In fronte a me ho una sciarpa azzurra e gialla con croce scandinava che richiama la Svenska Flagga e i colori cari ai sudditi di Stoccolma fin dai tempi di re Magnus III, in sottofondo sento il veloce fluire di una lingua semi-incomprensibile che ti fa sempre temere un accenno di scatarrata da parte del tuo interlocutore in ogni momento. Se non avessi la finestra di fronte a me aperta, in modo da respirare il profumo dei fiori ed il tepore dei 20 gradi di questo tardo pomeriggio di aprile, potrei quasi credere di essere ancora in Svezia, da dove invece sono tornato ormai una settimana fa. Approfittando di qualche giorno residuo di ferie (ultimi rimasugli degli straordinari fatti al lavoro la scorsa estate per seguire tutti i mondiali di calcio) e del recente compleanno (che mi ha portato in dote come regalo i biglietti aerei da parte dei miei vecchi), ho deciso di mantenere una promessa fatta qualche mese fa e volare a Umeå a trovare la mia amica Ilaria Zanoni -giocatrice della nazionale italiana e ex di parecchie squadre in A1 tra cui Parma, Taranto e Sesto San Giovanni- che quest’anno ha scelto proprio di andare a giocare a qualche centinaio di km dal circolo polare artico per rilanciarsi dopo un fastidioso infortunio subito sul finire della scorsa stagione. Questo articolo è un piccolo collage di ricordi sul lato cestistico di ciò che ho trovato in questa breve vacanza.

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Innanzitutto vi devo una spiegazione: il veloce fluire di una lingua semi-incomprensibile, che poi ovviamente sarebbe lo svedese, è dovuto al fatto che mentre scrivo sto seguendo in streaming gara3 di semifinale della Basketligan Dam, il campionato femminile svedese. Durante la mia breve permanenza ho fatto in tempo ad assistere a gara1 della serie tra lo Udominate di Umeå, la squadra dove gioca Iaia, e i Norrköping Dolphins. Oggi le nero-verdeacido (oh, non è colpa mia, sono questi i colori sociali…), dopo aver vinto in volata anche gara2 in trasferta, possono chiudere la serie in casa e quindi sto seguendo la partita. Parto con lo specificare come la cosa sorprendente in sé non è tanto che la partita venga trasmessa in streaming, perché con l’eccezionale lavoro fatto dalla Legabasket Femminile quest’anno anche ogni singola partita di Serie A1 italiana è stata trasmessa gratis in diretta sul sito della LBF. La cosa impressionante è l’organizzazione: telecamere HD con una qualità che la Rai -ma in tutta onestà (e par condicio) anche la tv dove lavoro io, ovvero Sportitalia- si sognano, streaming perfetto che non si impalla mai, doppio telecronista più bordocampista, telecamerine montate sui canestri dietro i tabelloni, camere personalizzate sulle giocatrici, regia puntuale, grafica in sovraimpressione col tempo collegato al cronometro della partita e via così. Praticamente vedo il campionato femminile svedese meglio di quanto riesca a vedere la Serie A italiana. Ogni tanto nei momenti di pausa le telecamere staccano e inquadrano una sorta di banda sugli spalti, molto in stile NCAA, che durante la partita suona musiche come i Pirati dei Caraibi, Zombie Nation, The Final Countdown e Seven Nation Army, ma tutto con trombe, tromboni, sassofoni e clarinetti. Questo mi dà l’assist per parlare un po’ di quello che ho visto e di come si vive il basket nel freddo nord.

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Innanzitutto parto dicendo che la squadra è molto buona: lo Udominate (o la Udominate? Essendo il nome in svedese non mi sono mai posto il problema se fosse maschile o femminile) è una società giovane, in quanto fondata nel 2012, ed emergente: quest’anno ha chiuso la stagione regolare da prima in classifica con una sola sconfitta, arrivata in volata sul campo della sesta, vincendo invece tutte le altre partite, comprese le due contro le campionesse in carica del Northland di Luleå. Inoltre ha anche passato la prima fase in Eurocup, superando il girone assieme alla squadra che avrebbe poi vinto la coppa. Nel roster ci sono cinque giocatrici passate dal nostro campionato: oltre a Iaia giocano infatti anche Alessandra Tava, un’altra ragazza italiana, arrivata lì a stagione in corso dopo la chiusura a metà campionato della Virtus La Spezia, poi Pamela Rosanio, italo-americana che aveva giocato anche a Chieti prima di tornare nuovamente in Svezia, dove ha sposato un giocatore svedese cambiando cognome in Blomberg, Klaudia Lucacovicova vista con le maglie di CUS Cagliari e Atletico Romagna e infine Frida Aili, che aveva speso una stagione in A1 con Pozzuoli. A queste si aggiungono una lunga lituana forte, una play serba decisamente talentuosa (dopo averle visto fare 14/15 da tre in una serie di tiro in allenamento, ho smesso di tirare in uno dei canestri a muro che si trovavano a bordo campo per la vergogna), una ragazza svedese con punti nelle mani ma reduce da un infortunio e altre buone giocatrici di complemento. La banda di italiani, reali o d’adozione, citata prima è peraltro completata da Luca Romano, vice-allenatore originario di Terracina ma ormai da anni stabilitosi in Svezia. Ora, presentato il roster, arriva tutto il resto. Le ragazze sono praticamente tutte professioniste, anche se in realtà al mio arrivo in palestra mi viene spiegato che, oltre a qualcuna che studia, ce n’è una che nella vita di tutti i giorni lavora. A Stoccolma. Ovvero 600 km e un’ora di volo più a sud. Ingaggiata a stagione in corso per far fronte ad una sfigatissima serie di infortuni che, nel corso dell’anno, ha colpito tutte le giocatrici tranne un paio, non ha ovviamente potuto rinunciare al lavoro per il quale si era trasferita appositamente nella capitale. Soluzione: volo al venerdì pomeriggio, un allenamento con la squadra, la partita nel weekend e poi si torna indietro, per una nuova settimana di lavoro. Questo è probabilmente un peccato per lei, perché si perde quattro giorni di allenamenti, e qui durante gli allenamenti ci si diverte parecchio: i ritmi sono abbastanza blandi, gli esercizi di tiro si fanno con l’ipod di qualche giocatrice attaccato alle casse del palazzetto, trasformando così il parquet in mezza discoteca, e nell’ultimo allenamento prima della partita si procede a giocare all’Half court shot, dove la prima giocatrice che segna da metà campo vince l’equivalente di 100 euro messi in palio dal divertito e giocoso general manager della squadra.

L’atmosfera prima e durante la partita è completamente diversa da quella a cui siamo abituati normalmente in Italia, che si tratti di maschile o femminile. Durante la presentazione le luci si spengono, il megaschermo manda un video composto da alcune azioni e arricchito da una musica in tono epico, la mascotte fa un po’ di cinema in mezzo al parquet e le giocatrici vengono fatte entrare una per una da una sorta di tunnel apposito con un faro che le segue mentre si allineano a metà campo. Il tutto viene seguito dall’esecuzione dell’inno svedese rivolti verso la bandiera, e noto con mio grande sollievo che almeno il loro inno non offre la tragica occasione di fare “Poropò! Poropò! Poropoppoppoppopò!” con la voce per accompagnare la musica. Durante la partita invece, ad ogni singola interruzione del gioco, che sia un fallo, una palla che finisce fuori, un’infrazione di 24 secondi, un cambio, una giocatrice che deve allacciarsi una scarpa e così via, un dj fa partire un piccolo stacchetto musicale con canzoni come I’m An Albatraoz, Samsara, All I Do Is Win, I’m Shipping Out To Boston e altre robe così, rendendo per un attimo l’ambiente una sorta di discoteca (anche perché il tifo dagli spalti è abbastanza freddino), salvo poi dimenticarsi ogni tanto di stoppare l’mp3 e lasciando così che l’azione riprenda mentre le casse ancora pompano serenamente qualche pezzone come Freaks di Timmy Trumpet come accompagnamento per la partita.

La partita ha poca storia perché lo Udominate è troppo superiore, nonostante dall’altra parte ci sia una giocatrice che ad ogni palleggio arresto e tiro salta più di quanto io abbia mai fatto in vita mia, pure ai tempi in cui ancora riuscivo a schiacciare. Da un punto di vista tecnico il gioco è vagamente più fisico rispetto a quello italiano, con qualche tiro da fuori in meno e parecchi cazzotti in più: questo anche a causa del singolare metro arbitrale (questo sì di livello ampiamente inferiore a quello italiano), dove a tratti si alterna un arbitraggio umano con un altro improvvisamente diverso che inspiegabilmente concede schiaffi, pugni, lacci californiani, spallate hockeystiche, tackle a gamba tesa e mosse di wrestling senza che dai vigili urbani in maglia grigia si possa udire alcun fischio, ricevendo anzi in cambio uno sguardo atto a minimizzare il contatto in cui hai appena perso un arto, sguardo peraltro rafforzato da un ampio movimento con le braccia come a significare “circolare, circolare”. Un’altra cosa che salta subito all’occhio assieme al tifo freddino, limitato a qualche applauso e qualche sommesso incoraggiamento vocale (oltre ovviamente alla banda stile college NCAA, quando è presente alla partita), è la quasi spiazzante sportività del pubblico, soprattutto per chi proviene da un ambiente come quello italiano. Vengono presentate le avversarie: timidi applausi. Sostituzione di una giocatrice avversaria: timidi applausi. Addirittura canestro o bella giocata di una dell’altra squadra: ancora applausi. Praticamente il fattore campo è quasi inesistente, con un ambiente che intimorisce chi ci viene a giocare quanto la cuccia di Snoopy, anche se per uno come me, che mal sopporta i vari isterismi che si vedono sugli spalti dei nostri campionati o la mentalità ultrà secondo la quale insultare i giocatori e i tifosi avversari è non solo accettabile, ma perfino giusto (!), un ambiente del genere (anche se magari un po’ più caloroso non guasterebbe) è praticamente un paese dei balocchi. In questo contesto familiare si inserisce perfettamente il banchettino all’angolo del palazzetto che all’intervallo vende tazze di bevande calde e fette di kladdkaka (una sorta di torta al cioccolato) fatta in casa, oppure la premiazione a fine gara della miglior giocatrice della squadra di casa e di quella della squadra ospite con un grazioso sacchettino di cui non mi sono interessato di scoprire il contenuto, che poteva essere rappresentato tanto da beni gastronomici quando da prodotti cosmetici.

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Ed è proprio in un ambiente di pace, bene, amore, fratellanza, misericordia ed amicizia come quello appena descritto, che mi ha fatto abbastanza strano vedere una mezza rissa nell’ultimo minuto di quella gara1, dove peraltro la squadra ospite non era quasi mai stata in partita ed era ormai sotto di 30. Tutto nasce da una lotta a rimbalzo, una cintura l’altra e tra un “bitch” e l’altro questo è quello che segue:

Diciamo che anche il fatto che alcune preferissero andare via dall’allenamento belle sudate, rimettendosi addosso i vestiti con cui erano arrivate, per tornare a farsi la doccia a casa (cosa che da noi sarebbe vista in maniera particolare, dato che la doccia post-allenamento o post-partita è un momento quasi sacro dello spogliatoio al quale non ci si può sottrarre) aveva aggiunto un po’ di stupore a tutte le altre cose.

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Se foste delle giocatrici di basket e aveste deciso che atmosfera rilassata, allenamenti blandi, serate di squadra organizzate dalla dirigenza e quant’altro possano solleticare in voi l’idea di provare un’esperienza nel campionato svedese, dovreste però tenere presente, oltre ai pro, pure i contro: le temperature rigide e le 4 ore scarse di luce durante l’inverno, il rischio di giocare in palestre scolastiche con trentordiciassei linee di decine di sport diversi quando si affrontano le squadre di bassa classifica, il fatto che in Svezia sia considerato uno dei piatti tipici il Flying Jacob (non mi prendo l’onere di elencarvi gli ingredienti, scarico tutte le responsabilità su Wikipedia) e il pericolo di trovarsi ad essere marcate da Christy Bacon. Giusto per darvi un’idea, Christy è lei.

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L’altro giorno, facendo un giro sul sito della Basketligan Dam svedese per ricordarmi l’orario di gara2 a Norrköping, ho visto in home page l’articolo di presentazione dell’altra semifinale tra Sallen e Northland. Così per curiosità, come se poi fossi convinto di riuscire davvero a decifrare dallo svedese una presentazione di una partita che mi interessava pure poco, ho aperto la news. All’interno mi si è presentata la foto di questo tenero ed amichevole donnino, al che ho pensato di essere stato reindirizzato su un sito di Ultimate Fighting a mia insaputa, ma dopo qualche breve tentativo di intuizione spannometrica sono riuscito a capire che in realtà quello era davvero l’articolo di presentazione di Sallen-Northland e che lei, nonostante le mie forti perplessità, era una giocatrice di Sallen. Cercando poi il suo nome su internet, ho scoperto dal suo aggiornatissimo sito personale che la ormai 35enne signorina Bacon, nata in uno sperduto paesino del Wyoming, non annovera tra le sue passioni solamente la pallacanestro, di cui è giocatrice professionista da ben 12 anni nel campionato svedese, ma è anche una personal trainer e una combattente, con il poco rassicurante soprannome di “Bullet” in un programma tv svedese chiamato Gladiatorerna dove, stando a quello che ho capito, membri del pubblico possono sfidare i Gladiatori del programma in una serie di sfide fisiche e atletiche. Se davvero volete andare a giocare in Svezia, prima di prendere una decisione fissate per 10 secondi la foto qui sopra. Dopodichè, se l’anno prossimo doveste ritrovarvi in un ospedale di Uppsala con quattro fratture per colpa di un body check, non dite che non vi avevo avvisate.

 

Grazie alle mie amiche Iaia Zanoni e Alessandra Tava per l’ospitalità e la compagnia, e anche a tutte le altre giocatrici (e lo staff) dello Udominate per l’accoglienza e la simpatia. Senza di loro probabilmente non avrei mai visitato questi posti e non avrei mai conosciuto un modo di vivere diverso e una pallacanestro diversa. E al mondo non esiste uomo più completo di chi ha tanti amici e ha viaggiato tanto. Quindi “Tack så mycket”.