copertina di Mattia Iurlano
articolo di Marco A. Munno

 

 

Se le regole da seguire per l’allestimento di una squadra sono uguali per tutte le franchigie NBA, alcune si ritrovano il vantaggio di una location maggiormente stuzzicante per i free agents cui offrire un contratto per la stagione successiva. Di contro, essere una squadra posizionata in un cosiddetto small market, impone di rendersi una meta appetibile per i migliori giocatori liberi senza puntare sul fattore glamour ma solo sulla solidità del contesto cestistico creato acquisendo personale valido tramite scelte al draft e trades effettuate. La poca attrattiva esercitata dalla fredda Salt Lake City è ben nota ai general manager della franchigia locale dei Jazz, quel Dennis Lindsey che grazie alla pesca al draft di un gioiello quale Rudy Gobert con la scelta numero 27 del 2013 e l’aggiunta di un sorprendente role player scartato dai Clippers quale Joe Ingles, sommati al Gordon Hayward scelto con la quinta pick assoluta nel 2010 e all’estensione di contratto sottoposta a Derrick Favors, aveva creato un buon nucleo che aveva riportato Utah al quinto posto nella Western Conference, ora da puntellare con aggiunte mirate.

Quando perciò durante la draft night, mentre i TWolves annunciavano la loro selezione alla settima pick assoluta, è arrivata l’offerta dei Nuggets per Trey Lyles e la scelta numero 24 in cambio della scelta numero 13, i Jazz non ci hanno pensato due volte, accettando per tentare l’assalto ad uno dei ragazzi nel mirino del front office: nonostante fosse proiettato verso una scelta fra la 10 e la 15, irraggiungibile con la 24 sino ad allora in possesso, l’idea era già quella di accaparrarsi il sophomore in uscita da Louisville, il prospetto di 3&D, Donovan Mitchell.

Da notare come siano inconsueti i workouts di buoni prospetti con squadre dalle basse scelte, ma nel caso dei Jazz e di Mitchell la richiesta è partita direttamente dal giocatore

Il 4 luglio però, Gordon Hayward lascia i Jazz, decidendo di non prolungare il proprio contratto con il team e accettare le lusinghe dei Celtics guidati dal suo ex allenatore al college Brad Stevens, (lo stesso giorno, inoltre, anche George Hill abbandona Utah per firmare da free agent con i Kings); miglior giocatore della squadra e principale riferimento offensivo, lascia un vuoto di 15.8 conclusioni e 21.9 punti a gara, con il ruolo di primo realizzatore del team in cerca di pretendenti.

Il ruolo prospettato per Mitchell quindi cambia, con una possibilità di ottenere maggior spazio e responsabilità a presentarsi davanti a lui; in una sorta di déjà vu che accompagna la sua giovane carriera, si trova di fronte un’opportunità da cogliere. Proprio come quando, tredicenne scolaro della Greenwich Country Day School, saputo che il suo idolo del tempo Lebron James avrebbe tenuto la celebre trasmissione della sua “Decision” nel Boys and Girls Club cittadino, obbligò la madre ad accompagnarlo fra il pubblico per non perdere la possibilità di gustarsi l’evento sul posto. Oppure come quando, praticando nella Canterbury School nei primi due anni di high school sia baseball che pallacanestro, al trasferimento alla Brewster Academy per concludere il ciclo di studi, decise di concentrarsi su quest’ultima attirando maggiori attenzioni dai vari college.

Sceglierà fra questi Louisville, indossando il numero 45, in omaggio a Michael Jordan durante la sua carriera nel baseball; passione ereditata dal padre Donovan Sr., director of players relations per i New York Mets. In quella location metterà in risalto la sua altra particolarità distintiva, ovvero l’etica del lavoro che lo porterà a migliorare le sue cifre dai 7.4 punti, 1.7 assists e 3.4 rimbalzi a gara con un deludente 25% da tre punti della prima stagione ai 15.6 punti, 2.7 assists e 4.9 rimbalzi con un buon 35.4% da tre punti con cui si affaccia ai pro. Anche se al termine della seconda stagione ai Cardinals, non era certo di lasciare il college: sono Paul George e Chris Paul, che incontra al Creative Artists Agency pre-draft camp, a convincerlo del fatto che non sarebbe stato necessario un terzo anno di NCAA in quanto fosse già pronto al grande salto.

Inizia come una classica matricola la stagione di Donovan. Parte in panchina in 8 delle prime 11 partite (in cui è Ricky Rubio a prendersi oltre 12 tiri a partita, con un attacco a produrre soli 95.9 punti a gara), sorpassando solamente 3 volte i 30 minuti di utilizzo; alle prime esplosioni realizzative alterna prestazioni dallo scarso contributo.

Verso la seconda metà di novembre inizia a trovare maggior fiducia e, dalla peggior prestazione al tiro della sua stagione (contro i Bulls, 4 punti con 1/10 al tiro dal campo) in poi, inizia un’impennata nelle sue performances. Da quel momento, piazza una striscia di 12 partite con 23 punti ad allacciata di scarpe tirando con il 49.8% dal campo e il 42.5% da tre punti, prima di un breve stop per un problema ad un piede, venendo menzionato nelle prime discussioni riguardo alla qualità della classe di rookies di questa stagione e registrando anche la partita che ad oggi segna il suo career-high di punti realizzati: 41, nella vittoria del 01/12/2017 contro i Pelicans.

In questo modo, dopo 23 partite ha già realizzato un massimo in carriera più alto di quello dello stesso Hayward

La sua ascesa nelle gerarchie della squadra è continua; dal rientro dopo le due gare saltate, viaggia a 21.8 punti a gara, fissando quindi la sua media attuale a 19.9, risultando il miglior realizzatore fra i rookies di questa stagione, affiancando anche 3.6 assists e 3.7 rimbalzi a partita, con una usage rate (percentuale di utilizzo nei possessi della squadra) del 28.6% (maggiore di quella di Lebron James al 28.2% nella sua prima annata da pro); è inoltre il secondo a tentare almeno 14 tiri dal campo e 6 da tre punti nella sua stagione d’esordio, dopo Damian Lillard.

Con un atletismo sopra la media, è in grado di sbilanciare con continui cambi di velocità il suo marcatore, confondendolo grazie a grandi falcate essendo capace di concludere i sui 1 contro 1 tanto in penetrazione quanto con arresto e tiro:

Finta di tiro da tre punti che Lonzo Ball è costretto a rispettare, così come Kuzma indietreggia di fronte all’esitazione di Mitchell che con penetrazione negata colpisce con un floater

Il tiro da fuori, sua caratteristica offensiva reputata maggiormente NBA-ready in sede di draft, si è confermato tale sui parquet del piano di sopra. Il ragazzo infatti è uno dei migliori giocatori della stagione per punti prodotti in situazione di spot up, con 1.26; in movimento, col catch and shoot da tre punti va a segno in un discreto 40.6% dei suoi 3 tentativi a partita, mettendo in mostra un movimento rapido e morbidissimo :

Anche il range di tiro è in continua espansione

I punti provenienti dalle situazioni di isolamento e di pick’n’roll giocato da ball handler non arrivano a questi alti livelli, attestandosi rispettivamente a 0.91 e 0.83; tuttavia, con il 63,6% dei suoi canestri realizzati senza assists dei compagni, diventa un’opzione fidata nel momento in cui i Jazz devono decidere a chi destinare palloni che scottano coi quali crearsi tiri in autonomia (risultando il miglior rookie per punti segnati nel clutch time con 3.1 di media, nella top 20 assoluta della Lega).

Con 11 punti dei suoi 29 nell’ultimo quarto, Mitchell ha trascinato alla vittoria i suoi contro i Cavs il 30 dicembre 2017, chiudendo la gara con questo canestro

Una delle perplessità a circondare il salto in NBA era quello sul ruolo in cui si sarebbe disimpegnato, con i dubbi sul fisico sotto la media per giocare come guardia e sulla poca attitudine al passaggio per giostrare da playmaker. Coach Snyder lo utilizza principalmente di fianco a Rubio, nello spot di 2; non ha sviluppato una mentalità pass-first ma, migliorando le sue scelte in reazione agli atteggiamenti dei difensori, si è dimostrato in grado di saper punire le attenzioni dedicate dagli avversari alle sue iniziative con puntuali passaggi ai compagni:

Aggiungendo anche un po’ di spettacolo

Quando lo spagnolo ha dovuto saltare delle gare per infortunio, vista anche la perdurante assenza di Dante Exum, è stato comunque impiegato quale ball-handler principale; la conseguenza è stata quella di avere la possibilità di generare dei vantaggi per l’attacco sin da subito, anche molto lontano dal canestro:

Blocco ricevuto da Favors lontanissimo da canestro, con difesa che non reagisce con vigore vista la distanza e l’azione appena iniziata: pessima scelta

Altra peculiarità che lo contraddistingueva al college era la tenuta difensiva, con coach Pitino a tenerlo in marcatura indifferentemente su guardie o playmakers e in certe situazioni anche sulle ali piccole avversarie. Dall’architettura simile a quella di specialisti come Oladipo o Bledsoe, Mitchell combina l’imponente apertura alare di 208 centimetri (ancora più impressionante se paragonata alla sua statura, di soli 190 centimentri) ad un’elevata rapidità di piedi e ad una grande tenacia, riuscendo a sporcare tanti possessi avversari (con 1.45 rubate a partita è secondo fra i rookies e ventiseiesimo assoluto nella Lega) quanto a contenere in single coverage anche i migliori esterni della lega, per quanto possano avere diverse caratteristiche.

E’ possibile quindi vederlo disimpegnarsi bene su un tiratore dal fisico massiccio quale Harden:

Assorbe i contatti del Barba mentre distende continuamente le lunghe leve verso l’alto così da disturbarne la visuale del canestro

Tanto quanto un primo passo fulmineo e un atletismo dirompente quale Westbrook:

Muovendo rapidamente i piedi, riesce a non farsi battere contrapponendo il fisico ai vari spostamenti di Russell, fino a forzarne la palla persa

Crede, inoltre, così tanto nella disciplina difensiva da mostrarlo anche quando, sui social networks, ci sofferma a commentare da tifoso le prestazioni della sua Louisville:

La sua influenza sull’intero team è misurabile in termini di net rating; con lui in campo, i Jazz segnano 5.5 punti su 100 possessi in più degli avversari, mentre senza lo scarto di punti a favore di Utah quasi si annulla scendendo ad un misero 0.3.

Non male per un ragazzo che vedeva sé stesso solo come disciplinato difensore e poderoso schiacciatore; a proposito di quest’ultima caratteristica, la passione per i voli all’altezza del ferro non l’ha certo abbandonato, venendo anzi validata anche al massimo livello. Durante l’All Star Weekend, infatti, era scontata la sua presenza nel match di apertura fra rookies e sophomores; nello sconfitto Team USA ha realizzato solo 7 punti con 7 assists ma firmando la giocata migliore della partita, proprio una potente inchiodata:

Curioso come l’azione parta da una giocata difensiva, marchio di fabbrica di Mitchell ma una rarità nell’intero fine settimana

E’ stato poi impegnato anche nella famigerata gara del sabato dello Slam Dunk Contest, selezionato in sostituzione dell’infortunato Aaron Gordon.

Ha indossato una speciale e fighissima colorazione delle adidas Dame 4 (che trovate anche QUI) 

Valutazioni di 48 e 50 per le prime due, 50 e 48 per le seconde sue schiacciate; nel consueto ruolo di underdog, superando in finale il figlio d’arte Larry Nance jr., si è aggiudicato la vittoria del trofeo.

Da notare l’omaggio a “Dr. Dunkenstein” Darrell Griffith (primo Jazz di sempre a partecipare ad un Slam Dunk Contest) durante la seconda schiacciata e quello a Vince Carter nell’ultima

Col suo contributo, i Jazz hanno piazzato in questo 2018 due lunghe strisce vincenti; la prima, con la quale sono arrivati all’All Star Game, di 11 vittorie di seguito per rilanciarsi in ottica della conquista di un posto nei playoffs della Western Conference; la seconda, che consta di nove successi consecutivi, proiettando la squadra direttamente a giocarsi addirittura il vantaggio casa durante la prima serie della postseason. Per Donovan, 21.3 punti in media con il 40.3% da tre punti durante la prima streak e 21.1 in media con 4.4 assists durante la seconda sinora.

Durante la prima striscia, il 2 febbraio contro i Suns arriva anche la sua seconda partita da pro a quota 40 punti; unici giocatori in attività a registrare questo doppio exploit da rookie sono Stephen Curry, Lebron James, Kevin Durant, Blake Griffin, Eric Gordon e Carmelo Anthony

Ad oggi, Mitchell è una delle sole dieci guardie nella storia della NBA a realizzare in media 19 punti, 3.5 rimbalzi e 3.5 assists tirando col 43% dal campo nella stagione da rookie, in una lista che fra gli altri include Oscar Robertson, Pete Maravich, Mitch Richmond e Michael Jordan. Inoltre, ha registrato 23 partite con almeno 25 punti messi a segno; negli ultimi 20 anni, gli unici ad averne totalizzate di più nella loro prima stagione sono Lebron James (24), Blake Griffin (28) e Carmelo Anthony (30).

Una serie di accostamenti pesanti a giocatori diventati poi solidi All Stars della Lega per la ventunenne sensation di Utah; ma vista la rapidità della crescita del ragazzo, vi sentireste di mettere a prescindere un freno all’escalation di Donovan?