Ovviamente le ragioni per cui è uno spettacolo giocare con la maglia azzurra sono molte e svariate, ma da quando gioco ho sempre portato sulla schiena il numero 7 (a parte l’anno del mio esordio in serie A con Pistoia) e pure in Nazionale nel decennio che ho passato a rappresentare la nostra pallacanestro in giro per il mondo il numero è stato lo stesso (grazie a Fucka che si è ritirato proprio quando sono arrivato io). Quindi, tra il serio e il faceto come al nostro solito, ecco perché ne è valsa la pena.

 

 

GIOCARE CONTRO I MIGLIORI

La competizione e la voglia di migliorarsi sono la base da cui partire se vuoi raggiungere il massimo livello che il tuo fisico, il tuo talento e la tua testa riescono ad esprimere. Essere uno sportivo professionista è veramente semplice e se non hai motivazioni e ambizione stai sprecando una grande possibilità, perché, anche se è una frase altamente inflazionata, il tempo che passa non torna più e, per lo stesso principio, l’allenamento che non fai non puoi recuperarlo. E cosa c’è di più motivante che poter giocare contro i migliori? Giocando in campionato o nelle coppe europee ho incontrato grandissimi campioni ma con la Nazionale mi sono confrontato con atleti che magari (anche senza magari) non avrei mai sfidato sul parquet. Vi faccio un po’ di nomi in ordine sparso Ginobili, Nowitzki, Duncan, Parker, Diamantidis, Gasol, Bodiroga, Lebron, Diaw, Spanoulis, Scola, Navarro. Ora capite la goduria, l’emozione e la gioia nel marcare uno di questi? Pensate che a Colonia, quando abbiamo incontrato (stracciato) in amichevole Team USA, alcuni di noi finita la partita hanno comprato la canotta di Iverson per avere un cimelio in ricordo di quella sfida ai campioni dell’NBA. Sarei andato pure in giro a cercare autografi, ma i brothers americani erano super sorvegliati e sarebbe stato impossibile anche solo avvicinarsi. Avrei potuto chiederglieli durante la partita, ma dove tenevo la penna? No aspettate, non ditemelo, ho capito. E poi scusate, erano loro che avrebbero dovuto chiederlo a noi, li abbiamo massacrati con una meravigliosa zonaccia semi movibile. Che spettacolo Duncan e Wade che si avvicinano e mi fanno: “Excuse me Sora, can I have an autograph?”“Ma si dai, datemi 10 Euro e ci facciamo pure una foto”.

 

 

GIRARE IL MONDO

Andare in vacanza piace a tutti. Girare il mondo pure. Una cosa che può scoraggiare i novelli Gulliver è che per vedere paesi e culture lontane, di solito, bisogna frugarsi nelle tasche e spendere i dindini. Vestendo la maglia azzurra ho visto posti e popoli che altrimenti difficilmente avrei ammirato, mangiato piatti tipici che in alcuni casi mi hanno fatto proprio cagare, dormito in hotel di lusso e in bettole che nel ventunesimo secolo non dovrebbero esistere, volato su aerei bellissimi e sui Tupolev. Tutto questo rigorosamente gratis. Anzi no, scusate, eravamo pure pagati. Fondamentalmente l’Europa l’ho girata tutta, Siberia compresa, e in ogni posto ho imparato qualcosa, scoperto usi e costumi, rimpianto l’Italia, invidiato Paesi. Purtroppo, per quanto mi riguarda, i viaggi intercontinentali pagati dalla Fip si sono limitati alla tournee asiatica prima dei mondiali del 2006 in Giappone quando, per acclimatarci e per spalmare il jetleg, siamo stati in Corea. Viaggio aereo in super business (sicuro a spese dell’organizzazione dei mondiali) e caldo spaziale una volta arrivati nella terra delle Hyundai. La vera scoperta però è stato il popolo del Sol levante, una civiltà modello per quanto riguarda la pulizia, la gentilezza e la cordialità. Talmente cordiali che ogni tanto ci sentivamo in imbarazzo per la quantità di inchini e ringraziamenti profusi in ogni singolo incontro o congedo. E noi giravamo col Baso! Chissà che cazzo avranno pensato?

A dire la verità avrei la possibilità di andare con la Nazionale negli States per i Mondiali ad agosto. Come dite? Non ci sono i mondiali quest’anno? Io parlavo della Nazionale over 40 ad Orlando. E’ solo un po’ diverso, noi del geriatrico ci sfidiamo a colpi di protesi, prostate e dentiere.

 

 

POTER VINCERE UNA MEDAGLIA

Come vi dicevo, già affrontare i migliori e giocare nei più bei palazzetti del mondo è una soddisfazione appagante, lottare per raggiungere un risultato importante ti responsabilizza, fallire in una missione non ti fa dormire e ti toglie delle sicurezze. Ma riuscire in un’impresa portando sul petto il nome della tua Nazione ti fa provare emozioni che con il club non puoi provare. Ho avuto il culo enorme di vincere due medaglie nelle prime due manifestazioni a cui ho partecipato e sono state due esperienze formative senza paragoni. Per l’Europeo di Svezia 2003 c’era la consapevolezza che si doveva lottare per un obiettivo quasi utopico, un posto alle Olimpiadi dell’estate successiva. C’era pure la consapevolezza che si trattava di una squadra brutta come la peste, senza i grandi campioni che avevano vinto l’oro a Parigi nel ’99 e che quindi partiva con grandi dubbi da parte di tutti, soprattutto dopo il -33 contro la Francia nel girone eliminatorio. Poi però, difendendo come maiali, volendoci bene e passandoci tanto la palla siamo riusciti a conquistare una medaglia inaspettata e soprattutto il pass per l’Olimpo degli atleti. In spogliatoio dopo la finale per il terzo posto, proprio contro la Francia, abbracciando Sandro De Pol ho pianto lacrime di gioia pura. Poi mi sono fatto disegnare sulla testa con un rasoio i cinque cerchi olimpici, giusto per mantenere un basso profilo.

Diversa è stata la spedizione ad Atene 2004, perché ci siamo andati senza un obiettivo vero e proprio. Cioè, non è che siamo andati là alla cazzo senza la paura di fare figuracce, è che tutto quello che sarebbe successo era da goderselo. E alla fine ci siamo goduti un risultato storico che ha reso felici un mare di persone. Tra le tante cose che mi piace ricordare c’è  il viaggio in pullman prima dell’esordio con la Nuova Zelanda: c’era parecchio silenzio e un’atmosfera ovattata, forse perché ci eravamo svegliati alle 5.30 visto che la partita era alle 9.30 o forse perché eravamo un po’ tesi. Bullo se ne esce con “Chi si sta cagando addosso metta il dito sotto la mia mano!”. Tempo zero e tutta la squadra, l’autista, l’accompagnatore e pure Berlusconi si fiondano a mettere il dito nella posizione suggerita. Sapere che non sei l’unico ad avere paura ti unisce e ti da una fiducia che altrimenti dovresti cercare da altre parti.

 

 

FARE LA SPEDIZIONE PUNITIVA

Villaggio Olimpico. Palazzina Italia. Ultimo piano, appartamento di destra.

Il Sora ha un’illuminazione, riunisce la S.W.A.T., arruola dei cameraman e programma una spedizione punitiva ai danni di un compagno di squadra, che se lo merita a prescindere. Il nome della vittima è al sicuro in una cartella timbrata [Top Secret] quindi non rompetemi le palle chiedendo chi è…

Prima viene disegnata la piantina dell’appartamento nei minimi dettagli, con tutte le possibili vie di fuga, gli ostacoli tra noi e la camera del bastardo e quali sono le camere da evitare. Si spiega quale sarà la tattica di avvicinamento e quali saranno le rappresaglie e gli interventi da eseguire. Viene fornito il kit di attacco (occhiali per la vista notturna, oggetti contundenti, pennarelli per colorare il corpo) e si parte.

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Il tutto ovviamente è filmato, da volontari entusiasti, da più angolazioni per non lasciare nulla al caso. L’unica complicazione è che nella camera della vittima dorme un compagno di squadra che si iberna con l’aria condizionata e questo ci può togliere un po’ di lucidità oltre che regalarci possibili diarree. Il filmato è meraviglioso, giocatori che avanzano con il passo del giaguaro, altri che si nascondono dietro i muri per proteggersi dal fuoco nemico, un paio aprono le ante degli armadietti a mò di riparo e prima di entrare facciamo il conto alla rovescia mimando i numeri con le mani e con la bocca. Una volta dentro saltiamo sul letto e lo colpiamo con sberlette, gomitatine, cinturatine e un grande talento gli scrive “ammazzati” sulla fronte col pennarello rosso. Che ci crediate o no, l’orso ibernato sul letto accanto non si è mosso di una virgola, si è limitato a dire: “Fate quello che volete ma non rompetemi i coglioni”.

Se questo non è un buon motivo per giocare in Nazionale!

 

 

POTER DIRE: IO CI HO GIOCATO

Come tutti i bimbi guardavo giocare la Nazionale e ci vedevo dei modelli (non nel senso da passerella, anche perché nella storia della pallacanestro italiana ci sono stati dei cessi che manco in Autogrill) e delle star. Quando ero già un po’ più cresciutello e bazzicavo le minors, mi godevo gli Europei o le Olimpiadi e pensavo a quanto sarebbe stato bello allenarmi con loro, far parte del gruppo e conoscere quei grandi campioni. Mi sarebbe bastato anche solo farmi tutti i raduni ed essere sempre tagliato prima di partire per le competizioni. Se mi avessero chiesto di pagare per potermi allenare lo avrei fatto tranquillamente. Poi è arrivata la prima convocazione e da quel momento, oltre ad essere ovviamente euforico, non mi sarebbe più bastato solo far parte del gruppo, non bastava quello a darmi soddisfazione. Per farvi un esempio di quanto ci tenessi a giocare ogni singola partita, nei tornei di preparazione il gruppo è di sedici giocatori, nella programmazione dei carichi di lavoro a turno si saltano delle partite e mi rompeva le palle starmene seduto a bordo campo a guardare gli altri sudare e divertirsi. Sono certo che c’erano giocatori che erano contenti di riposare o saltare qualche amichevole, ma non ho mai capito e condiviso quel modo di pensare. Il fatto di aver giocato in Nazionale mi riempie di orgoglio perché sono tantissimi i ragazzi che giocano a basket, solo alcuni quelli che arrivano a giocare in Serie A ma pochi quelli che riescono a rappresentare il proprio Paese su un campo 28 x 14. Guardando le foto dei raduni, delle amichevoli, delle competizioni internazionali o sfogliando gli articoli di giornale, mi ritrovo a pensare “Io lì c’ero, non me lo può togliere nessuno” e vi confesso che ne sono fiero.

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TREMARE A 25 ANNI AL PRIMO ALLENAMENTO

La mia prima convocazione è stata ad un mini raduno di due giorni a Siena, durante il campionato, era il 2001 e giocavo a Biella. Già il fatto che Recalcati avesse pensato di chiamarmi mi aveva reso felice, ma quando sono arrivato in albergo ho capito che non era solo felicità, era di più. Era orgoglio, responsabilità, una pressione che non avevo mai provato. Ma l’emozione più forte l’ho vissuta appena sono entrato in campo per l’allenamento e Charlie ha detto: “Forza, muovetevi un po’ su e giù per il campo”. In quel momento mi sono cagato addosso come non mai. Capisco se avessi avuto diciotto anni, in mezzo a Meneghin, Basile, Pozzecco, ragazzi che ero abituato a vedere in televisione e che mi hanno fatto quasi piangere nel vederli vincere l’oro a Parigi (il Poz no, eh),  ma avevo venticinque anni e tremavo, letteralmente, come se ci fossero stati 10 gradi sotto zero, come un bimbo che ha fatto un brutto sogno. Dite che l’emozione di essere lì era abbastanza forte? Se ci penso mi fa effetto ancora adesso perché mi ricorda quello che ho provato in quell’istante, tutta la soddisfazione mista alla paura di non farcela, al desiderio di essere all’altezza e di non essere solo di passaggio.

 

 

LITIGARE CON LEBRON, WADE E CARMELO

Durante i mondiali in Giappone mi sono divertito veramente tanto, la squadra ha fatto bene anche se c’è il rammarico di essere usciti con la Lituania in una partita che avremmo potuto vincere, anche magari non giocando benissimo. Abbiamo sentito l’affetto dei tifosi che ci mandavano messaggi e mail tutti i giorni dimostrandoci che stavamo rendendo onore a tutti. Chissà cosa sarebbe successo se già in quel periodo ci fosse stato Twitter. E chissà cosa avrebbero twittato Lebron, Wade e Carmelo la sera dopo la partita contro di noi.

Me li vedo che raccontano che un italiano brutto, magro e con le sopracciglia giganti ha litigato con loro…. In questi anni in tanti mi hanno chiesto cosa avessi detto a Wade durante la partita, ora ve lo spiego.

Succede che Michelori ha un contrasto abbastanza duro con qualcuno e, nel più classico stile americano, Lebron gli va sul muso per imporre la figura Alfa e allora mi dico: “Posso perdermi questa occasione?” Mi avvicino e giusto per rompere un po’ le palle inizio anch’io ad andargli sul muso (a James, non a Miche) cosi si forma un gruppetto di amiconi e un piccolo parapiglia. Al che anche Wade inizia a spingere e a fare del trash talking, così dal nulla mi esce dalla bocca la frase perfetta da dire in quel momento rivolta proprio a Dwayne: “Who do you think you are, Michael Jordan? There’s only one in a lifetime”. Non per fare il fenomeno, ma credetemi che è rimasto senza parole (secondo me c’è rimasto di merda), forse perchè non si aspettava che un “pizza, mandolino, mozzarella” avesse cotanto ardire. Nel proseguio della partita sono volati anche due o tre colpi proibiti, fatto sta che poi si sono incazzati e Carmelo ne ha fatti 35, Wade 32 e noi l’abbiamo presa in quel posto. Good job, Teo.

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Sono poche righe e sono solo un estratto di tutto quello che ho provato nel fantastico periodo che mi ha legato alla Nazionale. Periodo indimenticabile, fatto di amici, soddisfazioni, frustrazioni, rabbia, gioia e inventatevi pure voi qualcosa, tanto l’ho sicuramente provata.

Alla prossima.

Pace, Amore e Felicità