La mano di Hawes che gli graffiava il braccio, Carlos che non si decideva a tagliare e aspettava il pallone dalla media, il flash di un fotografo sotto al canestro, una signora in quarta fila che si frugava nella borsa. Poi un crac. Un rumore agghiacciante, di quelli che ti mandano i brividi lungo la schiena, e allo stesso tempo fortissimo, assordante. Avresti detto che si fosse sentito nel parcheggio dello United Center, ma in realtà nessuno dei giocatori in campo sembra averci fatto caso. L’azione prosegue, qualcuno tira, la palla passa nell’altra metà campo. Sembra passino ore intere, ma nessuno ferma il gioco. In realtà è difficile dirlo, perché pare che qualcuno stia abbassando le luci. La partita è finita? Il pubblico non può essere andato via così in fretta. Non si sente nulla, se non l’eco di quel crac che ancora risuona nelle orecchie, senza diminuire d’intensità.


Rose si svegliò, il volto sprofondato nel cuscino e illuminato a intermittenza dalle decorazioni natalizie della casa di fronte. Rimase qualche momento così, senza muoversi. Le luci coloravano l’aria all’esterno, resa opaca dalla nebbia e dall’umidità.
Gli capitava spesso di sognare quella sera maledetta in cui si era distrutto il crociato. Alcune di quelle immagini erano ormai talmente familiari per lui da fargli prendere subito consapevolezza di trovarsi nel sogno per l’ennesima volta.

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La signora in quarta fila, in particolare. Chissà cosa cercava con tanto affanno. Le chiavi di casa? Il portafoglio?
D’accordo, la gara era ormai decisa – a questo pensiero ebbe una fitta al ginocchio, probabilmente autoindotta – ma se si fosse trovato in quella seggiola lui, da adolescente, non avrebbe staccato gli occhi dal parquet neanche per un secondo. Con quello che saranno costati quei biglietti, poi.

Talvolta ripercorreva la serata nei minimi dettagli. Altre, come stanotte, succedeva qualcosa di strano, oppure il sogno cambiava improvvisamente.
Il peggio però era quando sognava di atterrare su entrambi i piedi, in equilibrio, e non sentire il solito crac: sognava di continuare a giocare come se nulla fosse, di uscire dal campo qualche possesso dopo.
Se si accorgeva di star sognando, quasi gli veniva voglia di non svegliarsi più.
Di restare in quella versione più facile – più giusta? – della sua vita.

Decise di alzarsi: erano le 4 di notte, ma Alaina era ancora da sua madre con Layla, quindi non avrebbe svegliato nessuno. In più, non credeva che avrebbe ripreso sonno a breve.
Si mise a sedere, infilò le ciabatte e si alzò, dirigendosi verso la finestra.
La nebbia si era infittita, e ora i cambi di tonalità delle luci sembravano illuminare l’intera strada, per via della refrazione. Era così che si chiamava? Ricordava di aver studiato qualcosa di simile ai tempi del liceo.

Si diresse in salotto, strascicando i passi. La caviglia non gli faceva già più male, ma coach Thibodeau aveva deciso di lasciarlo in borghese per la partita contro i Thunder della scorsa notte. Anche la vita di Thibs, tutto sommato, era stata radicalmente cambiata da quella serata di primavera di sei anni fa, quando sembrava avesse per le mani una contender per il titolo.  Se all’epoca lo criticavano per dare un minutaggio troppo ampio ai titolari, ora invece preferiva andare cauto quando un giocatore mostrava qualche problema fisico. Se poi il giocatore era lui, Derrick Rose, la cautela sembrava non essere mai troppa.

Avrebbe voluto giocare, si sentiva in grado. Ma non poteva onestamente criticare la scelta di Thibs, né se ne rammaricava poi così tanto: l’infame caviglia gli dava problemi a intermittenza da anni ormai, e sapeva che da un momento all’altro la semplice sensazione di fastidio poteva diventare dolore acuto.

Aprì la credenza, cercando qualcosa da bere. C’era quel vino toscano che gli aveva regalato Jimmy, dopo la partita contro Utah. Tenuta San Guido Sassicaia Bolgheri, diceva l’etichetta: non era neanche sicuro di come si pronunciasse, figurarsi se l’aveva aperto. Rose era più un tipo da cocktail che non da bicchiere di vino, mentre Jimmy ne era esperto. O dava l’idea di esserlo.

Non gli andava di berlo caldo, quindi decise di metterlo fuori in balcone per un po’. Con la temperatura glaciale che c’era, probabilmente sarebbe stato meglio del frigo. Doveva solo ricordarsi di recuperarlo, altrimenti sarebbe congelato: lo spiffero polare che lo investì aprendo la porta/finestra sembrava quasi sottolineare questo pensiero, ponendogli un monito in tal senso.

In tutti questi anni non era mai riuscito a inquadrare davvero Jimmy Butler. I media – soliti avvoltoi – nei suoi ultimi mesi a Chicago avevano riempito i tabloid sportivi di illazioni su come loro due non andassero d’accordo, su come non ci fosse più sintonia, su come forse questa sintonia non c’era mai stata. Lui, Rose, era dipinto come il vecchio leone che non riusciva ad accettare di essere stato esautorato dal leone più giovane: eppure tra loro correva a malapena un anno di età!

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La verità è che non aveva nessun problema con Jimmy. Non erano certo migliori amici e non si erano sentiti così spesso quando non condividevano lo stesso spogliatoio, ma c’era grande rispetto reciproco. Entrambi riconoscevano le difficoltà che l’altro aveva affrontato nella propria vita e stimavano la determinazione a superarle, dando supporto quando serviva. Rispetto e supporto erano più che sufficienti per Rose: non è poi necessario essere intimi con tutti.

Era stato uno dei pochi a dargli ancora speranza quando, all’inizio dell’anno, aveva deciso di prendersi una pausa dalla pallacanestro. La depressione era tornata colpendo forte, ed era stato a tanto così dal decidere di smettere una volta per tutte. Eppure Jimmy aveva detto pubblicamente che credeva che l’NBA avesse ancora uno spazio per lui.

Si sedette in poltrona lentamente, appoggiando la gamba sinistra sul tavolino. La caviglia emanò una fitta amichevole.

L’opinione di Jimmy era decisamente controcorrente rispetto alla famigerata opinione pubblica. Dopo essere stato scambiato a Utah era stato tagliato subito, come l’etichetta di un vestito nuovo che non vuoi rischiare si veda quando esci con gli amici: la sintesi perfetta della considerazione che la lega aveva ormai di lui. Non aveva neanche messo piede a Salt Lake City.

Non che l’avesse presa così male, a dirla tutta. In questo modo aveva ricevuto l’opportunità di scegliere di giocare per la squadra che più gradiva, e la chiamata di coach Thibs non aveva tardato ad arrivare. I Timberwolves sembravano essere gli ultimi disposti a dargli un’opportunità, e non poteva essere un caso che a Minneapolis ci fossero Jimmy, Thibs e Taj Gibson: tre dei quattro giocatori rimasti nella lega con cui aveva condiviso lo spogliatoio da MVP.
Per ironia della sorte il quarto, Korver, era approdato da poco proprio ai Jazz.

Fuori, tra la nebbia e le luci, qualche fiocco di neve aveva iniziato timidamente a volteggiare giù dal cielo. In lontananza il rumore di un grosso veicolo: doveva essere il camion della spazzatura. Rose mandò un pensiero di solidarietà allo spazzino che aveva il turno proprio la notte della vigilia.

Ricordava con nostalgia quanto aspettasse il Natale da bambino, la trepidante eccitazione che provava scartando i regali: a un quarto di secolo e diverse delusioni personali e professionali dopo, riteneva normale e legittimo non sentire particolarmente lo spirito natalizio.
Eppure, qualcosa restava.

Nonostante non aspettasse più Babbo Natale o non temesse di essere visitato da tre spettri minacciosi, riconosceva come il Natale fosse un ottimo momento per fermarsi e fare il punto della situazione.
Per tanti anni aveva constatato come, ad ogni Natale, si sentisse peggio rispetto al precedente. Non in maniera drastica, magari, ma lievemente peggio.
Con costanza.
Non tanto per il denaro, o per la famiglia. Il contratto di adidas del 2012 gli avrebbe dato da mangiare – lussuosamente – ancora per molti anni.  Con Alaina andava tutto alla grande, anche dopo il temuto matrimonio. La piccola Layla era ancora troppo piccola per dare grattacapi. Vedeva Junior con regolarità, e riusciva a fare l’opposto con sua madre.

Tuttavia constatava, con regolarità, di ritenersi più infelice rispetto all’anno scorso.

Era consapevole che la sua infelicità fosse ingiustificata, che ci fossero milioni di persone che avrebbero fatto patti col diavolo per vivere la sua vita. Sapeva che avrebbe dovuto farsi il suo Natale da milionario senza patemi. Ma semplicemente non riusciva.

Non aveva mai voluto essere il migliore di tutti, o il più grande giocatore di sempre. Quel trono per lui spettava ad un signore la cui maglietta vegliava il parquet dello United Center, appesa al soffitto.
Voleva semplicemente giocare a pallacanestro, perché gli piaceva, e il caso aveva voluto che avesse anche il talento per farlo bene. Da parte sua, ci aveva messo la voglia di mettersi sotto col duro lavoro in palestra e di migliorarsi ad ogni giorno.

Era capitato nella squadra della sua città, con un coach che gli permetteva di esprimersi in campo come voleva e una squadra di gregari pronti a fare il lavoro sporco.
Si era ritrovato ad essere il migliore di tutti, anche se per un periodo di tempo limitato.
Era l’uomo giusto al momento giusto: dopo che LeBron aveva abbandonato Cleveland per passare agli Heat, la lega cercava disperatamente un nuovo posterboy

Il camion della spazzatura era arrivato ad un isolato di distanza. Tra la nebbia, intravide lo spazzino scendere dal veicolo e dirigersi verso i sacchi lasciati sul bordo del marciapiede.
La neve stava cadendo più forte ora, e aveva già formato una candida coltre sulla strada e il marciapiede che contribuiva al gioco di riflessi causato dalle luci natalizie.

Paradossalmente, Rose non aveva trovato particolarmente difficile arrivare ad essere il migliore. Era stato faticoso, magari, nel senso letterale di affaticamento fisico, ma ricordava vividamente come tutto sembrava venirgli naturale: il fondamentale tecnico, la leadership in campo, l’allenamento sui propri difetti.

Aveva trovato molto più difficile a non essere più il migliore.

Non era una questione di orgoglio ferito, o di competitività: era stato fiero di vedere Jimmy Butler che, in sua assenza, da semplice gregario si prendeva la squadra sulle spalle e si guadagnava sul campo il ruolo di leader, e non aveva avuto problemi a riconoscere il nuovo status.

La sua principale fonte di turbamento era la semplice consapevolezza di non poter più fare quello che faceva prima, di non poter essere lo stesso Derrick Rose. Con il secondo infortunio, poco dopo il rientro dal primo – lo aveva detto al suo agente B.J. che quella campagna pubblicitaria “The Return” era una pessima idea – era subentrata anche il timore di restare nuovamente fermo a lungo.
Da allora aveva sempre giocato con la paura, più o meno intensa, di farsi male. Ad ogni entrata, ad ogni rimbalzo, ad ogni arresto, sapeva che bastava un appoggio sbagliato del piede per sentire quel crac che saltuariamente infestava le sue notti, in una sorta di memento mali.
A nessuno piace giocare con il cuore pesante per il timore di infortunarsi.

Lo spazzino aveva caricato l’ultimo sacco sul camion, e ora stava risalendo. Era ingobbito per il freddo e si sfregava le mani, nel vano tentativo di riscaldarle. La neve continuava a fioccare, ma il cielo iniziava, timidamente, ad illuminarsi: l’alba non doveva essere lontana.

L’anno scorso a Cleveland aveva iniziato forte, partendo in quintetto per sostituire Isaiah Thomas: sentiva di essere in forma, di poter dire la sua, qualcuno già pensava che potesse conquistarsi il posto da titolare fisso. Nonostante l’ambiente fosse tutto fuorché accogliente, poteva quasi dirsi soddisfatto.

AP Photo/Tony Dejak

Poi la solita caviglia, l’esaurimento nervoso, la trade, il taglio e tutto è andato in malora.

Ma quest’anno c’era qualcosa di differente. Lo sentiva nell’aria già quando Thibs gli aveva telefonato la scorsa primavera, spiegandogli la necessità che si adattasse a giocare stabilmente da sesto uomo. Era un turning point che l’aveva sempre spaventato: l’ammissione di non riuscire più a tenere il campo per trenta minuti, la confessione di non essere all’altezza.

Eppure, per qualche ragione, qualcosa dentro di lui – probabilmente qualche articolazione – gli suggeriva che fosse la scelta giusta. Se a proporlo era Thibodeau, un coach che lo rispettava e che aveva sempre avuto fiducia in lui, doveva necessariamente essere per il suo bene.
E se la stagione scorsa era finita in modo poco edificante, perlopiù per i contrasti tra Jimmy e i giovani della squadra – in cui aveva pensato bene di non mettere becco – con la nuova stagione si sentiva rinvigorito.
Per la prima volta, dopo tanti piccoli passi indietro, sentiva di aver fatto un passo avanti. E poi la gara con Utah…

Rose balzò in piedi dalla poltrona, facendo protestare vivamente la caviglia. Aveva dimenticato il vino fuori! Corse ad aprire la porta/finestra ma la bottiglia ormai aveva una maggiore utilità come oggetto contundente che non come bevanda. Si diresse in cucina per appoggiarla nel lavandino, con buona pace di Jimmy.

In quella partita era scattato qualcosa. Era come se gli ultimi sei anni non fossero mai trascorsi, come se qualcuno avesse semplicemente messo la sua vita in pausa ed ora avesse iniziato a scorrere nuovamente. Era come se stesse vivendo il sogno notturno in cui giocava gara 1 contro i Sixers senza infortunarsi.

Tre punti, due punti, attacco al ferro, arresto e tiro: gli entrava davvero tutto. E da un momento all’altro aveva giocato la migliore gara della sua carriera, a sei anni di distanza dalla sua migliore forma fisica.
Dopo il termine della gara non era riuscito a trattenere le lacrime. Molti avranno pensato che fosse commosso, ma lui non era sicuro che si trattasse semplicemente quello: era stato investito da una complessa pletora di emozioni, una matassa difficile da districare con raziocinio.
Dopo anni passati a convincersi di doversi accontentare, di dover mettere pace con il fatto che il suo corpo non fosse più quello di un tempo, ecco che si trovava a mettere in piedi la migliore prestazione della sua carriera.
Vuol dire che c’è ancora speranza? Che poteva tornare davvero quello di un tempo? Che questa speranza poteva essere infranta nuovamente da un nuovo infortunio? O forse non c’era proprio una speranza, ed era un semplice canto del cigno dovuto all’evoluzione del suo gioco e alla difesa pigra di Ricky Rubio?
Queste e altre domande affollavano la sua mente subito dopo aver stoppato il tiro di Exum, con l’assordante suono della sirena che gli rimbombava nelle orecchie e Okogie che lo abbracciava, stringendolo forte: ancora non aveva trovato una risposta definitiva.

Eppure forse il trucco era proprio questo: non trovare una risposta. Anzi, non porsi proprio la domanda: doveva solo continuare a giocare, senza alcun pensiero, come aveva fatto contro Utah. È come quando ci si trova a tirare un piazzato con il difensore che ti lascia smarcato: esitare, pensare, riflettere troppo a lungo può portare facilmente all’errore.

Sul muro di fronte a lui c’era, incorniciata in una teca, una canotta numero 23 dei Bulls. “I limiti, come le paure, sono solo un’illusione” aveva notoriamente detto l’ultimo giocatore a vincere un MVP con quei colori prima di lui.
E se il suo limite fosse proprio la paura stessa? Se fosse l’assenza di paura e di rimpianti il vero segreto per fare diventare realtà un semplice what if?

Rose decise di non darsi una risposta. Non gli interessava.

Aveva smesso di nevicare, e all’orizzonte il sole tingeva di arancione, rosa e mille altri colori i cumuli di nubi che iniziavano, lentamente, a diradarsi.

Era la mattina di Natale, e Derrick Rose si sentiva più in pace con sé stesso rispetto allo scorso anno.

Brace Hemmelgarn-USA TODAY