Non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta. Perché il debole che battaglia, corre, si sbatte entra naturalmente nel cuore di tutti. Le Filippine hanno messo i brividi alle grandi del mondo con la loro folle rumba fatta di intensità, corsa, tiri da 3 punti fuori ritmo e un Andray Blatche che, non certo famoso per la sua disciplina, strada facendo da accentratore del gioco si è inserito come parte del sistema degli “Smart Gilas” (“intelligenti ed eleganti”, si autodefiniscono).

Di questo colorito universo che per in patria è venerato come se non più della Nba, Jim Alapag è l’idolo, l’emblema, il capitano. “Mighty Mouse” lo chiamano in patria, perché a dispetto di un’altezza da playmaker di Prima divisione (175 centimetri ufficiali. Col tacco 12, probabilmente) in campo è sempre il trascinatore dei suoi, specie nei momenti difficili quando è spesso in grado di tirare fuori dal cilindro triple completamente fuori da ogni logica.

Da qualche giorno, lo hanno imparato bene anche in Argentina. I vecchi guerrieri della “Golden generation” faticano a scrollarsi di dosso i Gilas, ma quando sul finire del terzo quarto sfondano la doppia cifra di vantaggio sembrano pronti a decollare verso un comodo successo. È l’ora di Alapag. Il condottiero filippino spara una, due, tre, quattro triple in 10 minuti scarsi, la quinta, da 8 metri a 2’ dalla sirena, è quella del -1 degli asiatici su un’Albiceleste che non sa a che santo votarsi, con Scola irriconoscibile, Campazzo divorato dagli incubi e Nocioni che non riesce ad abbassarsi al metro e settanta dei piccoli filippini per tirar giù qualche dente. Tutto lo cercano per l’ultima azione, con i Gilas sotto di 2 e la palla del clamoroso upset in mano. Alapag riceve, ma Campazzo gli ringhia ai polpacci. È il possesso che vale una carriera. Ma Jimmy, con grande altruismo, cerca il compagno libero, Jason William. Peccato manchi una s al cognome del filippino. Che spara una tripla senza senso, stoppata dalla difesa sudamericana, che scampa così il pericolo.

Questo è Jim Alapag. Il leader che alla fine di un’altra eroica battaglia, quella che ha visto le Filippine inchinarsi ad un altro piccolo grande uomo, JJ Barea, e al suo Porto Rico, è andato a consolare i suoi ragazzi in lacrime per la prematura eliminazione da un Mondiale dal quale escono con la medaglia d’oro della simpatia.

Ma non è solo con le virtù morali e carismatiche che Alapag si è conquistato i galloni in patria e il rispetto in tutto il globo terracqueo. Di padre filippino immigrato in America e madre statunitense, Jim è natio della patria del McDonald’s, San Bernardino, California, dove ha vissuto per tutta la gioventù, completando gli studi nella locale università. A 25 anni, il ritorno alle patrie radici, scelto con alla numero 10 del draft della Pba (sì, c’è un draft in stile Nba anche alle Filippine). Lo selezionano i Talk’n’Text Tropang Texters, la squadra della compagnia telefonica Smart Communications, una delle più importanti del panorama nazionale. Jim è subito rookie of the year nel 2003, trascinando i suoi al primo dei 6 titoli che vincerà in carriera, viaggiando a 14,5 punti, 7,1 assist e addirittura 6,5 rimbalzi. Nel decennio seguente vince quanto è possibile vincere in patria, sia a livello di riconoscimenti individuali che di squadra.

Il cestista di successo alle Filippine è come il calciatore di prima fascia alle nostre latitudini: sempre al centro delle cronache rosa e degli scatti dei paparazzi. A maggior ragione se il capitano della Nazionale ha una relazione con una delle attrici locali più conosciute. Il fidanzamento un po’ burrascoso con la starlette LJ Moreno ha riempito le pagine di siti e rotocalchi asiatici, toccando l’apice nel 2010, quando la coppia si è sposata in riva al mare a Laguna Beach, California, con una cerimonia da sogno

Manca solo la consacrazione internazionale al buon Jim, anche perché la Nazionale filippina è quella che è. La grande occasione arriva nel 2013, con i campionati asiatici da ospitare in patria. I Gilas infiammano una nazione, riportando i Gilas a una finale continentale dopo 27 anni, con il sogno di ritornare diretti alla medaglia d’oro, che manca dal 1973. Ma in finale c’è il fortissimo Iran di Hamed Haddadi, squadra meno emozionante ma molto più solida, che infatti ferma all’ultimo atto la cavalcata di Alapag e compagni. È però una medaglia d’argento che consacra nell’empireo dei grandissimi il playmaker filippino, che dopo aver segnato appena 31 punti nelle prime 7 partite, ne infila 14 con 4 triple nel successo in semifinale sulla Corea del Sud che significa accesso ai Mondiali e 13 con 3 bombe, purtroppo inutili, nella finale contro i persiani.

È una medaglia d’argento, come detto, che apre le porte del Mondiale a Mighty Mouse. Il coronamento di una carriera tutta in rincorsa. Come i grandissimi, però, Jim prende una decisione che scuote il basket filippino: dopo Spagna 2014, lascerà la Nazionale. “Abbiamo ancora bisogno di lui”, diceva ancora qualche giorno fa LA Tenorio, suo compagno in cabina di regia in canotta rossoblu. Ma Jim è irremovibile. “Non ci ho ripensato – ha detto dopo la commovente performance contro Scola e soci – è tempo per altri giovani di entrare in squadra e prenderne le redini. Abbiamo bisogno di giocare a questi livelli, di andare alle Olimpiadi, per crescere ancora”. E sul match contro l’Argentina. “Dovevo metterne un’altra – continua sorridendo – mi sarebbe piaciuto essere ricordato per averla battuta, l’Argentina”.

Ci è andato solo vicino. Quel che è certo è che a Buenos Aires come a Bologna, a Zagabria come a Dakar oggi le Filippine non sono solo più la nazione sede della federazione mondiale addetti alle pulizie e del curling originale, quello da cucina. Ma una realtà del basket mondiale che ha regalato a tutti noi, guardie di Promozione, un sogno cui aggrapparci.

Previous

I mondiali nel pitturato: da Dieng ai Gasol, lungo è bello

Next

Marc Gasol, il Grizzly con le mani da pianista

Avatar photo

About Author

Marco Pagliariccio

Di Sant'Elpidio a Mare (FM), giornalista col tiro dalla media più mortifero del quartiere in cui abita, sogna di chiedere a Spanoulis perché, seguendo il suo esempio, non si fa una ragione della sua calvizie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Check Also