Quando il vuoto, misteriosamente, si fa pieno; o meglio si fa pienezza, pienezza di spirito, presenza costante, assenza totale di assenza.

Dieci anni fa, oggi, Lorenzo Alberti ci salutava dopo aver lottato contro una subdola, vigliacca malattia. Lolli, come lo chiamavamo noi, non è stato un fuoriclasse, almeno in campo, anche se ha avuto la sua onesta carriera tra serie A, A2 e B. Per il resto, però, un fuoriclasse lo è stato, eccome. Per questo motivo il vuoto dovuto alla sua assenza di fatto non c’è stato, è rimasta la pienezza della sua voglia di vivere, di ridere, di trasmettere un senso profondissimo dell’amicizia e dell’onestà. Ognuno di noi lo ha provato, tutti i giorni, mettendo, chi più chi meno, nella nostra vita un po’ della sua. Noi, appunto: questo tributo lo stiamo facendo tutti noi, noi che con Lolli abbiamo diviso serate, viaggi, momenti stupidi e meno stupidi, tutti, però, da ricordare. Noi che oggi, dieci anni dopo, siamo ancora qui a Pamplona per cominciare la Fiesta come ogni 6 luglio, come abbiamo fatto tante volte insieme a lui, tra bicchieri, risate, momenti indimenticabili e, di sfuggita, qualche toro.

Il destino, infatti, ce lo ha portato via proprio il 6 luglio, quando a mezzogiorno, ogni anno, comincia la Fiesta, una data che significa poco per quasi tutti, non per noi che attorno a San Fermin abbiamo costruito rapporti che durano nel tempo, non solo per una vita, ma anche di più, come Lolli ci ha saputo dimostrare. Sono rapporti che vanno ben oltre il basket che resta per molti di noi molto più di una passione; il basket ha contribuito a cementarli perché se cresci con un pallone in mano e un canestro nella testa hai dentro, per forza, qualcosa di speciale. E Lolli un pallone in mano e un canestro nella testa li ha sempre avuti: sin da ragazzo un po’ sovrappeso a Milano con la maglia del mitico Tumminelli; e poi Desio, dove forma fisico e conoscenza del gioco prima nel settore giovanile e poi in prima squadra guidato, tra gli altri, da due grandi coach come Dido Guerrieri e Sergio Scariolo. Da lì arriva il momento del grande salto verso Trieste con Tanjevic in panchina, Meneghin, Bodiroga e Fucka in campo; poi Roma con Attilio Caja allenatore per due stagioni intervallate dal ritorno a casa, in quell’Arese che aveva affidato a Carlo Recalcati il progetto, mai realizzato, di restituire a Milano una seconda squadra ad alto livello. E ancora Montecatini, Sassari, la serie B a Rieti, Montichiari e Ozzano in un periodo in cui seppe godersi le bellezze della Bologna cestistica e non; fino all’ultima stagione di Lega 2 a Imola, preludio alla terribile annata 2006-2007 cominciata a Legnano, nell’alto milanese in serie C. Lì il progredire della malattia lo costrinse al ritiro, improvviso e doloroso per lui e per chi gli stava intorno. Lolli, infatti, adorato dai compagni e apprezzato dagli allenatori, anche i più esigenti, sapeva fare breccia, sapeva andare oltre: taciturno, finto musone, quel qualcosa di speciale che ti regala il basket sapeva esprimerlo perfettamente, anche solo con uno sguardo, una parola, un sorriso oppure con uno schiaffone dei suoi, amichevole sì ma che lasciava per ore il segno delle sue “manazze”.

Da dieci anni Lolli non c’è più ma noi continuiamo a portare ben visibili i segni della sua presenza. E qui le “manazze” non c’entrano, c’entra quella pienezza che a poco a poco, misteriosamente, ha occupato il posto di un vuoto che sembrava incolmabile.

 

Geri De Rosa