22 agosto 2017. Data da ricordare, di quelle che ti segni sul calendario col pennarello indelebile: parto per l’America. Anzi più che per l’America parto per il mio sogno, quel sogno che è sempre stato chiuso nel cassetto, che ho sempre sussurrato e mai detto ad alta voce.

Ora il cassetto è aperto e ne esce un biglietto aereo con una destinazione: Minneapolis.

Le mie sensazioni al momento della partenza erano un mix di paura, agitazione ed eccitazione. Stavo andando in America, in WNBA, nella squadra al momento prima in classifica, che punta al quarto titolo in sette anni, con un roster di giocatrici che hanno vinto di tutto, Giochi Olimpici e Mondiali, titoli di MVP e presenze all’All Star Game. Tutto questo a stagione quasi finita.

Sulla mia gangsta-face c’è ancora da lavorare…

Appena atterrata a Minneapolis mi sono sentita catapultata in un nuovo mondo, ed è avvenuto tutto così velocemente, che non ho avuto neanche il tempo di realizzare a pieno quello che mi stava succedendo. Neanche un’ora dopo che le ruote dell’aereo avevano toccato il suolo americano, mi sono ritrovata a bordo campo del Xcel Energy Center a presentarmi a Lindsay Whalen e compagne. Le mie nuove compagne.

Quella sera si giocava contro le Phoenix Mercury di Diana Taurasi e Brittnay Griner. Dopo aver salutato tutte le ragazze e lo staff, mi sono seduta per guardare la partita. Non avevo i popcorn, ma mi sentivo come se fossi al cinema: Maya Moore contro Taurasi, due idoli per me. Ed erano lì, davanti ai miei occhi. La mia prima sera a Minneapolis è passata così. E volete sapere la cosa che mi rodeva di più? Non poter pubblicare niente sulle mie Instagram Stories :mrgreen: . Ebbene sì, a complicare i miei primi giorni americani, si è aggiunto il fatto che fino al 28 agosto la mia firma con le Lynx non sarebbe stata ufficiale. Dovevo mantenere, per un’altra settimana, un silenzio che mi portavo dietro già da un mese. Non semplice, visto che la notizia si era già ampiamente diffusa. Quindi ahimè, niente Instagram… 😆

Questa sono io, un’ora dopo il mio atterraggio, che chiacchiero in gran segreto (…) con il trainer

Scherzi a parte, la mia prima settimana negli States è partita a mille. Dopo la partita contro Phoenix, la squadra aveva tre partite di fila lontani dal Minnesota, con tappe a San Antonio, Los Angeles e Indianapolis. Nonostante il mio status ancora da ufficializzare, mi aggrego alla squadra, come voluto da coach Reeve. Svuoto la mia valigia, mi sistemo nel mio nuovo appartamento, ed è già tempo di salire su un nuovo aereo: destinazione San Antonio!

Questi primi viaggi sono stati un’occasione per capire cosa sia l’organizzazione di una squadra WNBA. Ti portano le valigie, ti fanno il check-in e ti danno anche un biglietto per saltare la fila… non mi sembrava vero! Arriviamo a San Antonio. Sono sul pullman, e in lontananza vedo l’arena dove siamo diretti per il classico shoot-around mattutino. Nella mia testa ho una serie di pensieri, ma uno prevale su tutti:

“AT&T Center, San Antonio, Texas!”

La voce di Flavio Tranquillo. Lui le inizia sempre cosi le telecronache della NBA. E in quel momento mi sono rivista da piccola quando mi svegliavo a notte fonda con mio fratello per vedere le partite dei playoff. Ora ero diretta proprio nell’arena degli Spurs per lo shoot-around. Assurdo.

“Non sono qui, non mi vedete”

Questa è ancora la mia situazione, purtroppo. Mi godo la partita dalla prima fila, dietro la panchina. Vinciamo, portiamo a casa la W, come si dice qui. Maya la spiega con 18 punti nei primi 14 minuti, e io sono a pochi passi con gli occhi a cuoricino.

Maya vista da qui è fortissssssima, garantisco

Parentesi: sicuramente avete sentito tutti del terribile uragano che ha colpito la città di Houston settimana scorsa. Lo stato del Texas era in totale allerta, e proprio la sera in cui eravamo a San Antonio era previsto l’arrivo di questa tremenda tempesta. Bene ma non benissimo, dato che ero in America da soli tre giorni. Quando ho sentito la parola “hurricane” speravo di aver capito male.. e invece avevo capito proprio bene. Il grosso problema che era sorto, quindi, era che rischiavamo di perdere il volo per Los Angeles. Per questo, partita anticipata, pullman di 4 ore per Dallas e da lì andiamo a LA, dove ci attendono le Sparks, nostre rivali più temute nella corsa al titolo. In quel momento in classifica erano a sole due partite di distanza da noi, non potevamo proprio rischiare di perdere l’aereo!

Staples Center, Los Angeles, California!

Flavio mi accompagnava sempre. Questa volta il consueto shoot-around è a casa di Kobe Bryant, in una delle arene più famose del mondo. Alzo gli occhi verso il soffitto e vedo appese le maglie di Magic e Kareem, poi i banner con “Lakers NBA Champions”.

WOW. Non riesco a dire altro. WOW.

“Non sono qui, non mi vedete”. Anche questa volta, sono dietro alla panchina. Davanti a me Candace Parker, e seduto courtside niente meno che Russell Westbrook, in uno dei suoi classici outfit targati sobrietà. “Non postare niente su Instagram Ceci, non farlo!!!” Quanto è stata dura…

Ciao fashion king <3

Perdiamo. Restiamo prime però, e possiamo tenerci la testa della classifica vincendo le restanti tre partite di regular season.

28 agosto 2017. Ooooh, finalmente! Firmo il contratto in mattinata. Torno a far parte del mondo, non devo più nascondermi.

Cammino un po’ per LA, ma è presto tempo di ripartire. Terza e ultima tappa: Indianapolis. E stavolta ci sono per davvero. Mentre sono sull’aereo e mi ripasso un comodissimo playbook di 100 pagine (C-E-N-T-O, davvero), penso: sono ufficialmente una giocatrice WNBA, sono ufficialmente una giocatrice delle Minnesota Lynx. E non so ancora dirvi se avevo compreso a pieno la cosa. Forse, ha aiutato a realizzare il tutto quando ho visto la mia divisa da gioco. Il mio 9. Il simbolo della lince. Il logo della WNBA. The dream is real.

For real

– “Ceci, go! You’ve got Maya!”

– “Whaaaat?!” 

Ebbene sì, coach Reeve ce l’ha proprio con me. A fine primo quarto, contro le Indiana Fever, entro in campo e do il cambio a Maya Moore.

Il cuore mi batteva a mille dentro il petto e le gambe mi tremavano. Mi ero promessa una cosa: non fare tre secondi difensivi! Farà ridere, ma è stata davvero dura. Nei primi allenamenti me lo chiamavano ogni volta. “Ceci, three seconds! Three seconds!” mi dicevano. Questa è la prima volta che calco un parquet WNBA, e non voglio assolutamente farmi fischiare 3 secondi! Vinciamo la partita, e… non faccio 3 secondi!

Bel risultato per la squadra, dopo la sconfitta dello Staples. Ultimo aereo. Si ritorna a Minnie. Le compagne mi tranquillizzano: è stata di gran lunga la trasferta più sfiancante dell’anno, senza contare le complicazioni varie. Dopo due giorni ospitiamo le Chicago Sky. É la mia prima casalinga. Sono davvero emozionata e le Lynx hanno il migliore tifo di tutta la lega. Parliamo di 8 mila persone di media in regular season. Per una partita di basket femminile. Incredibile.

No caption needed

Entro. Sono in transizione con la palla, ho lo spazio per il mio arresto-e-tiro. Come mi dice sempre la mia compagna Seimone Augustus:

“Ceci, get buckets!!” 

E bucket sia. Canestro. Due punti. Davvero un momento bellissimo per me. Indimenticabile.

Got bucket

Vinciamo contro le Sky e anche contro le Mystics l’ultima di campionato. La testa di serie n.1 è nostra. Le semifinali ci attendono, proprio contro le Mystics di Elena Delle Donne. Ci siamo preparate al meglio a Minneapolis, senza trasferte per una decina di giorni. Siamo pronte ad affrontarle.

Con la stagione NBA alle porte, incominciano a vedersi i Timberwolves, pronti per il training camp. Towns, Butler, Crawford… ancora non ho visto Wiggins però…

Lynx e T’Wolves in the house

Ragazzi, qui è davvero una figata!

Ci vediamo presto, Italia.

Cecilia