopo i duri anni di Sam Hinkie e dopo l’addio alla dignità con il Tanking a oltranza.

E l’eroe finalmente arrivò, nella Città dell’Amore Fraterno.

Arrivò il 23 giugno 2016, nelle parole pronunciate da Adam Silver: “with the first pick in the 2016 NBA Draft, the Philadelphia 76ers select Ben Simmons”

Ok, Ben Simmons.

Tutti felici, tutti contenti, il salvatore della patria è qua.

Il prototipo del giocatore del futuro sbarca a Philly per far uscire dal pantano una gloriosa fanchigia come i Sixers.

Ma mentre tutti stanno già pregustando il nuovo che avanza, arriva la rottura.

L’infortunio.

Simmons fuori fino a fine gennaio (più o meno adesso, è fine gennaio) e un’altra stagione alla ricerca di scelte al Draft del 2025 pareva profilarsi, per l’ennesima volta.

Le cassandre di nuovo al lavoro dopo un paio di mesi di pausa, si ricostruisce di nuovo, ancora un’altra stagione di Tank, ancora umiliati, vincerà Donald Trump, se avevamo World B. Free alle Finals del 77 col c***o che i Blazers vincevano, hanno dato ingiustamente a Washington la Capitale degli Stati Uniti, la Liberty Bell ce l’abbiamo noi e chi più ne ha più ne metta.

Dal gruppetto degli inseguitori, tra le fila dei dimenticati, intanto, educatamente e umilmente, sbuca una manona: “beh, veramente, ci sarei anch’io” dice il ragazzone africano.

Ha parlato un fantasma.

Atz!! E’ vero!! C’è anche Embiid!

L’oggetto misterioso prova a fare valere le proprie ragioni, sostiene con certificati alla mano di essere in ottime condizioni, quindi, perchè non puntate su di me? Si chiede.

Anche il nostro Ambassador of Basketball ha sentenziato. Statelo a sentire. Credetegli. Lui conosce il basket come voi conoscete il vostro smart-phone.

Parola di World.

Datemi una chance, dice Embiid.

Ok man, show me what you have.

E così inizia la cavalcata.

Quella sul parquet.

Quella sui social come detto era già iniziata due anni prima.

Per gli hardcore fans di Philly, JoJo è stato atteso su questi schermi e a questi livelli da due anni e mezzo, atteso con molta preoccupazione e non poco scetticismo.

I soliti disfattisti fin dalla stagione 2014/15 lo avevano già battezzato benedetto e inumato come “il nuovo Greg Oden”, anche nella stagione 2015/16 le voci che arrivavano dall’infermeria Sixers erano poco rassicuranti. Aspettiamo e vediamo, aspettiamo e vediamo, ci vuole pazienza, pazienza ci vuole, e nel mentre la stagione era finita con l’ennensima figuraccia sul campo, che almeno valse a Philadelphia la prima scelta in lotteria e la possibilità di prendere Ben Simmons al Draft.

Ed ecco la svolta. Il training camp, la pre-season, the smell of hardwood.

Ironia della sorte, Joel Embiid era un predestinato del volley, nella sua Yoaundè, capitale del Camerun, il suo futuro sembrava poter seguire quello di Earvin Ngapeth (giocatore francese di origini camerunensi) a dominare il mondo del volley, quando si intromise Luc Mbah a Moute, camerunense pure lui, che vide in Embiid un prospetto futuribile nello sport più bello del mondo.

Lo prese letteralmente sotto la sua ala protettrice, lo portò negli Stati Uniti, gli fece frequentare la sua stessa High School (Montverde Academy, Florida), passando per The Rock School, sempre in Florida, fino ad arrivare ad ottenere una borsa di studio a Kansas, non male per un ragazzo che fino all’età di 15 anni non aveva praticamente mai preso in mano un pallone da basket.

Sbarbatello a Montverde

Con qualche muscolo in meno di oggi

Ora Joel Embiid è unanimemente riconosciuto da tutti come un futuro (prossimo) All Star.

Iniziamo parlando delle cifre:

Embiid segna 19.9 punti a partita, catturando 7.8 rimbalzi a gara, con una media di 25.3 minuti giocati. Cifre ottime, di certo da rookie dell’anno, ma attenzione.

Il dato più importante su cui posare lo sguardo sono i minuti.

Se si rapportano le sue cifre a un minutaggio di 36 minuti (il minutaggio medio minimo per un giocatore franchigia), il camerunense totalizzerebbe in proiezione 28.1 punti con 11 rimbalzi a partita.

Tanto per avere un termine di paragone, nel suo stesso ruolo o più o meno con le sue caratteristiche, Karl Anthony Towns sui 36 minuti è a quota 22 punti, mentre un altro pari ruolo futuribile come Hassan Whiteside sui 36 minuti è a 18.7.

Lo stesso LeBron James, parlando di superstar vere, è a 24.9.

Solo l’uomo da Mobile, Alabama, DeMarcus Cousins, fa meglio di Embiid sui 36 minuti, 29.2, alla sua settima stagione, la migliore in carriera.

Tutta questa orgia di numeri per dire che, con 29 partite giocate nella NBA, di cui le prime giocate con ancora un pò di ruggine addosso, dopo aver aspettato due anni sempre con il fantasma di Greg Oden ad accompagnarlo, Joel Embiid è il vero capolavoro di Sam Hinkie.

Anche perchè come detto le sue cifre a Kansas non erano così entusiasmanti. 11.2 punti e 8.1 rimbalzi a partita, ok, buone cifre, Big 12 Defensive Player of the Year, ma non da fare realmente capire che Embiid era il go-to-guy dell’amore Fraterno.

Se proprio gli si può imputare qualcosa, è che non è un eccellente rimbalzista, perlomeno non lo è d’istinto, non gli viene naturale gettarsi nello scamble per fare il lavoro sporco, almeno a questo livello. Ma questo può tornare a suo vantaggio, il suo futuro status di superstar, soprattutto offensiva, con un ottimo background difensivo (Pac 12 Defensive Player of the Year, never forget), potrebbe anche permettersi di avere una twin tower a suo fianco deputata ad essere il vero rimbalzista della squadra.

Ora come ora i Sixers hanno bisogno di alcune grosse mosse sul mercato, magari non troppe, ma importanti: portare un free agent per dare SUBITO credibilità vera al Process, trovare un tiratore affidabile, monetizzare al meglio possibile la cessione di Jahlil Okafor o di Nerlens Noel, e cosa, più importante, collaudare al massimo la intesa tra Ben Simmons e Joel Embiid.

Quest’ultima è la priorità numero uno per The Process.

Embiid era (ed è ancora, comunque) un giocatore tutto da costruire e modellare. Room for improvement, certo, ma partendo da questa base, tempi e modi per costruire un dominatore, ce n’è. Alla grande.

E la città di Philadelphia sta rispondendo a questi stimoli, sta ritrovando le proprie vibrazioni, il sangue alla pressione massima sta ricominciando a fluire, gli odi e gli amori sono di nuovo a fior di pelle, e tutto, TUTTO, grazie all’entusiasmo contagioso e all’enorme talento di JoJo.