Trovo nel popolo napoletano la più vivace e geniale industria, non per diventare ricchi, ma per vivere senza preoccupazioni.

Chissà cosa avrebbe pensato Goethe della “vivace e geniale industria” del basket partenopeo. Tra cadute e resurrezioni, farse e trionfi, la Napoli del basket è stata ed è un riflesso della caotica bellezza di quella terra minacciata dal Vesuvio e coccolata dal golfo. Punti, logiche, collegamenti. A Napoli contano il giusto. Una delle immagini più eloquenti di questo caos la regala Wikipedia:

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Prima vita

Un inizio, però, ci deve sempre essere. E c’è anche nella pulviscolare storia della pallacanestro napoletana: 14 marzo 1930, nascita ufficiale dell’Associazione Pallacanestro Napoli, la prima squadra della città a mettersi sulla canotta la N bianca su sfondo azzurro:

storia

Un secondo posto alle spalle della Triestina nel ’32, poi un ventennio tra serie A e B prima di sprofondare nell’oblio nel 1953.

La prima morte.

 

Seconda vita

Passano quattro anni e dalle ceneri spunta la prima araba fenice azzurra: la Partenope Napoli Basket. Nata nel 1957, la squadra riporta la serie A all’ombra del Vesuvio già nel 1960 centrando subito un buon 3° posto. Il salto di qualità arriva nel 1967, quando al fianco del presidentissimo Amedeo Salerno arriva nientemeno che il “cumenda” Giovanni Borghi. Da un decennio ha legato il suo nome alla Pallacanestro Varese portandola in cima all’Europa ma la sua passione per lo sport è talmente smisurata che lo spinge a sponsorizzare anche la Partenope coi marchi Ignis Sud prima e Fides poi. Col paradosso che, il 16 novembre 1967, sul campo si incontrano per la prima volta (e forse pure l’ultima) due squadre con lo stesso sponsor: la spunta la Ignis Sud Napoli sulla Ignis (Nord) Varese per 77-69.

Il 1968 è l’anno del primo trofeo partenopeo: la Coppa Italia. Appena istituita come torneo da disputare dopo la fine del campionato, tra giugno e luglio, la Fides di Remo Maggetti (cui oggi è dedicato il palasport di Roseto e arrivato proprio da Varese) e Vincenzo Errico, con Giovanni Gavagnin come giocatore-allenatore, fa fuori Siena e Livorno e in finale strapazza la Fortitudo Bologna targata Eldorado con Dado Lombardi in panchina. Un incrocio, quello con la Effe, che troveremo anche più avanti nella storia del basket in azzurro.

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Il suo zenit la Partenope e la Napoli a spicchi lo toccano un paio di anni dopo. In panchina è arrivato Tonino Zorzi, al fianco di Maggetti ci sono anche l’argentino Carlos D’Aquila, ex Milano, e i lunghi americani Jim Williams e Miles Aiken, MVP delle finali di Coppa dei Campioni con la canotta del Real Madrid. Vincendo la Coppa Italia, Napoli sbarca in Europa dalla porta secondaria, quella della Coppa delle Coppe. La Fides passa il primo turno contro la Steaua Bucarest e nei quarti si trova di fronte il Panathinaikos. L’andata a Napoli è un trionfo: 98-61. I greci hanno bisogno di un’impresa per qualificarsi e al ritorno allo stadio di Atene (sì, si giocava all’aperto…) c’è una marea verde ad attenderli. “Erano in 70 mila”, ricordava Williams un paio d’anni fa, anche se i dati ufficiali dicono 25 mila spettatori. Succede di tutto, il Pana conduce non si sa come per 51-16 all’intervallo, ma i napoletani reclamano perché il punteggio, in realtà, sarebbe di 39-28. Altri tempi, altro basket. Per il commissario Fiba presente, il francesce Edmond Pigeu, è tutto regolare e allora la squadra decide di ritirarsi. Sconfitta a tavolino ed eliminazione, ma l’appuntamento con la Coppa è solo rimandato.

L’anno dopo, infatti, Napoli torna sul palcoscenico (grazie alla finale di Coppa Italia persa contro… Varese, again) e corre come un treno fino alla finale contro i francesi del Vichy. Oltralpe gli azzurri cedono 64-60, ma al PalArgento di Fuorigrotta non si passa: Maggetti ne mette 24, la Fides vince 87-65 e alza il trofeo. Per il cumenda uno straordinario en-plein: scudetto, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale con Varese, Coppa delle Coppe con Napoli. Irripetibile.

La Partenope, però, resiste in serie A ancora per qualche anno, poi la retrocessione.

Seconda morte.

 

Terza vita

Proprio di morte in questo caso non sarebbe corretto parlare, perché la Partenope, pur sprofondata nelle minors, riemerge negli anni ’90, salendo in A2 nel 1997/98 ed esiste ancora oggi, la trovate in serie D. Ma il testimone del grande basket è passato di fatto alla nuova realtà emergente della città: il Napoli Basket. Un ventennio senza grossi sussulti, qualche saliscendi tra A e A2, ma tanti giovani stranieri lanciati nell’empireo europeo (indimenticabile la coppia Walter Berry-Alex English nella seconda metà della stagione ’91-’92, ma anche Ron Rowan, Mike Mitchell, Russ Schoene, Uwe Blab…). Nel ’95, però arriva il trasferimento a Battipaglia, dove la società troverà la sua tomba due anni più tardi.

Terza morte.

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fonte: www.dailybasket.it

 

Quarta vita

In provincia è morto, in provincia risorge il basket napoletano. L’Apl Puteoli Pozzuoli, nata nel dopoguerra, dopo decenni tra C e B è sbarcata nel 1996 in serie A2 con lo storico sponsor Serapide sulle maglie e il presidente Biagio Lubrano nella stanza dei bottoni. Una stagione di coabitazione con la Battipaglia agonizzante, poi nell’estate ’99 la svolta: si sbarca a Napoli, con il grande sogno di riportarla in A1.

Ci vuole qualche anno e tanta moneta messa sul piatto dal neo patron Mario Maione, la Legadue dell’epoca infarcita di americani di livello non era semplice da domare. E neanche la stagione 2001/2002 sembra quella buona. Turbolenze sin dall’inizio, due cambi di allenatore e una girandola di giocatori: Stefano Rajola e Dontae Jones le costanti, mentre in corsa se ne va, tra gli altri, anche un giovane Andy Panko per lasciare spazio a due tipetti niente male: Mike Penberthy, direttamente dai Lakers dorati di Shaq e Kobe, ed Henry Williams. La Di Nola Napoli chiude terza in stagione regolare e ai playoff trova l’ostica Sicc Jesi di Mason Rocca (che ritroveremo in seguito…), Lupo Rossini e l’altro Williams, Michael, uno col vizio di metterla parecchio. Napoli la sfanga a gara 5 trainata dal trio Jones-Williams-Penberthy, ma in semifinale c’è da superare la Messina di Brian Oliver e LaMarr Greer con il fattore campo avverso. No problem: 3-1, si va in finale, dove ad attendere c’è la Bipop Carire Reggio Emilia di Alvin Young, Teemu Rannikko e Nando Gentile. Serie pazzesca, con Napoli a sbancare Reggio in gara 2 e Reggio a ricambiare in gara 3. La Di Nola rischia grosso in gara 4, facendosi rimontare più di 20 punti ma chiudendo sul 70-66 e allora tutti a gara 5, da giocare al PalaBigi. Ci pensa Dontae Jones a fare l’ultimo regalo ai partenopei: 34 punti e 14 rimbalzi, 56 di valutazione… Partita d’altri tempi, livello pazzesco pensando alla A2 odierna, dateci un’occhiata:

Inizia la (breve) età dell’oro del basket partenopeo.

Napoli torna in A1, 11 anni dopo. E lo fa senza alcun bisogno di rodaggio, con Penberthy a prendersi lo scettro di leader del team targato Pompea e quel LaMarr Greer incrociato l’anno precedente come spalla privilegiata. La stagione 2002/2003 è da matricola terribile, nonostante Dontae Jones, l’eroe della promozione, venga fermato all’antidoping a novembre per la nota passione per la cannabis (passione che troveremo anche in un altro americano della Napoli di qualche anno dopo…): prima la corsa fino in semifinale di Coppa Italia, agguantata dopo l’incredibile quarto di finale vinto contro la Montepaschi Siena al secondo supplementare (con un irreale Bennett Davison da 20 punti e 21 rimbalzi), poi quella nei playoff fermata in gara 4 dei quarti dalla Lottomatica Roma dell’ex Piero Bucchi e di un Carlton Myers da 40 punti.

La squadra gioca una basket spettacolare e si consolida con il 5° posto dell’anno successivo che vale un altro quarto di finale (perso a gara 5 contro la Scavolini Pesaro), ma il salto arriva nel 2004, la stagione che segna il ritorno in Europa, in Uleb Cup. Partecipazione non molto fortunata, visto che la Pompea esce già al primo turno nel girone vinto dai futuri campioni del Lietuvos Rytas, ma nella quale resta immortale l’incredibile performance di Penberthy contro Bonn: 39 punti con 7/10 da 3 nella vittoria per 86-84 che porta all’ombra del Vesuvio un hurrà in campo europeo che mancava da quasi 40 anni.

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La squadra però non brilla: in campionato è 8° posto con nuova eliminazione ai quarti, stavolta con un secco 3-0 firmato Benetton Treviso.

L’estate 2005 è di cambiamenti radicali.

Se ne va lo sponsor Pompea per lasciare spazio a Carpisa, se ne va Penberthy, attirato dalle sirene tedesche dell’Alba Berlino, a fare da trait d’union restano “Il sindaco” Mason Rocca, Valerio Spinelli e il capitano Mimmo Morena. In panca torna coach Piero Bucchi, il condottiero della promozione. Ma le chiavi della squadra, ovviamente, sono gli stranieri. Da Mosca arriva un altro Greer, Lynn, che alla Dinamo ha fatto faville e che si prende il timone della truppa. Ansu Sesay, esploso a Roseto, e Michel Morandais, da Cantù, sono le bocche da fuoco, l’esperto Jay Larranaga e il cecchino dall’Artico Jon Stefansson i fucilieri coi piedi sull’arco.

Uno spettacolo vederli giocare. Un basket funambolico, che esalta gli incredibili talenti dei singoli. La squadra va a singhiozzo all’inizio, poi pian piano carbura fino alle Final Eight di Coppa Italia, che nel 2006 si giocano a Forlì e cui Napoli si presenta da seconda della classe. Quarti di finale, c’è la Milano di Sale Djordjevic. “Ci avevamo perso contro meno di due settimane prima ed era una sconfitta che ci aveva scosso – ricorda Valerio Spinelli, uno degli eroi di quella gara, in un’intervista a Threebute.com – ricordo ancora cosa ci fecero trovare nello spogliatoio, una puzza incredibile. Li avremmo ritrovati lì al primo turno, ed è inutile dire che sentivamo molto quella sfida. La mattina della partita avevamo la rifinitura dopo di loro, dalle 11 alle 12 mi pare. Eravamo nel serpentone in attesa che fosse il nostro turno, e davanti a noi c’era l’orologio: scattò il nostro turno e senza dire una parola Ansu Sesay si buttò in campo con il pallone mentre loro erano ancora schierati a provare i giochi. E iniziò a tirare. Gli andammo tutti dietro mentre Milano, stupita, lasciava il campo a testa bassa. Fu un momento importante per tutti, il momento in cui capii che avremo vinto. Sbruffoneria? Non mi è mai successo altre volte, ma davvero io quella partita non ho mai pensato di poterla perdere. Mai”.

E non la persero.

Poi la semifinale contro Treviso. No way, la Carpisa è in missione. “Era tutto bellissimo, ma fu anche il momento in cui ci rendemmo conto di non averne abbastanza – aggiunge Jon Stefansson sempre a Threebute.com – di non poterne avere abbastanza. Vero, eravamo arrivati lì da mine vaganti, senza pressione, ma ora avevamo una finale da giocare, una sola partita ed una sola avversaria tra noi e la Coppa”.

È la Lottomatica Roma, l’altra sorpresa della manifestazione, in grado di eliminare in serie Climamio Bologna e Montepaschi Siena. La squadra che un anno prima aveva esonerato coach Bucchi. Incroci pericolosi. E la partita è degna di una finale: si va ai supplementari, Greer è l’eroe, a Napoli torna un trofeo 36 anni dopo la Coppa delle Coppe firmata Partenope.

La vittoria in Coppa Italia svela le ambizioni biancoazzurre, si inizia a parlare di scudetto e il 4° posto di fine regular season non chiude di certo la porta. Udine è spazzata via nei quarti di finale, sotto con la Fortitudo campione d’Italia in carica. Una delle serie più emozionanti della storia recente del nostro basket. Gara 1 se la prende Bologna ai supplementari dopo una sfida in cui succede di tutto, con Greer a scrivere 26 punti e Belinelli a ribattere con 20. A chiudere i conti, però, è Nate Green. Così:

Gara 2 è della Carpisa al PalaBarbuto, ma la Effe restituisce lo schiaffone in una gara 3 che sembra lo spartiacque della serie. L’83-58 datato 7 giugno 2006 mette a nudo i limiti napoletani, ma è soprattutto la notizia del giorno dopo, la squalifica di Ansu Sesay positivo all’antidoping causa cannabis (ci eravamo già visti, vero?), a far sembrare vicinissima la fine dei sogni partenopei. Gara 4 è in programma a il 9 giugno di nuovo all’ombra del Vesuvio. E senza Sesay, osannato dalla curva nonostante tutto entrando sul parquet in borghese, pare durissima. Il PalaBarbuto, però, è un inferno cui la Effe arriva forse impreparata. La quasi rissa Bagaric-Cittadini sulla palla a due (guardare primi minuti del video qui sotto, please) è il biglietto da visita di una partita che Napoli vuole consegnare alla storia, Morandais provoca a ripetizione Beli e la panchina fortitudina e sulla scia dell’adrenalina la Carpisa la mette sui binari che vuole: gara 4 è azzurra e volano mani e pugni nel tunnel degli spogliatoi (il gm di Napoli Betti si fa addirittura accompagnare in ospedale per un ceffone ricevuto da Repesa). Si tornerà a Bologna per il tutto per tutto:

La F per bissare il tricolore, Napoli per la prima finale della sua storia. Gli stimoli non mancano a gara 5. “Se si fosse giocato a porte chiuse avremmo vinto la serie 3-0, sul piano sportivo siamo più forti”, azzarda il presidente Maione dopo gara 4. E così se il PalaBarbuto di gara 4 sembrava Salonicco, la Land Rover Arena di gara 5 pare il Pionir. Napoli fa riscaldamento protetta da agenti in tenuta antisommossa, le polemiche della vigilia hanno reso l’aria rovente. Ma la partita, sul campo, dura ben poco. Lo show della maturità di Marco Belinelli manda in tilt la Carpisa già nel primo tempo, oscurando pure l’ennesima maestosa prova di Greer e spegnendo i sogni di gloria napoletani. Con un messaggino per il buon Morandais:

[minuto 1:33 “Dance Now”]

La semifinale, per quanto amara, vale comunque un altro passo nella storia: la prima (e unica) volta in Eurolega, che si consuma nella stagione 2006/2007. Rientra dalla squalifica Sesay e l’ossatura della squadra resta praticamente invariata. Tranne qualche dettaglio: la stupenda stagione da capocannoniere ed Mvp rilanciano Greer verso la Nba e Stefansson ha accettato le sirene romane, quindi c’è da cambiare nel backcourt. E per essere competitivi su due fronti bisogna farlo come si deve. Le scelte cadono su Tierre Brown, fresco Mvp in D-League, e il cavallo di ritorno Jeff Trepagnier, già in azzurro qualche anni addietro. Il taglio di Brown, sostituito da Tyrone Ellis, riaccende una Napoli targata Eldo che a metà del primo girone di Eurolega sembra già a casa, tanto da arrivare all’ultima giornata col jolly per una storica qualificazione alle Top 16 in mano da giocarsi a domicilio contro i campioni d’Italia della Benetton Treviso. Partita drammatica, con Napoli che sul +15 nel secondo quarto sembra avere in pugno. La Eldo è ancora a +7 con 5’ da giocare, poi il blackout. Zisis guida le truppe biancoverdi, Goree uccide la partita a 17” con la tripla del 64-60. Napoli chiude quinta a pari merito con l’Aris, che però la beffa per la differenza canestri negli scontri diretti.

In campionato la squadra zoppica, tenendosi sempre in zona playoff ma senza mai decollare nell’annata che vede la Montepaschi Siena iniziare a costruire il proprio impero. E la serie di quarti di finale contro la Lottomatica Roma del grande ex Stefansson e dell’odiato Repesa ne sono lo specchio: un 3-0 senza appello che fa calare il sipario non solo sulla stagione ma, col senno di poi, proprio sui sogni di gloria napoletani.

La stagione 2007/2008 fa conoscere l’Europa a Jumaine Jones, che con l’aiuto di Chris Monroe e di Mason Rocca riesce però solo a centrare una salvezza senza patemi. La crisi è ormai dietro l’angolo, la certifica la Fip non ammettendo la squadra alla stagione 2008/2009 per inadempienze nei contributi.

Quarta morte.

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Quinta, sesta, settima vita

Io scuso tutti coloro ai quali la vista di Napoli fa perdere i sensi.

Checché ne dica Goethe, quel che succede da quel settembre in avanti ha del tragicomico. Dopo la fine del Napoli Basket, il cronometro del basket partenopeo inizia a correre veloce con l’affanno di volere arrivare a tutti i costi e nel minor tempo possibile a ridare quei lampi d’onore assaporati dalla città per troppo poco tempo. E qui le responsabilità di Lega e Fip nell’aver lasciato fare con troppa leggerezza sono evidenti.

Napoli, di fatto, resta solo per un anno senza serie A. Perché al via della stagione 2009/2010 al PalaBarbuto si trasferisce la Sebastiani Rieti. Il club laziale, neopromosso, non ha le risorse per affrontare il campionato e il presidente Papalia, con l’avallo di Lega e Federazione, tenta la sorte trasferendo l’attività in Campania. La squadra in avvio tiene un profilo che definire basso è un eufemismo, ma l’ingresso in corsa dello sponsor Martos sembra ridare qualche speranza. Gli ingaggi di Travis Best, Robert “The Tractor” Traylor (R.I.P.) e Damon Jones paiono buone garanzie. Ma dura poco: gli stipendi non arrivano, i giocatori se ne vanno. La squadra agonizza per tre mesi con gli Under 19 finché, ma solo ad aprile, arriva finalmente l’esclusione dal campionato per non aver pagato la seconda rata per i campionati professionistici.

Quinta morte.

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Dopo la surreale esperienza reatina, la serie A non avrà più Napoli sulla propria cartina. Nell’estate 2011 nasce il Napoli Basketball di Salvatore Calise che ottiene subito una wild card per la Divisione Nazionale A (la vecchia B1). La squadra onora il campionato alla grande, chiudendo in vetta la stagione regolare ma uscendo nei playoff in semifinale contro Trento. L’estate successiva è di nuovo turbolenta: le difficoltà economiche portano alla fusione con la vicina Sant’Antimo, reduce dalla salvezza centrata in A2. La nuova Napoli accende i motori per la stagione 2012/2013 da disputare nel secondo campionato nazionale ma viene esclusa dopo sole tre partite per il mancato pagamento della prima rata società professionistiche. Un’esclusione che avrebbe del comico se non fosse drammatica. La società, infatti, anziché versare i 33 mila euro dovuti, fa un bonifico da appena 3. Non 3 mila, proprio 3 euro!

Sesta, inevitabile, morte.

L’ultimo jolly Napoli se lo gioca tre anni fa, quando nasce l’Azzurro Basket 2013 proprio sotto la guida di quel Maurizio Balbi che aveva tentato in extremis il salvataggio del Napoli Basketball di Calise versando (invano) i 33 mila euro mancanti. La nuova società acquisisce il diritto della Biancoblu Bologna e parte direttamente dalla A Gold. Due stagioni nel terzo campionato nazionale poi la scorsa estate la mancata ammissione in A2 e l’ok all’iscrizione in serie B, con chiare ambizioni di risalita. Almeno nelle intenzioni estive, vista l’esclusione arrivata qualche giorno fa.

Cominciamo bene, finiamo non benissimo

Cominciamo bene, finiamo non benissimo

La delusione maggiore ad oggi è aver toccato con mano quanto poco importa la pallacanestro a Napoli soprattutto ai grandi marchi e alla classe imprenditoriale e politica.

Questo non è Goethe, non è la sua “vivace e geniale industria”. È Giampaolo Di Lorenzo, napoletano doc, play della Partenope degli anni ’80-’90 prima e della Puteoli poi, allenatore dell’Azzurro fino ad un paio di giorni fa. Uno che Napoli ce l’ha sottopelle. E che, evidentemente, non ama molto lo scrittore tedesco.

Dategli torto.

 

di Marco Pagliariccio

(fonte foto copertina: http://www.threebute.com/)