Treviso, Reggio Calabria, Siena, Livorno, Bologna, Montegranaro, Rieti…
Scorrere le classifiche delle serie minori nella stagione che si appresta ad entrare nella fase clou è un tuffo nel passato nobile del basket italiano. Piazze che tutto hanno provato, citando Manzoni: “la gloria maggior dopo il periglio, la fuga e la vittoria, la reggia e il tristo esiglio”. Magari con un finale diverso da quello di Napoleone.
15 scudetti, 14 Coppe Italia, 15 Supercoppe italiane, 1 Coppa Korac, 3 Coppe Saporta, finali che non si contano, campioni per tutti i gusti, storie incredibili di dita che sfiorano il cielo e tonfi roboanti nella polvere. Le minors non sono mai state major come quest’anno.

 

TREVISO: NON C’E’ PIU’ IL VERDE, MA E’ TORNATA LA SPERANZA
Le mie prime scarpe da basket furono un paio di Lotto totalmente verdi. Erano i primi anni ‘90 e se Milano c’erano le “scarpette rosse” targate Kronos, a Treviso c’erano le “scarpette verdi” firmate dall’azienda veneta. Toni Kukoc indossava quelle scarpe che più volte vidi nelle foto di Superbasket. Per questo la scelta fu semplice quando arrivai al negozio di articoli sportivi: “Pa’, comprami quelle!”. La Benetton (per tutti quello era il nome, non Pallacanestro Treviso) era la squadra fresca, giovane, rampante che si lanciava a conquistare l’Europa, arrivando fino alla finale di Euroclub. Poi vabbè, non finì benissimo contro Limoges, ma le scarpette verdi erano una figata:

Per trentuno anni Benetton e Treviso sono state una cosa sola. Di color verde. La costruzione del sogno negli anni ‘80, la realizzazione del PalaVerde e poi l’impetuosa crescita negli anni ’90. Una galleria interminabile di campioni, da Toni Kukoc a Vinny Del Negro, da Henry Williams a Zeljko Rebraca, da Tyus Edney a Marcelo Nicola, da Trajan Langdon a Ramunas Siskauskas fino agli ultimi giovani lanciati nell’empireo poco prima del crollo Donatas Motjejunas, Daniel Hackett, Alessandro Gentile. E poi l’unico, l’originale, il Mamba. Il White Mamba:

red mamba

Lo shock arriva nel febbraio 2011, quando Gilberto Benetton annuncia il ritiro dell’azienda dall’impegno nel basket professionistico (la Pallacanestro Treviso targata Benetton esiste ancora oggi come settore giovanile) entro il luglio 2012. C’è un anno e mezzo di tempo per salvare la grande pallacanestro biancoverde. Si mobilitano i grandi campioni del passato, con Pittis e Vazzoler a mettere in piedi la cordata per salvare il titolo sportivo.
Operazione fallita.
Che fare allora? Nasce una nuova società, il Treviso Basket, e riparte con umiltà dalla base: il campionato di Promozione. Niente sfarzo, niente copertine patinate, niente devotion. E niente PalaVerde. Si torna al Natatorio con una squadra di Under 19 con Andrea Gracis nelle vesti di ds e volta per volta in campo come “ospiti” alcuni dei big del passato (Massimo Minto, Sandro Nicevic, Riccardo Pittis, Massimo Iacopini, ecc…) vogliosi di dare una mano ai giovanissimi a sentire meno la pressione del migliaio di persone che stipa la palestra ogni sera.
È un purgatorio di un anno, poi la wild card per partecipare alla serie B la stagione scorsa e la rilevazione dei diritti di Corato in Silver della scorsa estate. Con un sogno: tornare in serie A. La De’ Longhi guidata da un mostro sacro come Stefano Pillastrini sta facendo le cose per bene: con una squadra praticamente tutta under 25 (uniche eccezioni i trentenni Pinton e Rinaldi) ha condotto la classifica della “terza serie” dall’inizio, dominando per ampi tratti e riportando il pienone al PalaVerde. Il 29 marzo, per il match contro Ravenna, erano in 5269, nuovo record per l’A2. Andateci voi a vincere nei playoff:

treviso palazzo

 

REGGIO CALABRIA: NON SOLO KOBE E MANU
C’è una squadra in Italia che può vantarsi di aver avuto nelle proprie fila quattro fenomeni di nome Kobe Bryant, Sasha Volkov, Manu Ginobili e Carlos Delfino: La Viola Reggio Calabria.
Sullo stretto, il piccolo Kobe arriva nel 1986 con papà Joe, che nel frattempo si divertiva a mettere a ferro e fuoco i canestri della A2 (32,2 punti di media con un high di 69). Si diverte coi ragazzini del minibasket della Viola e all’intervallo delle partite della prima squadra è sempre in mezzo al campo a tirare. E fare canestro. Una vizio di famiglia che non ha più perso.

kobe bryant bambino

…indovinate chi è Kobe…

Sasha Volkov sbarca invece cinque anni dopo la dipartita della famiglia Bryant, nel ’92. La Viola targata Panasonic è neopromossa in serie A, con Carlo Recalcati al timone e gente come quell’animale di Dean Garrett, la mano fatata di Donato Avenia, la “garra” di Hugo Sconochini e il fosforo di Sandro Santoro al fianco. Ad Atlanta con gli Hawks non ha trovato troppo spazio (8,6 punti in 19,7 minuti di media) ma per l’Europa è un pivot illegale. Reggio viaggia come un treno, Sasha mette 19,3 punti e 8,0 rimbalzi a partita. A quarti di finale playoff c’è la Benetton. La Benetton vince gara-1 davanti al proprio pubblico per 102-93, la Panasonic risponde in gara-2 in un Pentimele tutto esaurito, 87-85 il punteggio e serie sull’1-1. Si va a gara 3, da giocare il 18 aprile, cinque giorni dopo il clamoroso ko dei biancoverdi nella finale di Euroclub contro Limoges. Reggio tocca anche il +10, ma un arbitraggio più che dubbio sostiene la rimonta di Treviso, che, priva del febbricitante Kukoc, a una manciata di secondi dalla sirena è avanti di 2. Ultima azione, rimessa laterale affidata ad Avenia che trova Garrett sotto canestro: sarebbe pareggio e overtime, ma clamorosamente il primo arbitro decide di consultare il tavolo, gli ufficiali annullano il canestro con la Benetton che, quindi, scampa il pericolo e vola alle semifinali. Le immagini confermarono l’errore degli arbitri: il canestro era regolare. E’ la sconfitta più bruciante nella storia della pallacanestro a Reggio Calabria.

Sasha_Volkov_e_Dino_Meneghin

Manu Ginobili e Carlos Delfino hanno trovato a Reggio il loro trampolino verso l’Nba. Il primo approda in neroarancio nel 1998, a 21 anni. Guida la Viola alla vittoria del campionato di A2 e resta pure nel successivo, dove Reggio torna ai quarti dei playoff e mette paura alla Virtus Bologna, che l’anno dopo, nel 2000, lo porterà in bianconero per sostituire quel Danilovic contro cui duella ad armi pari.
Il secondo arriva proprio a sostituire il connazionale volato a Bologna. Anche per lui due anni alla Viola, dal 2000 al 2002, anche se meno scintillanti di quelli del suo predecessore. Chiuso il biennio, stessa tratta: Reggio Calabria-Bologna, ma sponda Fortitudo.

manu viola

Senza i due talenti, però, Reggio sfiora un’altra impresa nel 2003. Come dieci anni prima, nei quarti di finale playoff c’è di nuovo Treviso. La Viola di Lamma e Sigalas, Eze e Mazzarino, sbanca il PalaVerde in gara 1 e fa bis davanti a 9000 spettatori a gara 2. Gara 3 è di nuovo a Treviso, con la Benetton spalle al muro, ma i padroni di casa si riprendono: è 2-1. Gara 4 è la sfida dell’anno al Pentimele. Partita tiratissima, punto a punto fino alla fine. L’ultima palla, come dieci anni prima, ce l’ha la Viola. Se lo prende JJ Eubanks il tiro che varrebbe una storica semifinale scudetto. Ma la dea bendata dice ancora una volta Treviso.
Da qualche mese, dopo il restauro, la squadra è tornata nella sua casa, il Pentimele oggi PalaCalafior. La squadra si gioca in quesdti giorni un posto nei playoff di A2. Con la voglia di vendicare l’onta trevigiana.

Palacalafiore

 

SIENA: IL TRACOLLO DI UN IMPERO
Il basket italiano dell’ultimo decennio ha avuto una sola, grande padrona: la Mens Sana Siena. Un decennio di successi senza precedenti: 8 scudetti, 5 coppe Italia, 7 Supercoppe italiane, tre Final four di Euroleega e, come assaggino, pure una Coppa Saporta, tutte sotto il cappello del Monte dei Paschi. Trofei su trofei, campioni su campioni. Il decennio mensanino si apre e chiude con due grandi parentesi graffe.
29 aprile 2004, Tel Aviv, semifinale di Eurolega.
Skipper Bologna-Montepaschi Siena, derby italiano con la prima esordiente alle Final Four e la seconda al bis dopo il terzo posto di Barcellona 2013.
Repesa contro Recalcati
Stefanov, Thornton, Galanda, Andersen contro Delfino, Basile, Pozzecco, Smodis.
Semplicemente una delle partite più incredibili della storia del basket italiano. Prendetevi un paio d’ore e capirete perché:

Il pareggio di Kakiouzis a 11” dalla sirena del supplementare, I 10 punti di Thornton in overtime, il canestro-vittoria di Vukcevic che scheggia appena il ferro. Fortitudo in finale, dove la marea maccabea si abbatterà senza pietà sui bolognesi per la finale meno amara delle tante perse dai biancoblu.
La Mens Sana capisce quel giorno come si fa a vincere. E qualche settimana dopo si vendica della Skipper travolgendola per 3-0 nella finale scudetto: è il primo tricolore della storia senese.
25 giugno 2014, Siena, gara 6 finale scudetto
Montepaschi Siena-EA7 Milano. Siena conduce la serie 3-2 e può chiudere davanti al suo pubblico.
La Mens Sana sa da mesi che la sua folle corsa durata un decennio si chiuderà a fine stagione con il fallimento per lo scandalo Montepaschi. Ma la squadra si isola da tutto e tutti e arriva ad un passo dal mettere ko la regina designata, Milano. Anzi, più che ad un passo, ad un tiro:

Milano impatta la serie e, dopo 7 anni consecutivi di successi, scuce il tricolore dalla canotta senese vincendo gara 7 al Forum.
Parentesi chiusa.
La nuova parentesi si è riaperta in estate con la rinascita sotto l’egida della Polisportiva, con il nome di Mens Sana 1871 e lo sponsor Gecom. Ripartenza in serie B con l’obiettivo di tornare in alto il più in fretta possibile. Il girone A del campionato, finora, è andato stretto ai biancoverdi, già primi con diverse giornate di anticipo in vista dei playoff e con almeno 2000 spettatori sempre presenti al PalaEstra. In campo, giocatori di categoria come l’estroso Seabstian Vico e i solidi Davide Parente, Alex Ranuzzi e Luca Pignatti. Ma anche un omone che quando la prima parentesi si aprì, nel 2004, c’era già: Roberto Chiacig. A Siena sperano di richiuderla il più in là possibile.

ghiaccio

 

LIVORNO: LA BASKET CITY AFFONDATA DA UNO SCUDETTO FANTASMA
Negli anni ’80, oltre a Bologna, c’era un’altra città a poter vantare due squadre in serie A: Livorno. Dal 1985 al 1989, Pallacanestro e Libertas Livorno duellano nel massimo campionato mandando in visibilio un’intera città, spaccata come nel Medioevo tra guelfi e ghibellini. Derby accesissimi (indimenticabile quello della stagione ’83-’84, con Abdul Jeelani che colpisce una ragazzina con una pallonata e ne scaturisce un parapiglia) e un palasport, l’attuale PalaMacchia, che non basta ad accogliere tutti i tifosi. Tocca allestire i maxischermi allo stadio.

Il punto più alto del basket livornese è lo “scudetto fantasma” del 1989, quello della finale scudetto tra la Libertas targata Enichem, con Alessandro Fantozzi e Wendell Alexis in campo, e la Philips Milano che termina con il canestro della vittoria sulla sirena di Andrea Forti non convalidato perché fuori tempo. Per 30 minuti, fin quando non viene chiarita la vicenda, mezza Livorno è in festa, anche perché l’altra metà è sotto shock per la retrocessione. Shock che però si trasforma in sfottò quando viene decretato il successo milanese.

Da quel picco, un rapido declino che sfociò nella clamorosa fusione tra le due massime realtà cittadine del 1991. Una fusione mal digerita da tutti che sfocia, nel 1994, nel fallimento a causa di una fidejussione fasulla presentata in Fip. La favola sembra ricominciare con la Don Bosco, che riporta Livorno in serie A nel 2001 con la famiglia D’Alesio, quella che guidava la Libertas, in cabina di comando. Resisterà per 6 anni prima di issare nuovamente bandiera bianca.

SPORT, BASKET : BREIL MILANO - MABO LIVORNO

Oggi, la Don Bosco viaggia nei piani alti del girone A di serie B, quello dominato da Siena. La Libertas vivacchia nel girone E di serie C, mentre la Pallacanestro, che oggi si chiama Pielle, annaspa in serie D.
Guelfi e ghibellini, è nel dna toscano.

 

BOLOGNA, SPONDA F: PER AMORE, SOLO PER AMORE
Sulle peripezie della Fortitudo Bologna si potrebbe scrivere un’enciclopedia. Ma bastano pochi flash. La finale di Korac del ’77 persa contro la Jugoplastika. Il su e giù tra A1 e A2 degli anni ’80. L’ascesa impetuosa sotto la gestione Seragnoli. Il tiro da 4 di Danilovic. Gli scudetti. E nel 2009 la retrocessione con il canestro-salvezza di Scales contro Teramo all’ultima giornata annullato perché giunto oltre i 24” che scatena il pandemonio:

Niente A2, però, l’anno seguente. Il calderone dei problemi si scoperchia, si riparte dalla B1. La Effe lotta e arriva alla gara-verità di Forlì. Ai biancoblu non sono mai piaciute le cose semplici:

Non basta per salvare la storia di un popolo da macigni più grandi di lei. La parola fine sembra quella definitiva stavolta. Ma più che un’Aquila la Fortitudo è un’araba fenice, abituata a risorgere dalle proprie ceneri. Con la spinta di un tifo che non è un semplice tifo, ma una vera e propria anima: la Fossa. Serie A o B2, Bergamo o Tel Aviv, la Fossa è sempre lì:

Nel 2013 è partito il nuovo corso, con la matricola 103 tornata sul petto e un campionato di serie B da provare a vincere. Ma alla Effe, si sa, vincere da favorita non è mai piaciuto. Si abbonano in 3000, in 4000 vanno regolarmente al PalaDozza per sfidare squadre che, quando va bene, hanno uno zero in meno alla voce spettatori. La squadra ogni tanto sbanda ma chiude comunque seconda nel suo girone.
Nei quarti di finale c’è il sentito derby contro Cento, giunta settima in classifica. In gara 1 la Fortitudo targata Tulipano conduce anche in doppia cifra, ma frana nel finale con una beffa in classico stile biancoblu: Landi, giunto in prestito dagli odiati cugini virtussini, si inventa il fadeaway del -1 a 2” dalla sirena subendo pure il fallo. Ma il giovane lungo fallisce il tiro libero che vale il supplementare.

A Cento, la Tulipano non riesce a fare il blitz. Finisce prima del tempo la stagione biancoblu, con l’ennesimo amaro in bocca.
Il copione di quest’anno sembra scritto dallo stesso regista. La Effe viaggia in alto nel durissimo girone B di serie B. Capitan Lamma è il trait d’union con lo storico passato, Marco Carraretto è arrivato a stagione in corso per portare un po’ della “pozione Siena” come antidoto alla sfiga fortitudina. Basterà?

boniciolli

 

RIETI E MONTEGRANARO: COSI’ VICINE, COSI’ LONTANE
Dopo la tripletta di Cantù datata 1973-1974-1975, la Arrigoni Rieti, nel 1980, fu la seconda squadra italiana a conquistare la coppa Korac. Era la squadra di due figure enormi per il basket italiano, tanto da avere entrambe un palazzetto che porta il loro nome: coach Elio Pentassuglia e, in campo, Willie Sojourner.

basket_rieti

Quelli a cavallo tra i ’70 e gli ’80 furono gli anni d’oro della Sebastiani, che per 8 anni si mantenne in serie A. 8 come gli anni che nella massima serie ha vissuto anche Montegranaro, che solo per un centinaio di abitanti non può fregiarsi nel titolo di più piccolo centro ad essere mai approdato in serie A (Capo d’Orlando comanda).
Tante, infinite volte le due città hanno finito per incrociare le loro armi nei campionati minori. E caso ha voluto che la Sutor per ben due volte abbia festeggiato una promozione contro i laziali. Da queste sfide è nata una rivalità accesa, che si è protratta fino alla serie A, quando tra il 2006 ed il 2009, la Nuova Sebastiani erede di quella originaria era riuscita a risalire fino in cima, incrociando le armi con gli odiati gialloblu.

coreografia

Rieti, nel frattempo spostatasi a Napoli, abbandona la serie A nel 2010, lasciando addirittura a stagione in corso sommersa dai debiti e con i ragazzini in campo al posto dei Travis Best e il povero Robert “The Tractor” Traylor ingaggiati a inizio stagione e mai pagati.
Montegranaro fa una fine simile nel 2014, riuscendo sì a finire la stagione pur strozzata dai debiti (e chiudendo con una retrocessione all’ultima giornata dopo una stagione chiusa senza americani) e ponendo fine a 8 anni consecutivi in serie A con una semifinale di Coppa Italia, due quarti di finale playoff mettendo i brividi a Milano e il colpo da circo Shawn Kemp.

kemp

Un mezzo disastro, insomma.
Da due anni, però, la sfida è tornata. In B, la Npc Rieti e la Poderosa Montegranaro viaggiano a ritmi altissimi. Ad ora, Montegranaro è in vetta alla classifica del girone C, Rieti, con il grande vecchio “Picchio” Feliciangeli, insegue a soli 2 punti. Società diverse, stessa rivalità.

 

E quante altre grandi storie ci sarebbero da raccontare: Trieste, Udine e Gorizia, le regine del Friuli; i derby Roseto-Teramo e un Abruzzo che impazzisce di basket; la Verona dorata degli anni ’90; la fucina di talenti made in Romagna di Rimini; la Montecatini di Boni e Niccolai, Vigevano la “Salonicco d’Italia” e la rivalità con Pavia… Magari un’altra volta.