articolo di Giorgio Barbareschi

 

 

 

Non tutti in Italia amano il basket NCAA. Molti lo reputano grezzo, non molto tecnico e tatticamente povero. Tutte osservazioni che in linea di massima (seppur con i dovuti distinguo del caso) possono essere condivisibili. Ma il vero fascino del basket NCAA non risiede nel gioco puro e semplice, perlomeno non solo. La vera marcia in più sono le storie. Storie affascinanti, a volte incredibili, che riescono a colpire l’immaginazione come nemmeno il favoloso mondo della NBA riesce a fare.

Tra tutte queste, con tutto il rispetto per il clamoroso viaggio alle Final Four 2018 di Sister Jean e della sua Loyola-Chicago, il primato della più bella storia di basket NCAA secondo il mio personalissimo cartellino va alla North Carolina State di Jim Valvano e Lorenzo Charles, cinderellatra le cinderellasche vinse il titolo nazionale nel 1983.

All’inizio degli anni ’80 l’NCAA era la patria delle superstar: Michael Jordan, Patrick Ewing, Clyde Drexler, Charles Barkley, Chris Mullin e molti altri grandi campioni in quegli anni imperversavano sui parquet universitari degli Stati Uniti. Lì sì che si giocava meglio a basket rispetto ad oggi, soprattutto perché la stragrande maggioranza dei giocatori restava al college per tutti i quattro anni e aveva tempo di svilupparsi e di crescere cestisticamente, oltre che umanamente.

In particolare, la Atlantic Coast Conference (ACC) era un vero e proprio girone infernale: North Carolina, Duke, Wake Forest, Virginia, erano tutti squadroni che ogni anno lottavano per il titolo ed erano finanziati da programmi già allora multimilionari.

I Wolfpack di North Carolina State avevano sì vinto un titolo nel 1974, ma si trattava di un programma decisamente in calo che verso la fine degli anni ’80 faticava persino a raggiungere la qualificazione al Torneo NCAA, dovendo accontentarsi spesso e volentieri di partecipare al meno quotato NIT. Nel 1980 lo stimato coach Norm Sloan si era dimesso e al suo posto era stato chiamato un newyorkese di origini italiane, che veniva da un’università minore (Iona) e che non aveva mai superato in carriera il secondo turno del Torneo NCAA. I giocatori non lo conoscevano ed erano diffidenti, mentre gli addetti ai lavori lo ritenevano più un divertente cabarettista che un vero e proprio allenatore. Tanto per cominciare forte, il giorno della presentazione Valvano prese l’aereo per la città giusta (Greenville) ma nello stato sbagliato (South Carolina invece che North Carolina), lasciando i dirigenti dell’università e le altre300 persone che lo attendevano all’aeroporto a chiedersi dove cavolo fosse finito il loro nuovo coach. Non certo il miglior modo per presentarsi ai nuovi tifosi, ma le cose sarebbero cambiate piuttosto in fretta.

James Thomas Anthony Valvano era per prima cosa un sognatore. Era sicuro che prima o poi avrebbe guidato una squadra fino al titolo NCAA e ogni anno dedicava in tutte le sue squadre un allenamento speciale a… tagliare la retina. Il gesto che nel basket collegiale USA accompagna ogni vittoria finale per lui era un rito che i giocatori dovevano sperimentare fisicamente, in modo da avere chiaro nella testa quale dovesse essere il loro obiettivo finale.

Purtroppo però suoi i primi anni a North Carolina State non furono particolarmente brillanti: 14 vinte e 13 perse il primo anno, 22-10 il secondo, con una triste eliminazione al primo turno del Torneo. Tra i dirigenti dell’ateneo iniziava già a circolare un po’ di malcontento, anche se i giocatori della squadra avevano imparato ad amare il carattere così esuberante del loro coach, che continuava a sostenere che l’anno prossimo sarebbe stato quello buono, che l’anno prossimo avrebbero finalmente vinto il titolo nazionale.

Ma dopo una brillante partenza della stagione 1982/83, il leader della squadra Dereck Whittenburg si frattura il piede durante una partita di regular season e le speranze di una stagione vincente sembrano andare a donne di facili costumi. NC State comincia a perdere partite, poi si riprende nel finale ma le dieci sconfitte complessivamente accumulate rendono molto improbabile una chiamata dal comitato che decide le ammissioni al Torneo, all’epoca ancora ristretto a sole 52 squadre.

Dereck Whittenburg

L’unica speranza è quella di vincere il torneo della ACC, che avrebbe garantito automaticamente a North Carolina State un posto al gran ballo. Sì, ma come? Serviva un grande sforzo di immaginazione per pensare che una formazione così zoppicante potesse, nonostante il rientro di Whittenburg, vincere tre partite in fila contro avversarie così forti. Ma lo sport sa sempre sorprendere e non c’è posto migliore di un campo da basket per trasformare i sogni in realtà.

Si parte nei quarti di finale contro Wake Forest, ed è subito durissima. I Wolfpack vanno sotto ma riescono faticosamente a recuperare e poco meno di tre minuti dalla fine il punteggio è in parità sul 70-70. All’epoca in NCAA non esisteva il cronometro dei 24, 30 o 34 secondi (il tiro da tre era stato introdotto solo qualche anno prima ma non in tutte le Conference, stiamo parlando di un mondo completamente diverso rispetto a quello attuale), quindi Wake Forest decide di tenere palla fino all’ultimo (sic.) per poi tentare il tiro decisivo il più vicino possibile alla sirena finale. Valvano però ordina ai suoi di raddoppiare il portatore di palla, rischiando di subire un canestro facile ma ottenendo in cambio una palla recuperata da Sidney Lowe. Sul capovolgimento di fronte Lorenzo Charles subisce fallo e viene mandato in lunetta per due liberi a tre secondi dalla fine. Charles, mediocre tiratore dalla lunetta, manda il primo cortissimo sul ferro. Ma il secondo, miracolosamente, entra e NC State passa il turno.

In semifinale però c’è la North Carolina di Michael Jordan e Sam Perkins, ossia la squadra campione NCAA in carica, allenata dal leggendario Dean Smith. Non si sa come i Wolfpack riescono a reggere fino alla fine, Perkins ha tra le mani il tiro della vittoria allo scadere ma gli Dei del basket sono già abbondantemente schierati a fianco di NC State: la palla gira sul ferro ed esce. Si va all’overtime dove, nonostante un Jordan fuori per falli, i Tar Heels sono avanti di 6 punti a poco più di 2 minuti dal termine. Finita? Nemmeno per sogno. Valvano ordina il fallo sistematico (strategia che all’epoca veniva utilizzata pochissimo), i giocatori di North Carolina vanno nel panico e sbagliano per tre volte consecutive. NC State rimonta e vince.

È finale con Virginia, da tutti indicata come la miglior squadra d’America e sconfitta solo 3 volte in tutta la stagione regolare. Leader dei Cavaliers era Ralph Sampson, tre volte miglior giocatore del paese e macchina da punti inarrestabile. Coach Valvano per contrastarlo propone una immaginifica difesa “Triangolo e due”, con due uomini francobollati a Sampson e gli altri che si arrangiano in 3 contro 4. L’esperimento funziona e i Wolfpack superano Virginia per 81 a 78, ancora una volta sul filo di lana, ancora una volta contro pronostico.

Finalmente si taglia la retina per davvero. North Carolina State è campione della ACC e strappa il biglietto per la March Madness. “Ordinary people accomplish extraordinary things” è la citazione preferita di Jim Valvano. Di certo i suoi ragazzi hanno compiuto una straordinaria impresa, ma la favola non è ancora finita. Anzi, è appena cominciata.

Passa una settimana ed è il momento del primo turno del Torneo NCAA contro Pepperdine. Il tempo regolamentare termina su un punteggio di parità e all’overtime NC State è di nuovo sotto nel punteggio a pochi secondi dalla fine. Ancora fallo sistematico dei Wolfpack, ma stavolta in lunetta va Dane Suttle, il miglior realizzatore della storia dell’università di Pepperdine che in carriera ha l’85% dalla lunetta. I suoi compagni in panchina già festeggiano pregustando la vittoria. Ma Suttle sbaglia. Due volte. Palla in mano a NC State sul -2 e Whittenbourg subisce fallo a 9 secondi dal termine. Sbaglia anche lui il tiro libero, ma arriva il rimbalzo d’attacco di Cozell McQueen, che fino a lì aveva giocato 45 minuti e totalizzato 0 punti. Canestro, parità a quota 59 e si va al doppio overtime, nel quale North Carolina State si impone per 69 a 67.

Lo slogan che Jim Valvano aveva coniato per quella stagione era “Survive and advance”, che poi divenne anche il titolo di un bellissimo documentario della ESPN su questa storia. NC State quindi sopravvive a Pepperdine e avanza al secondo turno, dove trova la UNLV di Sidney Green, All American e futura prima scelta dei Chicago Bulls al successivo draft NBA. I Wolfpack vanno sotto (ancora) ma rimontano (ancora) nei minuti finali e vincono 71 a 70 grazie al canestro del sorpasso di Thurl Bailey a 2 secondi dalla fine. NC State sopravvive e avanza. La stampa comincia a chiamarli “The team of destiny” e i giocatori vengono sommersi da lettere e telegrammi provenienti da ogni dove.

Thurl Bailey

Nelle semifinali del Regional, per una volta, si vince facile con Utah 75 a 56. Ma ora di fronte c’è di nuovo Virginia, con il dente avvelenato per l’inopinata sconfitta subita poche settimane prima. I Cavaliers stavolta non hanno alcuna intenzione di farsi cogliere impreparati, ma i ragazzi di Valvano ormai trasudano fiducia da tutti i pori.

Ancora un’altra partita con NC State ad inseguire gli avversari nel punteggio, ma ormai a chi importa più? Whittenbourg è indemoniato e rimonta quasi da solo. Punteggio sul 61 pari a poco più di un minuto dal termine e Virginia cerca di tenere il possesso per garantirsi l’ultimo tiro. Chi mai nel basket moderno farebbe fallo intenzionale in situazione di parità, mandando gli avversari in lunetta solo per riavere la palla prima della fine? Valvano lo fa. Othell Wilson segna il primo libero per Virginia ma sbaglia il secondo, si va dall’altra parte e Lorenzo Charles subisce un fallo mentre tenta di appoggiare a canestro. Charles, sempre il mediocre tiratore ai liberi di cui sopra, fa 2 su 2. Sorpasso 63 a 62 per i Wolfpack, Virginia non riesce più a mettere punti sul tabellone e va a casa. North Carolina State sopravvive e avanza.

Al campus di Raleigh è un vero e proprio pandemonio: i giocatori sono osannati come degli dei e coach Valvano, invece di dir loro di rimanere concentrati sulle prossime partite, gli consiglia di festeggiare e di godersela fino in fondo.

Siamo giunti alle Final Four. Per una volta NC State lascia riposare le coronarie dei propri tifosi e vince la semifinale contro Georgia (che aveva eliminato a sorpresa UNC) abbastanza agevolmente. Ma gli occhi della nazione sono tutti puntati sull’altra parte del tabellone, in cui si affrontano le due vere favorite in quella che da quasi tutti è considerata una vera e propria finale anticipata: Louisville contro Houston.

È una partita semplicemente fantastica, considerata da molti una delle più belle di sempre a livello collegiale. Louisville lotta per buona parte della gara ma nel finale crolla e cede a Houston per 94 a 81. I ragazzi di coach Valvano hanno guardato tutti assieme la partita in hotel e sono sotto shock: ma noi, esattamente, come cavolo facciamo a battere questi mostri?

Il quintetto di Houston aveva un soprannome: “Phi Slama Jama”, per la loro abitudine a schiacciare qualunque cosa volasse sopra il ferro. In quel quintetto c’erano quattro future prime scelte NBA, tra i quali due dei migliori 50 giocatori del ventesimo secolo dei quali forse avete sentito parlare qua e là: Clyde “The Glide” Drexler e Hakeem “The Dream” Olajuwon.

Una squadra da fantascienza, che giocava un basket rapido, esplosivo ed estremamente verticale. Nessuno pensa che NC State possa avere una chance, Valvano racconterà in seguito che persino sua madre aveva scommesso su Houston. In conferenza stampa, alla domanda di un giornalista su come avrebbe affrontato tatticamente la gara, Jimmy dichiara: “Cercheremo di rallentare il ritmo. In pratica, se lunedì sera vinceremo la palla a due prenderemo il primo tiro all’incirca martedì mattina.”

Ma è solo pretattica: alla sirena d’ìnizio NC State parte a razzo dalle gabbie e prova a spingere sull’acceleratore. Grazie anche ai problemi di falli di Drexler e ad una difesa asfissiante si va al riposo sul 33 a 25 per i Wolfpack. Al ritorno dagli spogliatoi però Olajuwon è letteralmente immarcabile e guida un parziale da 17 a 2, che riporta avanti Houston sul 42 a 35 a metà del secondo tempo.

Il problema per Houston è che Hakeem è letteralmente stremato: si gioca ad Albuquerque in New Mexico a oltre 1.500 metri sul livello del mare e nelle pause in panchina il centro nigeriano è costretto a respirare da una bombola di ossigeno. NC State, ancora una volta, rimonta furiosamente e con un parziale di 6 a 0 si porta sul 52 pari a poco meno di un minuto dalla fine. Houston vorrebbe tenere la palla fino al termine ma, non appena la sfera arriva in possesso del freshman Alvin Franklyn, Valvano ordina ai suoi di commettere fallo per mandare in lunetta il più inesperto tiratore di liberi degli avversari. La mossa paga: Franklyn sbaglia, NC State raccoglie il rimbalzo difensivo e Jimmy chiama time-out.

Lo schema disegnato prevede che la palla vada a Whittenbourg per l’ultimo tiro, ma Houston improvvisa una half court trapche per ben due volte va ad un soffio da rubare la palla agli avversari. Con meno di tre secondi sul cronometro Whitt riesce finalmente a prendere l’ultimo tiro, da oltre nove metri e completamente fuori ritmo. Ne esce un airball destinato a finire corto di un metro e quindi a mandare la gara all’overtime. Ma, ignorato da tutti, Lorenzo Charles (sì, ancora lui) raccoglie quello che da un tiro si è trasformato in un lob e schiaccia al volo il pallone sul suono della sirena. È finita. NC State ha completato la sua impresa e ha vinto il titolo NCAA.

In quella che diventerà l’immagine simbolo di questo miracolo sportivo, Valvano corre da solo come un pazzo in mezzo al campo alla ricerca di Whittenbourg, che in tutte le precedenti nove vittorie lo ha sempre aspettato per abbracciarlo ma che stavolta, dopo il trionfo più grande, sta incredibilmente abbracciando qualcun altro.

Valvano il giorno dopo riceve una telefonata dalla Casa Bianca, ma riattacca pensando allo scherzo di un amico. Non lo era. Era il presidente Reagan che voleva congratularsi, perché anche lui aveva seguito con ammirazione la favolosa avventura di NC State. Sports Illustrated ha eletto l’incredibile titolo del 1983 come più grande momento del basket NCAA del ventesimo secolo, ma quella dei Wolfpack è da considerarsi come una delle più grandi sorprese nella storia di tutto lo sport americano, non soltanto di quello con la palla a spicchi.

Dopo quella fantastica stagione, Valvano e NC State partecipano per altre sei volte consecutive alla March Madness, per due volte arrivando fino alle Elite Eight, ma senza essere più in grado di ripetere la stessa magia. L’ultima stagione di Jimmy alla guida dell’ateneo è quella del 1989/90 ed è purtroppo macchiata da una brutta polemica riguardante voti truccati, biglietti rivenduti impropriamente e l’uso di droga da parte degli atleti. Anche se la maggior parte delle accuse si rivelano essere infondate, l’NCAA punisce comunque l’ateneo estromettendo la squadra dalla posteason e Valvano viene immolato come capro espiatorio dal nuovo rettore, che in pratica lo costringe a dimettersi dall’incarico.

Ma Jimmy non si perde certo d’animo, diventando un eccellente telecronista per la ESPN e la ABC oltre che un abile conferenziere. Tiene centinaia di discorsi motivazionali in giro per il paese, tra cui uno documentato da un filmato su YouTube che dovete assolutamente vedere se avete voglia di ridere come pazzi (ma anche di riflettere) per tre quarti d’ora.

A rovinare tutto arriva purtroppo il cancro, un terribile adenocarcinoma che gli viene diagnosticato nel Giugno del 1992. La diagnosi non lascia scampo: nel migliore dei casi gli resta un anno di vita, nel peggiore molto meno. Ma il cancro non spezza la sua voglia di vivere e di combattere. Jimmy passa molto tempo all’ospedale di Duke, dove il vecchio rivale Mike Krzyzewski gli resta sempre vicino. Il coach dei Blue Devils all’inizio odiava quel fare eccessivo del rivale e le sue esultanze a volte esagerate. Ma piano piano venne conquistato anche lui dalla straordinaria vitalità di questo newyorkese di sangue italiano, che aveva sempre il sorriso sulle labbra e sembrava sempre essere contento e felice per ogni cosa.

Il 4 Marzo del 1993 Valvano è invitato a tenere un discorso alla prima edizione degli ESPY, gli Oscar dello sport americano, dove gli viene conferito l’Arthur Ashe Courage and Humanitarian Award. Introdotto dall’amico e compagno di telecronache Dick Vitale, Valvano è devastato dalla malattia e riesce a malapena a camminare, ma tiene un discorso di dieci minuti che passerà alla storia come uno dei più commoventi ed emozionanti di sempre. Vorrei raccontarvelo nei dettagli ma non gli renderei sufficiente giustizia, perciò ve lo lascio direttamente guardare (per i non anglofoni qui trovate la traduzione in italiano).

“Don’t give up. Don’t ever give up.” Il motto della sua fondazione pervade gli ultimi giorni della vita di Jimmy, che fino all’ultimo lotta per sconfiggere quella maledetta malattia che lo sta uccidendo ma che, come dice lui, non potrà mai portargli via la sua mente, il suo cuore, la sua anima.

Valvano muore il 28 Aprile dello stesso anno, solo un paio di mesi dopo aver presenziato, piegato ma non spezzato, alla cerimonia che lo ha reso per sempre immortale ancora più di quel rocambolesco titolo. La sua eredità vive ancora oggi, nelle sue parole e negli oltre 100 milioni di dollari raccolti dalla sua Jimmy V Foundationper la ricerca contro il cancro, milioni che non hanno potuto salvare la sua vita ma che hanno contribuito a salvare quella di molte altre persone.

Purtroppo la scomparsa di Valvano non è l’unico momento triste legato ai protagonisti di questa storia. Il 27 Giugno del 2011, mentre è alla guida di un pullman sulla Interstate 40 di Raleigh non molto distante dalla sede della sua alma mater, Lorenzo Charles (che dopo l’esperienza a NC State divenne un giramondo del basket, passando anche per Desio e Cantù) muore in un incidente stradale.

Dopo il suo funerale, i membri della squadra del titolo 1983 decisero che da lì in avanti si sarebbero riuniti tutti assieme almeno una volta all’anno, per evitare di doverlo fare soltanto in occasione di ricorrenze così tristi. Lo fanno ancora oggi, si riuniscono per ridere assieme, per parlare di quella fantastica cavalcata e per ricordare chi non c’è più.

Jimmy e Lorenzo. Un romantico italoamericano del Queens, con la battuta pronta e lo spirito indomabile, e un gigante d’ebano venuto da Brooklyn, tanto silenzioso e determinato in campo quanto sorridente e gentile fuori dal parquet. Due straordinari uomini di sport, che hanno contribuito a scrivere questa fantastica storia e che per questo non verranno mai dimenticati.

Lorenzo Charles hugging coach Jim Valvano – (Photo by Andy Hayt /Sports Illustrated/Getty Images)