Con i più piccoli deve lasciarli divertire, farli giocare, farli muovere il più possibile per smaltire i quintali di merendine.
Con i più grandi che giocano nelle categorie minori deve sopportarli, volergli bene, chiudere un occhio se corrono a zig zag senza che stiano facendo la treccia ma solo perchè hanno fatto aperitivo con 5 spritz.
Con i più grandi, a livelli professionistici, deve gestirli, valorizzarli, stoppare le polemiche se vengono beccati a chiavarsi la moglie del presidente.
Il mestiere dell’allenatore è probabilmente il più difficile del mondo.
Forse secondo solo a quello del bagarino dei Philadelphia 76 Sixers.
Caratteristica che contraddistingue l’allenatore di ogni età, sesso, categoria, religione è che non può giocare e quando un suo giocatore sbaglia un sottomano in contropiede uno contro nessuno, il nazismo che gli sale nelle vene non può sfogarlo sul campo. Il più delle volte deve accontentarsi della lavagnetta, di una borraccia calciata alla Roberto Carlos con le “tre dita”, oppure del vice che spesso e volentieri subisce offese e ingiurie da condanna a 9 anni a San Vittore.
Deve preparare l’allenamento, scegliere esercizi funzionali all’obiettivo settimanale e della partita, deve gestire le assenze sia quelle per infortunio sia quelle per influenze più false delle doppiepunte del commissario Montalbano, deve soprattutto gestire i tiramenti di culo: quello che si lamenta perchè gioca poco, quello che si lamenta perchè non vede mai la palla, quello che si lamenta perchè la palla è troppo tonda, quello che però porca troia se siamo insopportabili noi giocatori adesso che ci penso…
Le variabili del mestiere dell’allenatore sono come le strade del Signore: infinite.
Come se non bastasse, oltre ad essere uno “sporco” lavoro parecchio complicato, i suoi meriti vengono spesso divisi tra lui e i giocatori, i tifosi, le mogli dei giocatori, i custodi della palestra, il ragazzo che porta le pizze in scooter il venerdì sera. Le sue colpe vengono invece divise tra lui e lui: l’allenatore è la persona più sola al mondo.
Ma quando umanamente, tecnicamente, tatticamente e quellochevoletemente un allenatore è di livello, è una di quelle persone che ti porti dentro per tutta la vita.
Perchè se il bastone è rappresentato dai suicidi in 25 secondi toccando tutte le righe comprese quelle del tuo compagno pusher, 4-6-4 con i 6 campi all’indietro in scivolamento col culo basso, richiami d’atletica a sorpresa o panchine per 40 minuti, la carota sono i suoi “bravo”, il suo sguardo non più da assassino quando fai quello che ti chiede, i suoi discorsi prepartita che non hanno la teatralità di Al Pacino in ogni maledetta domenica ma mirano al sodo, con qualche pausa per sparare comunque le sue perle di saggezza.
E quando ti ripete per 14 volte ad allenamento che su quel cazzo di lato debole ti devi muovere e tagliare e tu non lo fai, ma a distanza di mesi, anni o decenni, ti capita di andare ad appoggiare da solo il più facile dei canestri della tua vita, ti domandi:
“ma come ho fatto? Ah sì, ho tagliato sul lato debole. E perchè se è stato così facile non l’ho fatto anche prima?”

Per rispetto di chi è costretto a vederci non fare per anni ed anni ciò che chiede, senza poter entrare in campo prima a menarci con un tirapugni e poi a fare in prima persona quello che ci aveva chiesto, non rispondiamo a questa domanda.
Rendiamogli merito, solo a lui. Per una volta.

Lode ai coach