illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Luca Mich
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Aprile 2011, è una giornata tersa a New York City dopo il classico acquazzone primaverile, una di quelle dove basta uscire di casa (una stamberga umida nell’Upper West Side in questo caso), con sneakers ben allacciate, cuffioni in testa, snapback rivolto all’indietro, cupkacke burrosa di Magnolia Bakery tra i denti e direzione East Village: pare infatti che lì ci sia un negozietto gestito da un accumulatore seriale di memorabilia NBA ed è decisamente il caso di passare a dare un’occhiata. Si chiama Mr Throwback ed è il New York best kept secret per chi ama collezionare canotte vintage, altrochè NBA store, quel metro e novanta bianco latte colleziona e rivende da anni qualsiasi cosa riporti la silhouette di Jerry West in campo rosso/blu con una dedizione maniacale. Non è più l’NBA dei vostri padri? Come dite? I padri ormai siete diventati voi? Beh allora un po’ di acqua sotto i ponti ne è passata e probabilmente siete tra quelli che darebbero un rene per una canotta di Stacey Augmon, o per una Champion Atlanta di Mookie Blaylock, una sopramaglia di Anthony Mason o una replica di Glenn “Big Dog” Robinson: Mr Throwback è il posto che fa per voi e pur non essendo padre è decisamente quello che fa per me.

Flash forward di qualche ora dallo shopping compulsivo: il Madison Square Garden è gremito per una delle ultime partite dell’ennesima regular season perdente dei Knicks, d’altra parte Wade e soci sono in città ed è una di quelle sere dove i clap del pubblico vanno all’avversario. Si chiama entertainment, si scrive anche sportività. Inutile dire che a palazzo ci vado con l’antiquariato di Mr. Throwback addosso, sfoggio con un certo orgoglio quel numero 8 sulle spalle e mi accorgo subito che quella maglia ha qualcosa di speciale per molti…

Birra da 9 dollari (!), hotdog becero degno del suo nome letterale, e via verso i seggiolini del primo anello.

Hey man, where did you get that shirt?” (dove hai preso quella maglia?)

Oh my, he was a player” (lui si che era un giocatore)

“Tell them they should retire that jersey (digli che dovrebbero ritirarla quella maglia)

…pare io sia circondato da commenti entusiasti di apprezzamento: la maglia, con buona pace per il Gallo che ne indossa lo stesso numero quell’anno, è dell’unico vero number eight passato per di qua, portando miracolosamente la squadra del 1999, l’anno del lock-out, in finale NBA contro i San Antonio Spurs: è la “alternate jersey” nero arancio di Latrell Sprewell, the human videogame, per tutti in città semplicemente “Spree”.

Foto nba.com

Latrell Sprewell sta agli anni 90 all’incirca come Ron Artest sta agli anni dieci: un pensatore libero dalla ferocia agonistica paragonabile forse solo a quella di The Answer o, più di recente (lo ricorda in molte fasi di gioco sopra le righe), a quella di Russel Westbrook, purtroppo ad un certo punto tramutatasi solo in ferocia fine a se stessa, fatto che segnò irrimediabilmente tutta la sua carriera e pure il suo ricordo ad anni di distanza, ma su questo torneremo più tardi.

Spree nasce in una famiglia modestissima a Milwaukee e trascorre parte della sua infanzia nella decadente Flint (all’ultimo controllo una delle città più pericolose degli States, con il più alto tasso procapite di omicidi) seguendo l’hobby del padre, uno spacciatore di crack in cerca di fortuna al largo del Wisconsin. Ragazzo solitario ed introverso, inizia a giocare a basket proprio a Flint ma nell’anno da freshman alla high-school viene tagliato.

Foto SportsBlogcom

Ritorna a Milwaukee dove viene notato da John Halmond (qualche anno più tardi GM dei Bucks) che lo propone al piccolo College locale Three Rivers Community di cui farà le fortune mettendolo sulla mappa NCAA con un paio di apparizioni al torneo. 2 anni dopo Spree terminerà gli “studi” ad University of Alabama dove in coppia con Robert Horry mostrerà già tutte le sue doti che lo renderanno una vera bestia sui parquet NBA qualche anno dopo: gran lavoro sulle linee di passaggio, ferocia difensiva, palla rubata e contropiede che si conclude con fragorose bimani che attentano regolarmente alla salute di retine e tabelloni. Inizia lì la leggenda di “The Human Videogame” il videogioco umano, con riferimento alle follie acrobatiche e alle velocità folli raggiunte dai players del gioco arcade per eccellenza dell’epoca: NBA JAM!

Foto Slam

Latrell è ormai eleggibile per il draft NBA e alla 24 lo chiamano i Golden State Warriors reduci dall’era più eccitante ed insieme deludente della loro storia recente, aka The Run-TMC era, quella del trio meraviglia purtroppo scioltosi troppo presto in epoca pre big-three, composto da Tim Hardaway, Mitch Richmond e Chris Mullin. Via Mitch, dentro Spree e la stagione si conclude sotto il 50% di vittorie ma con molto hype addosso, come testimonia la leggendaria cover di SLAM con Crossover Tim ed il nostro Spree a fissare la camera da sotto in maglia bianco/giallo/blu.

Andrà meglio l’anno dopo con l’arrivo della meraviglia del parquet a nome Chris Webber (poi rookie dell’anno) e con un Latrell da oltre 43 minuti di media e verso i 20 punti a partita guadagnati a suon di contropiedi, schiacciate, halley-hoops, fadeaways.

Scorrete la lista del miglior quintetto all NBA 1995, alla voce guardia sua maestà…Michael…ehm, no. Alla voce guardia, complice l’anno sabbatico di MJ certo, ma non è un demerito dell’allora numero 15 in maglia guerriera, compare il nome di Latrell Sprewell. Niente male eh?

Si peccato che la dirigenza Warriors abbia le idee poco chiare, fa e disfa, ammassa talento di difficile gestione e inizia una girandola di allenatori: via Don Nelson (tornerà anni più tardi), dentro Rick Adelman coach con il quale il videogioco umano vive un’autentica storia d’amore e innalza ancora le sue cifre. Tempo 2 anni però e via anche Rick. La dirigenza Warriors è convinta che il nome giusto per disciplinare i ragazzi possa essere quello di PJ Carlesimo, coach dal temperamento molto duro e noto per provocare i suoi giocatori in allenamento con parole anche molto forti.

Lo spogliatoio si spacca presto e Sprewell non è a suo agio. Nella sua vita mancano da sempre i punti di riferimento, è un giocatore solitario, sta spesso sulle sue ed elabora ciò che gli succede attorno a suo modo. Incamera rabbia, la stessa che lo fa esplodere a canestro tirando giù tutto, la stessa che lo fa saltare regolarmente la difesa a guanto di Gary Payton e delle migliori guardie della lega. Solo che stavolta, la libera in modo diverso, più umano forse, più incontrollato di certo.

Foto Espn

E’ il primo dicembre 1997, Spree è reduce dalla sua miglior stagione in carriera con 24,2 punti di media che gli valgono il quinto posto tra i marcatori di quell’anno. E’ una testa calda sì, si è scontrato più volte con alcuni compagni e qualche rissa c’è scappata perchè Spree è uno troppo genuino per tenersi le cose dentro e troppo poco stabile per tenersi a bada, però nessuno può veramente immaginare ciò che sta per succedere.

Sotto 1-13 ad inizio stagione, perso con Adelman uno dei pochi riferimenti solidi della sua carriera e provocato pesantemente in una sessione di shoot-round mattutino dal nuovo coach, a Sprewell parte l’embolo: è accecato dalla rabbia, percorre il campo in direzione di Carlesimo, ci si aspetta un confronto a muso duro. Va oltre: afferra PJ con due mani per il collo e stringe. Stringe più forte che può tanto da lasciare il coach a terra senza fiato ed andarsene. Tornerà pochi secondi dopo per sferrargli un destro in faccia e uscire dal campo.

Foto Espn

Scoppia il pandemonio, passano poche ore e Spree è su tutti i tg americani, poi in quelli mondiali, la star della NBA ha strozzato il proprio coach inerme! Serve una punizione esemplare che David Stern si trova a gestire in un momento particolarmente delicato per la NBA dove le risse di Dennis Rodman, Charles Oakley e Charles Barkley già avevano creato un clima di tensione notevole presso i media americani. Senza possibilità di appello, senza essere ascoltato nelle sue ragioni, senza sentire alcuni compagni di squadra che pure lo difendono, Spree viene sospeso per il resto della stagione e per l’inizio di quella successiva, salterà oltre un anno e 68 partite in totale, pur avendo commissionato la sua difesa ad un avvocato leggendario come Johnnie Cochrane, quello di OJ Simpson, nientemeno. Non basterà, Spree è ormai il mostro della NBA, il bad guy di cui tutti parlano, quello che “non si sa se giocherà mai più nella Lega”, quello che passa da eroe a villain con la stessa facilità con cui a media ed opinione pubblica, piace smontare i miti.

Introverso, isolato e sempre più solo, Spree divide i fan e Golden State gli dà il ben servito.

Tornerà un anno dopo stavolta in maglia Knicks che pronti al cambio generazionale salutano Oakley e John Starks e puntano sull’agonismo e voglia di rivalsa di Spree, sulla certezza del centro area Patrick Ewing, sul tiro vellutato di Allan Houston e sulle triple roboanti di Larry Johnson.

Foto Nba

Latrell è indemoniato pur partendo come sesto uomo, quando entra dalla panchina divora il campo in poche falcate, porta energia, ha un fuoco dentro che nessuno può placare, ruba palloni come in precedenza solo Allen Iverson (che più tardi dichiarerà che se avesse potuto scegliere il gioco di qualcuno avrebbe voluto giocare come Latrell) riesce fare. Spree è un uomo in missione per ammazzare la sua solitudine, il vuoto dentro che riesce a colmare solo volando verso il ferro. In poche settimane diventa l’idolo del pubblico, Spike Lee indossa regolarmente la sua maglia quando viene a palazzo e il numero 8 diventa un’icona cittadina. I Knicks di Jeff Van Gundy però faticano a ingranare, manco a dirlo, ed è solo nell’ultimo mese di regular season che infilano una serie vincente e rimontano chiudendo all’ottavo posto in classifica.

Foto Getty Images

Ribalteranno il fattore campo in ognuna delle tre occasioni sulla strada per le finali e si qualificheranno per le Finals NBA: è la prima numero 8 a farcela nella storia. La cabala è tutta lì da gustare. Lo Spree 2.0 ne mette 18 di media a sera e infiamma le folle di mezzo mondo, New York City è finalmente in finale da quei lontani anni ’70 (dopo la parentesi del 94) ed ha il villain redento da mettere in copertina: è la storia perfetta per un finale perfetto. Peccato che gli avversari sono decisamente troppo forti, Ewing si è infortunato, e la vita di Spree è tutt’altro che perfetta. I Knicks trovano i San Antonio Spurs delle Twin Towers, e i texani chiudono con un chiaro 4 a 1.

Foto si.com

Mai una gioia per Spree e per NYC. La lovestory tra città e Latrell durerà ancora qualche anno per poi terminare nel 2004 con la cessione ai Wolwes. I demoni di Spree tornano a manifestarsi infatti e si presenta alla stagione 2003 con una mano che dice candidamente di essersi rotto “tirando un pugno ad un amico”. I segni di squilibrio tornano prepotenti: è tempo di fare le valige, direzione Minnie.

Ai Wolves trova una squadra costruita per vincere subito con Kevin Garnett e Sam Cassell e così è in effetti, o quasi. Segna 20 punti di media e porta i lupi al primo posto nella Western Conference per poi schiantarsi, in finale di conference, 4 a 2 contro i Lakers di Kobe.

Foto bleacherreport.net

La rabbia torna a salire l’anno dopo quando coach Flip Saunders (R.I.P.) gli preferisce spesso e volentieri Wally Szczerbiak e il fuoco torna a bruciare nella maniera sbagliata. E’ nell’estate 2004 infatti che con un altra manifestazione di apparente bipolarità rifiuta l’estensione contrattuale offerta dai Wolves a 16 milioni di dollari dichiarando “I can’t accept, I have a family to feed” (non posso accettare, ho una famiglia da mantenere). Lascia sul piatto una cifra pazzesca per l’epoca (e in qualsiasi epoca per noi mortali) e di fatto una delle guardie più eccitanti della storia della pallacanestro NBA, scrive da sola la parola fine alla propria carriera: nessuno gli offrirà più un contratto da quel momento.

Latrell resta ai margini di una NBA che non ha più bisogno di lui, il suo orgoglio, l’incapacità di placare quel fuoco dentro che prima bruciava i parquet ed ora brucia se stesso, lo fanno tornare nel baratro, l’ultimo giro verso il basso di un rollercoaster che ha visto più discese a 100 all’ora del Cyclone, la vecchia montagna russa giù a Coney Island.

La carriera di Latrell Sprewell termina nella stagione 2005/06, qualcuno ha spento il videogame senza mettere in pausa mai. Di lui da allora si sa davvero poco, un vecchio articolo di SLAM racconta di un personaggio sempre solitario, nelle taverne del Lower East Side di Milwaukee, tra una birra al Jo Cat’s Pub, uno strip all’Ugly’s o all’Apartment 720, palcoscenici su cui duetta con l’alcool anziché con lo spalding che lo ha reso eroe, villain e reietto nello spazio di 13 anni da professionista. Riapparirà nel 2016 in un commercial del sito americano Priceline, nel quale con un misto di amarezza ed auto-ironia rivolto ad una bambina in cerca di consigli di vita dirà: “il successo è solo un fallimento che non è ancora accaduto”. E’ una frase che racchiude la sua vita.

Spree oggi – Foto Allen Berezovsky/Getty Images

Genuino, solitario, probabilmente bi-polare, Spree non si è mai scusato di nulla. Non certo per essere sempre stato se stesso nel bene e nel male, ma come dirà di lui Jeff Van Gundy anni dopo: “He was just a real guy”, era solo un ragazzo vero. E di persone vere, soprattutto se poco allineate con il genere umano, solo dio sa di quanto abbiamo bisogno.

“Tell Them they have to retire that jersey”, diciamoglielo ai Knicks, quella maglia numero 8 meriterebbe di penzolare al Madison, perché di uno come Latrell Sprewell nessuno dovrebbe mai dimenticarsi.