“With the 9th pick in the 2003 NBA Draft, the New York Knicks select Michael Sweetney, from Georgetown University.”

[David Stern, Madison Square Garden (NY), 26/6/2003]

 

Tantissimi appassionati di palla a spicchi considerano il Draft del 2003 come il più clamoroso di sempre; altri, un po’ più vecchi ma con memoria lucida, lo mettono pari o al di sotto edizioni quali quella del 1984 (Olajuwon prima di Jordan, Sir Charles Barkley) e del 1996 (Iverson, Nash, Kobe Bryant, tanto per intenderci). Ogni tanto, quando ci s’incontra al campetto d’Estate, si scherza e si ripensa a quella sera con i suoi personaggi, le storie intrecciate. Il vestito bianco di LeBron James che sapeva di restare a casa, in una città che l’avrebbe amato e odiato nel giro di qualche anno. La curiosità per Darko Milicic, visto ultimamente bere birre alla goccia a petto nudo in una qualche festa nazionalista serba. Se era più forte il 23 o Melo Anthony, senza contare Bosh e D-Wade: gente che ce l’ha fatta da sola, chi con un aiutino, chi invece sta ancora aspettando il suo momento di gloria, perlomeno quello NBA. Se ai tempi Whatsapp fosse esistito non c’è dubbio che, in America, quella sera la rete telefonica sarebbe esplosa.

In tutto questo, subito dopo Kaman o Heinrich ma molto prima di David West, Diaw e Josh Howard, David Stern fece un nome che, a buona ragione, sollevò l’approvazione generale degli scetticissimi tifosi Knicks.

mike sweetney rookie draft

Apro una piccola parentesi. Sono il più classico dei ‘5’ di peso di una squadra di serie D emiliano-romagnola. Simpatizzo i Glen Davis, i Boris Diaw o le Memphis di questo mondo, ho sempre apprezzato i pivot vecchio stampo, i giocatori grassi o ignoranti, alla Scot Pollard. ‘Sweet Mike’ è certamente uno di questi, perché se a 2.03m hai una carriera NBA con quel girovita e facendo una fatica bestia a schiacciare, hai tutta la mia solidarietà. Questo è un mio, personalissimo omaggio ad un giocatore per il quale avrei decisamente comprato la maglia.

Mike Sweetney venne scelto con la n.9 da New York dopo tre anni passati a Georgetown, college dove erano già transitati alcuni lunghi piuttosto interessanti (Patrick Ewing, Alonzo Mourning, Dikembe Mutombo). Chiuso l’anno da junior a quasi 23 di media, fu l’unico giocatore di tutta la stagione NCAA 2002/2003 a chiudere nella top20 dei marcatori e dei rimbalzisti. Nel più classico esempio di ‘Nomen omen’, i punti di forza di Sweetney erano due mani da pianista lirico e un fisico che, sebbene fosse già monitorato da diete apposite e rigidi controlli, fino a quel momento della sua carriera aveva causato molti più problemi ai suoi avversari che a sé stesso. Nessuno avrebbe immaginato, però, che quei 120 kg malcontati lo avrebbero reso un’ombra, sovrappeso e invisibile.

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Guidati dal talento pazzo del newyorchese Stephon Marbury, i Knicks chiusero quella stagione sotto il 50% di vittorie e spazzati via al primo turno di play-off, contro i New Jersey Nets di Kenyon Martin e Jason Kidd. Fu durante il periodo fra training camp e preseason, poco prima di cominciare la propria stagione da rookie NBA, che Sweetney apprese la notizia che lo avrebbe sconvolto per sempre. La morte di papà Samuel, l’uomo che gli aveva consigliato di provare la pallacanestro per ‘tirarsi fuori dalla strada’, la persona che lo aveva visto giocare e tenere le sue statistiche per tutte le partite fra High School e Università. La sua guida, semplicemente.

Il dolore dell’ex Georgetown fu enorme, e sfociò subito in depressione. La madre gli chiese se voleva tornare davvero a giocare nella Grande Mela: il contratto era già stato firmato, lei era rimasta senza lavoro così come il fratello, ma era l’ultima cosa che si sarebbe sentito di dover fare. Le cose peggiorarono da lì a breve. In quei mesi ricominciarono ad affiorare i ben noti problemi di peso, cui gli stessi genitori in gioventù erano affetti e lo stesso Sweetney, a partire dai 5-6 anni di età. L’ala/centro mise piede in campo solo 42 volte nel 2003/2004: 233 presenze totali in 4 stagioni fra New York e Chicago, a seguito delle quali fu proprio il Chicago Tribune a dedicargli una cinica stilettata. “Se Michael Sweetney non riuscirà a perdere chili, il suo futuro NBA sarà a fortissimo rischio”. Mai previsione fu più azzeccata: ‘Sweet Mike’ sparì totalmente dalle scene e dalle arene americane fra il 2007 e il 2009.

“La depressione ha 5 sintomi. Non ti curi di te stesso, non hai voglia di vedere nessuno, sentirsi tristi e senza speranza, dormire tanto e mangiare o troppo poco, o a dismisura. E io, io ho sempre mangiato tantissimo.”

“Michael Sweetney era generosamente messo in lista dall’ufficio stampa dei Boston Celtics a 295 libbre. Se dovesse venire in Italia, cosa che non escluderei, e a Natale incontrasse l’amore della sua vita, il Panettone… ecco, se ne fa 4 in un quarto d’ora. Ma proprio ‘pam-pam-pam-pam.’ “

[Federico Buffa, telecronaca BOS @ MIA, 2011-2012]

Fallita anche l’ultima opportunità per restare nel carrozzone NBA con i Boston Celtics, nel frattempo la lega era stata scossa dalla morte improvvisa di Robert ‘Tractor’ Traylor, deceduto nel Maggio del 2011 per un attacco di cuore a Porto Rico. Anche Traylor aveva convissuto nel corso della sua carriera con problemi di peso evidenti, comparabili in tutto e per tutto con quelli di Sweetney. Con Sweetney aveva condiviso il ruolo in campo e la lega portoricana, avrebbe condiviso, qualche mese più tardi, persino la sua ultima fermata cestistica (gli sconosciuti Vaqueros de Bayamòn). Ma nessuno aveva in chiaro ciò che aveva portato Michael a tutto questo: la depressione per la perdita del vecchio padre, talmente forte da tenersela solo per sé per parecchi anni, paradossalmente la cosa più difficile da smaltire. In una recente intervista, Sweetney ha dichiarato che la scelta di non confrontarsi è stata, col senno di poi, assolutamente sbagliata. Il paragone con Traylor stava per divenire totale.

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“Avevo paura di parlarne con i miei compagni, chissà cos’avrebbero pensato nei miei confronti. Oggi, sono uno dei portavoce dell’associazione UMTTR (‘You Matter’), assieme a un’altra signora che ha avuto il figlio suicida per colpa della depressione. Si era infortunato gravemente ai tempi del liceo, l’idea che non potesse più giocare a basket l’aveva distrutto. Siamo diventati amici, entrando in confidenza con lei ho rivalutato tante cose. Ora sono sposato, ho dei figli. Questo è senza dubbio il periodo migliore della mia vita.”

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Le ultime tappe di Sweet Mike sembrano più dei nuovi cocktails che delle squadre di basket (Guaiqueríes de Margarita, Brujos de Guayama), e lo hanno portato a conoscere l’America latina meglio di un Cristoforo Colombo qualsiasi. Sconfitta ufficialmente la depressione, lo scorso Novembre ha firmato per l’Urunday Universitario, in Uruguay: nonostante la bilancia recitasse 168kg, ha debuttato con una doppia doppia da 10 e 18 rimbalzi. Il 17 Dicembre ha tenuto una conferenza nel palazzo dello sport di Montevideo incentrata sulla sua esperienza, cui hanno partecipato tutti i ragazzi della polisportiva.

“Guardo l’NBA tutti i giorni, tifo Washington perché è la squadra della mia città. Ogni tanto mi sento con Trevor Ariza, o altri ex giocatori come Ben e Rasheed Wallace. Ho il rimpianto che le cose non sono andate come avrei voluto, ma l’ho accettato. Sono molto più sereno, perché non mi sento più solo.”

Sto ancora cercando la tua canotta dei Vaqueros, ma la troverò. Te lo giuro Mike, la troverò.