articolo di Alberto Banzola
grafica di Davide Giudici

 

 

“Finché mi diverto, perché dovrei smettere di giocare?”: se il tuo mantra è questo, ed hai 60 anni, puoi essere solo Marco Solfrini. L’uomo che festeggiò l’addio al basket a 50 anni, con tanto di partita ufficiale. Salvo poi cambiare idea nemmeno un anno dopo. Evidentemente voleva divertirsi ancora un bel po’. Questo è Marco Solfrini: proviamo ad entrare nel suo mondo, in maniera non banale, ove possibile. Due dati, prima di tutto, per chi è troppo giovane e non si ricorda di lui.

Classe 1958, bresciano, diventa sotto la guida del barone Riccardo Sales uno dei punti di forza della Pinti Inox Brescia, la squadra che negli anni ’80 stregò a lungo il basket italiano e, che era sinonimo di spettacolarità e divertimento. A deliziare i 5000 dell’Eib ci sono Ario Costa, Marco Palumbo, Silvano Motta, Bill Laimbeer, Marc Iavaroni Stan Pietkiewicz, Tom Abernethy. Ed ovviamente Marcone: talento di casa che per 5 stagioni vive in altalena tra A1 e A2, con la soddisfazione di quella cavalcata che portò Brescia dall’A2 ai quarti di finale playoff a spaventare il Billy di coach Dan Peterson, che sconfisse la verve dei bresciani soltanto in gara 3 nel vecchio palazzone di San Siro. Poi fu la volta di Roma, con la conquista dello scudetto al primo colpo. Stagione 1982/83, quintetto formato da Wright, Gilardi, Solfrini, Polesello e Kea. Solfrini è un campione silenzioso, un uomo spogliatoio, ma che in campo sa farsi sentire: la vittoria del tricolore, una sorta di vendetta nei confronti di Peterson, porta i capitolini alla partecipazione dell’allora coppa dei campioni, l’equivalente dell’odierna Eurolega. Nel dualismo Roma-Milano di quel periodo, nella sfida infinita tra Valerio Bianchini e Dan Peterson, Marcone è una delle pedine fondamentali del Vate e sarà protagonista anche in coppa: in campionato l’exploit dell’anno precedente non si ripete, però. Il Banco finisce fuori dai playoff, ma il 29 marzo dell’84, contro Barcellona, la squadra di Bianchini alza la coppa a Ginevra. L’epopea dei successi romani si esaurirà con la vittoria dell’Intercontinentale, sconfiggendo un’altra volta in finale, a San Paolo in Brasile, il Barcellona. Colonna della nazionale, vinse l’argento alle olimpiadi di Mosca ’80: la spedizione dei ragazzi di coach Gamba vede in campo anche il bresciano, destinato ad essere uno dei protagonisti dell’europeo in Francia. Ma della spedizione che portò alloro di Nantes nell’83, Solfrini non c’era. Un infortunio a fine stagione lo taglierà fuori dalle convocazioni per quello che resterà il più grande rimpianto della sua carriera. Che in Italia vide altre tre tappe: Udine, Fabriano e Siena le ultime della vita da “pro”.

In Friuli e nelle marche arrivano due retrocessioni e tanta A2, ed anche la prima stagione toscana è bagnata da una discesa al piano di sotto, da cui Solfrini ed i biancoverdi riemergono nella stagione 1993/4. L’ultima soddisfazione nel basket che conta, prima di una lunghissima carriera nelle minors bresciane a dominare così come con la nazionale Master (over 45 ed over 50), che poi sarà il reale motivo del ritorno al basket giocato dopo il suo ritiro. Avvenuto troppo presto per pensionare il suo gancio-cielo, che gli aveva procurato il soprannome di Doctor J italiano dotato di un’apertura alare che gli permetteva di fare quello che voleva nel pitturato, immensa come il cuore di un essere umano di una bontà infinita.

Ma chi era Marco Solfrini? In soldoni, per me, questo signore qui:


Scena prima

Ho 13 anni, è novembre. Una domenica grigia, un campionato di A2 che insomma non è che faccia impazzire. E’ la seconda stagione, dopo la retrocessione dalla serie A1, avvenuta nel menefreghismo più totale di una piazza che ha perso gli stimoli, ed un palasport che sta perdendo i pezzi. Arriva Fabriano, di cui sei una stella. I quotidiani cittadini per giorni parlano solo di te; lo ammetto: non ti avevo mai visto con la maglia del basket Brescia. Sei andato via che avevo 6 anni, ed io ho cominciato a venire all’Eib un anno dopo. E anche se avessi giocato in canotta Simmenthal o Silverstone non credo avrei grandissimi ricordi. Però di quella dannata domenica di freddo e rimonta sul parquet, ho ricordi lucidi: gli applausi, anche se tu sembri un po’ seccato. E poi…i contropiedi finalizzati da te. Ne ho contati 3, in copia/carbone. Ti ho odiato, di più ho odiato i nostri: eravamo in bambola totale. Era il 1989.

Alno-Benetton con canestro della vittoria di Solfrini
 

Scena seconda

Seduto fuori dall’hotel in cui il basket Brescia Leonessa stava effettuando il primo ritiro della sua vita. Angolo Terme, tu indaffarato in un ruolo nuovo, quello del team manager: sigaro ed aria concentrata davanti al pc portatile. È fine agosto del 2009, in città fa un caldo torrido, ma ad Angolo si sta bene. Sei il primo a finire sotto le mie grinfie: un‘intervista lunga e piacevole. Il tuo girovagare per l’Italia, il ricordo del povero Edo Mingotti, l’esperienza da giornalista cominciata a Fabriano e che a Siena non era stata graditissima, il ritorno a Brescia e la targa ricevuta nel sottoscala dell’eib perché il presidente Pedrazzini non voleva che tu ti caricassi con la premiazione in campo, il tuo non voler mai smettere di giocare. La prima cosa che non capì di te. Nazionale Maxi, e “ma sì ogni tanto vado al campetto a fare due tiri”.

Fonte www.basketbrescialeonessa.it


Scena terza

arrivo alla Badia, il campetto per eccellenza del basket “made in Bs”. Da un anno ho ripreso a giocare, dopo una vita di inattività. E’ il 2012, e ci sei anche tu. Solita borsa fatta in velocità, e maglia che non va bene. Mi dai la tua double. “Stanotte non dorme per l’emozione”, è il commento riferito a me del tuo dirimpettaio, Oli, granito allo stato puro. Luglio inoltrato, mercoledì sera, tra zanzare e stanchezza, molliamo prima dei classici 100, arrivando a quota 96. L’unico che non molla, riempiendoci di insulti, sei tu, in versione centro puro. “96,98,100”. Giochi da solo. Penso che stai scherzando. Col cavolo: sei serissimo. Ecco, questa è un’altra cosa che di te non capì. Quantomeno subito.

Di scene ce ne sarebbero altre cento, più o meno. Dal ritiro della tua maglia e quella di Ario Costa (2013/2014, ritirate le maglie 13 e 14), alla telecronaca con te in versione spalla tecnica, agli spiedi in compagnia della squadra minors di cui faccio parte, gli Zanzaroni.

D’estate eri la presenza fissa al nostro campetto. L’sms che mi è arrivato sabato pomeriggio mentre andavo verso Capo D’Orlando mi ha messo KO. Non ho capito più nulla. Se ne sono accorti tutti: gli altri compagni di viaggio hanno sofferto assieme a me verso il palasport, tra una telefonata ed un sms. Facebook era tappezzato da tue foto, e da mille frasi. Ognuno di noi ha voluto dire qualcosa: e questo è un segnale bellissimo, sai Marcone? Vuol dire che ti abbiamo voluto sempre un gran bene. Io al campetto, a fasi alterne. Da compagno di squadra, ovviamente sì. Da avversario, beh non voglio essere ripetitivo. Poco alla volta ho capito però le cose di te che non mi erano chiare. Forse per questo a 41 anni il mercoledì sera (e a volte il lunedì) scendo ancora in campo.

Guarda che non è mica facile scrivere di te. Perché intervistarti lo è sempre stato: sei un libro aperto, ma è un’altra cosa. Sei una di quelle persone che è più facile che ti dica “per favore però questo non scriverlo” piuttosto che quelli che non ti raccontano mai una singola verità su di loro.

Buono. Tutti lo dicono. Marco Solfrini è un buono. Oddio al campetto mi hai tirato certi “goioni” (colpo proibito da campetto bresciano) che, insomma, buono sì, ma fino a un certo punto. Sicuramente chi starà leggendo adesso si chiederà perché un nanetto da giardino di 178 cm cercasse di difendere su di te. E’ una bella domanda, sai Marco? Me lo chiedo pure io. Ma quando mai ti ho chiamato Marco? Al massimo Marcone. Doctor J, anche se non è che fossi entusiasta quando qualcuno lo faceva. Vabbè. Ripenso all’ultima campettata, al Villaggio Sereno a fine agosto dello scorso anno. Siamo stati incredibilmente i primi ad arrivare: abbiamo parlato di tutto mentre tiravamo. Le fine dell’estate, la ripresa dei rispettivi lavori, la tua famiglia in vacanza all’estero, i km da macinare giornalmente. Felice, lo eri davvero. E si vedeva. Poi l’intervista mentre la Leonessa cercava di sfondare il muro delle 5 vittorie consecutive di inizio stagione, il record della squadra in cui giocavi tu assieme ad “Udo” Marusic nella stagione 1980/81, quella delle “disgrazie” Garrett ed Hunger. Ecco: voi due, assieme ad Ario Costa, siete stati i giocatori più amati di ogni tempo qua a Brescia. Udo l’ho sentito, Ario non ho la forza di chiamarlo. Lui Gm e tu team manager: sembrava un’operazione nostalgia, con l’aggiunta di Luca Vicinelli. Per me è stata un’occasione più unica che rara di conoscere una persona vera, genuin, che è riuscita a farmi apprezzare questo sport in maniera ancora più profonda. Un esempio per tutti, perdonami la retorica, se puoi. Perché se a 60 anni hai ancora la voglia di fare la borsa per andare a giocare, o sei del tutto suonato, o hai il gioco dentro. E tu lo hai dentro, Marcone. Lo hai sempre avuto: Brescia, Roma, Udine, Fabriano e Siena ti piangono. La nazionale Over anche: chi fa il culo ai russi adesso ai mondiali di basket Master?

Tu continua a fare la borsa. E noi di conseguenza. Perché nessuno deve smettere di divertirsi e dobbiamo continuare a giocare.

24/03: da oggi un gancio in mezzo al cielo esiste davvero (cit.)