di Marco Pagliariccio
con Nicolò Melli

 

 

 

Se conoscete un po’ Istanbul, è quasi straniante immaginarci in mezzo Nicolò Melli. Una città all’interno della quale ne convivono mille. Quella storica, sulla sponda europea. Quella ultramoderna, nel cuore della parte asiatica. In mezzo, un tessuto sociale brulicante e coloratissimo come uno dei tappeti persiani che potreste comprare al Gran Bazar. Immaginare il suo carattere pacato, trapiantarlo dalla piccola e accogliente Bamberg e impiantarlo in una delle metropoli più centrifuganti del mondo poteva essere uno shock. Ed invece, a quasi un anno e mezzo dal suo sbarco sulla sponda orientale del Bosforo, il lungo del Fenerbahce quel reticolo di grattacieli che circonda la Ulker Sports Arena può chiamarlo casa. «Istanbul è stata una vera sorpresa. Quando ci venivo da avversario non mi attirava molto come città. Ed invece mi sono dovuto ricredere e ne sono contento, è stata una lezione per me. Ma anche quando giocavo a Milano e andavamo in trasferta a Bamberg dicevo che non sarei mai andato a giocare lì. E invece sono stato da dio, questa estate sono pure tornato là per 10 giorni a trovare gli amici che ho lasciato lì. Avere dei pregiudizi non è mai giusto e l’ho capito con l’esperienza. Qui abito a 10 minuti a piedi dal palasport e come me tutti i miei compagni di squadra, anche perché il traffico è infernale e non è il caso di rischiare di fare tardi ad allenamenti, partite o altri appuntamenti». Anche perché sennò poi Obradovic…

 

Le difficoltà vere per il ragazzone di Reggio Emilia non sono state tanto quelle legate alle speziatissime carni turche o ad auto e moto che sbucano da tutti gli angoli. Ma quella di entrare in sintonia con il “sistema Obradovic”. «Lui chiede rispetto delle regole ed è fondamentale per tenere unito un gruppo con giocatori forti come il nostro. Ma posso dire che nessuno in questa squadra abbia problemi con lui. È una persona molto chiara e diretta, non c’è spazio per i fraintendimenti. E quando ci sono va subito diretto al punto per risolverli. Non è stato facile per me entrare nel suo sistema di gioco, anche perché arrivai al Fenerbahce direttamente dalla Nazionale, saltando praticamente tutto il precampionato e venendo subito catapultato in campo. Non me lo dimenticherò mai: arrivai e feci tipo 6 partite in 6 giorni senza un singolo allenamento con la squadra».

E infatti l’esordio in Eurolega in maglia Fener non fu dei migliori: 0 punti, 0/3 dal campo, -5 di valutazione e gialloblu che iniziano capitolando sul non impossibile campo di Malaga. «Onestamente, non ci stavo capendo molto, ci ho messo qualche settimana ad incastrarmi nei meccanismi. Ma in realtà al di là dell’enorme quantità di schemi che utilizza il coach, il sistema di gioco nel suo complesso è piuttosto lineare. Una volta che sei in quell’ordine di idee, capisci il suo modo di intendere il gioco e poi vai in automatico».

E infatti passa una settimana e il biondo numero 4 firma subito il primo acuto con la sua nuova casacca. In una partita tutt’altro che banale: il Fener passa all’overtime al Forum contro Milano e Nik firma una prova da MVP con 15 punti, 11 rimbalzi ma soprattutto quella presenza mentale e quella sicurezza che lo avevano consacrato negli anni di Bamberg alla corte di coach Trinchieri. «Lui e Obradovic sono accomunati dalla grande voglia di vincere e dall’essere degli eccellenti studiosi del gioco, ma hanno sistemi e modi di impostare le loro squadre completamente diversi. Zeljko ha già vinto tutto, ha raggiunto uno status riconosciuto da chiunque. Ad Andrea auguro davvero di raggiungerlo».

È stato un crescendo rossiniano la prima stagione turca di Melli. Un inizio al piccolo trotto, una fiducia andata in crescendo fino all’exploit della finalissima di Eurolega contro il Real: non è roba da tutti tirare fuori il proprio career-high in una partita del genere.

Solo che la coppa se la sono presa i blancos. La rivincita è diventata l’ossessione di Melli, più delle statistiche, più delle presunte difficoltà economiche del Fener, più della NBA. «La questione economica in realtà ci ha solo sfiorato, ci sono stati dei ritardi nei pagamenti la stagione scorsa ma niente di particolare e quest’anno fino sono stati precisi al secondo. Non ho mai pensato di andarmene per queste cose, l’unica cosa che mi ha turbato è la situazione politica turca. C’è stata una crisi molto forte, ma credo fermamente nella dirigenza del club per cui sono rimasto senza alcun rimpianto. Ci sono stati interessamenti da parte di alcune franchigie NBA, ma in realtà io non ci ho pensato più di tanto. Dopo aver perso una finale come quella che abbiamo perso lo scorso anno la voglia di riprovarci è tantissima, il resto non conta più ora».

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Per riprovare l’assalto al trono d’Europa, il Fenerbahce ha cambiato il meno possibile. Certo, se ne sono andati pezzi importanti come Wanamaker, Nunnally e Thompson ma il nucleo è fondamentalmente lo stesso della passata stagione. «Il cambio di regole nel campionato turco, con la possibilità di schierare un giocatore straniero in meno rispetto all’anno passato, ha influito sulla costruzione della squadra perché se lo scorso anno avevamo nove stranieri per sei posti utili in BSL, quest’anno la società è dovuta scendere a otto. Ma credo che sia fondamentale il fatto che la squadra si rimasta in larga parte invariata. È una chiave importante e non a caso tutte le big hanno cambiato e in generale cambiano pochissimo ogni stagione. È un elemento facilitante per tutti, sia per i giocatori che per gli allenatori perché aiuta ad entrare subito nei meccanismi. Noi in particolare siamo sicuramente un ottimo gruppo e anche questo non me l’aspettavo un anno fa quando sono sbarcato qua. Pensavo che in una squadra di altissimo livello come il Fenerbahce ci fossero tante prime donne, giocatori con un grande ego e quindi i rapporti fosse condizionati da questo. E invece sicuramente la personalità non manca e qualche “scontro” a volte capita ed è normale, ma i ragazzi sono davvero tutti eccezionali, è piacevole stare con loro in trasferta, in volo, in albergo. È una grande qualità che abbiamo e uno dei nostri punti di forza».

Una stagione cruciale quella iniziata da un paio di mesi per Nicolò. A 27 anni è ormai uno dei lunghi più forti e versatili d’Europa, capace di incidere su una gara giocando in post o fronte a canestro, creando per sé e per i compagni, con attitudine difensiva e a rimbalzo che ha pochi eguali. Trinchieri ne ha fatto un secondo playmaker in campo, quella che in America chiamerebbero “point forward”, Obradovic l’ha consacrato ad arma totale. Una maturazione lenta ma che continua ad andare avanti inesorabilmente. «Migliora ogni anno come una buona bottiglia di vino», ci aveva detto qualche tempo fa l’attuale coach del Partizan Belgrado.

La nostra intervista con Melli realizzata per adidas e Eurolega l’anno scorso (nelle impostazioni potete selezionare i sottotitoli in italiano)

 

Presto questo miglioramento costante potrebbe portarlo ad essere il settimo giocatore italiano a calcare i campi americani. Ma non prima di aver coronato quel sogno di nome Eurolega.

I turchi, intanto, hanno cominciato prendendo il comando nella classifica della competizione e Melli sta dando il suo solito apporto, un apporto che va oltre le cifre ma che nell’essere un punto fermo per i gialloblu, un pretoriano di coach Obradovic pur appena alla seconda stagione ai suoi ordini.  L’estate passata, Nick l’ha voluta trascorrere a sistemare un ginocchio in disordine in modo da arrivare tirato a lucido per l’inizio di questa annata così delicata ed importante per la propria carriera.

«Proprio per questo ho detto no alla Nazionale per la finestre delle qualificazioni ai Mondiali di giugno. Ne ho parlato con coach Sacchetti, gli ho chiesto un paio di mesi per sistemare questa mia situazione e poi a settembre ho risposto presente. Questa estate il mio focus è stato tutto su questo problema, ma in generale cerco di stare a casa il più possibile: dopo nove mesi in giro per l’Europa cerco di stare con la famiglia e gli amici il più possibile. Ma ho sempre un mio programma personale e anche se sono in giro cerco di avere sempre una palestra vicina dove poter fare il lavoro che devo. È fondamentale questo aspetto perché i lavori che fai in off-season difficilmente hai tempo poi di replicarli durante la stagione. Diciamo che questa estate mi sono soffermato particolarmente sull’aspetto fisico-atletico perché era legato alla condizione del ginocchio, magari nelle altre avevo prestato attenzione più ad aspetti tecnici, ma solo perché stavo meglio fisicamente, tutto qua».

Purtroppo per la Nazionale, i problemi fisici e la conseguente assenza di Melli durante le sfide di fine giugno con Croazia e Olanda sono state sicuramente un elemento nel doppio ko azzurro. Ko che non ha influito sul passaggio al secondo turno e l’Italia resta comunque ad un passo dal ritorno ai Mondiali dopo 13 anni, ma certo con un Melli nel motore magari una vittoria in più, quella che manca per staccare il biglietto per la Cina, oggi magari sarebbe già nelle mani di coach Sacchetti. «Purtroppo a causa di queste finestre scellerate giocatori come me e Gigi non possono esserci sempre, ma ci teniamo, quando siamo riusciti siamo sempre venuti. Il Mondiale è un grande traguardo, personalmente terrei molto ad esserci e speriamo che tutto fili lisci nelle partite di febbraio. Purtroppo la dovrò seguire dal divano come tutti voi, ma sono cose che purtroppo non dipendono da noi».

Tra campionato, Eurolega e coppe varie, di tempo morto in stagione non ce n’è molto. Ma quando è possibile la piccola colonia italiana a Istanbul composta da Melli, Datome, Zandalasini e Sottana si ritrova per tenere alto il tricolore anche a tavola. «Sembra paradossale visto che siamo nella stessa società, ma in realtà non ci sono moltissime occasioni tra gli impegni nostri e della squadra femminile. Quando possiamo ci vediamo per scambiare due chiacchiere ed uscire insieme, ma purtroppo non così di frequente».Se si va a cena, però, non fate ordinare Nick che col turco ancora ha qualche difficoltà. «Vabbè, ma tanto ci pensa Gigi…».