Ieri sera avete guardato le semifinali di Eurolega sul divano da tifosi e appassionati, con pizza ai 9 formaggi e casse di birra sul tavolo ed esaltandovi per le giocate di De Colo, Bourousis e del nostro Gigione Datome. Ma vi siete mai chiesti come si guardano delle partite così importanti ed intense con l’occhio di un allenatore? Questa è l’analisi esclusiva delle due semifinali fatta per noi dalla mente cestistica di Marco Crespi.

 

Quale Bourousis. “Quello di Milano o quello Baskonia?”. Intendendo è lo stesso. Domanda che tutti o si sono fatti o hanno sentito fare. Guardiamo le statistiche (quelle poco analytics). A Milano (stagione 12-13, Eurolega, solo 9 partite di stagione regolare – e questo conta… –  24 minuti per 14.1 punti e 8.3 rimbalzi), quest’anno a Vitoria (25 minuti per 14.6 punti e 8.9 rimbalzi). Identiche, quasi identiche. No, proprio no. Il Baskonia arriva splendidamente con l’ultimo possesso per sfidare in finale il Cska sentendosi la sua squadra. Nell’energia organizzata di Perasovic Ioannis si sente capo giocatore. Il pallone deve arrivare nelle sue mani in ogni attacco a metà campo. Libertà di fare pop e sparare da 3 quando vuole. Ma soprattutto possibilità di cazziare o di accarezzare James e Adams quando vuole. Sentendosi tecnicamente ed emotivamente riferimento. Riferimento indiscusso. Giocando una cosi così e un’altra così cosi difesa contro il P&R, ma senza sentirsi puntare il dito contro. Anzi piccoli che mettono ancora più pressione sulla palla.

 

 

 

Io cambio, tu cambi, egli cambia… Kuban e Cska cambiano contro ogni blocco sulla palla. Itoudis lo pensava già insieme ad Obradovic quando era suo vice al Pana. Bartzokas vinse Eurolega con l’Olympiacos in switching già dall’anno precedente con Ivkovic. Togliere vantaggi dai blocchi, soprattutto dal blocco sulla palla. Il famigerato – solo per qualcuno che non guarda alla sua efficienza – pick and roll.

Non basta cambiare. Conta come cambi. Come metti pressione prima e dopo il cambio per non far giocare di prova ad attaccarlo (più che a punirlo, guardando l’efficienza della scelta difensiva). Il Cska lo fa con tempismo automatico (anche senza aspettare il palleggio, che a volte è segnale per farlo scattare) eccellente. Lo fa con cinque giocatori che chiudono spazi e diagonali sul lato d’aiuto. Lo fa, soprattutto, fermando la palla e non avendo mai due giocatori sbilanciati ad inseguire il pallone.

 

Il Kuban non parte dalla stessa pressione. Non dalla stessa pressione prima che il blocco sia portato. E quindi la difesa insegue il pallone senza averlo fermato. Non 5 accoppiamenti di 1 vs 1 e arrivano così i tiri da extra-pass.

 

Miss-match doppio. Per il piccolo o per il lungo. Chi scegliere ? Cska e Kuban scelgono sempre. Prima a memoria guardando la partita live. Poi cercando clip e statistiche attraverso quella cosa meravigliosa che è Synergy. Forse una. Il forse perché l’intenzione non è certa. Dimenticanza? Razzismo? No. Anche qui la scelta passa attraverso l’efficacia della situazione di gioco. Un piccolo produce di più nel suo miss-match. Il cambio avviene spesso con 10 secondi o meno, necessita tempo far arrivare il pallone in LP. Anche – semplicemente, ma realmente – in punta non c’è naturale lato d’aiuto, con la palla in post basso sì. Più facile per la difesa.

Si potrebbe dire che dipende anche dal talento dei giocatori. Ma due squadre che hanno budget di 35 e 19 milioni (vado a memoria) non hanno problemi di scelte. E scelgono i giocatori migliori per raggiungere il loro obiettivo.

 

Fene. Rimpalli e spacing. Il Baskonia sta controllando la partita. Nel punteggio ed emotivamente. Giocando leggera. Ogni tiro per i turchi (il club, non i giocatori, nessuno in campo, ma mi è sembrato comunque con abbastanza partecipazione da parte di un marea gialloblu…). 7 errori consecutivi da 3 (prima della determinante bomba di Datome). Anche con tiri aperti. Più da rimpalli che da un non sviluppo appesantito dalla pressione. Prima che Obradovic decide che Udoh e Vesely insieme creano un’arrocco non produttivo. Gli ultimi 3 canestri del Fene arrivano dalla stessa situazione di gioco, dalla stessa chiamata. Blocco sulla palla e un piccolo blocca il difensore del lungo. Un gioco che fanno tante squadre, dove spesso la scelta è il cambio tra piccoli. Con Bourousis che sta dentro in area. Ma a volte anche il meraviglioso sapere della vittoria vicina, del sogno della finale, ti blocca emozioni, letture e comunicazione. Su una situazione che hai già provato chissà quante volte in allenamento e in precedenti partite. I piccoli del Baskonia non giocano insieme, e ne nascono due lay-up e il vantaggio per il tiro da 3 di Datome.

Pressione. Per tutti. Amara realtà. Oltre la pressione, la vittoria.

 

 

Contropiede o “bisognerebbe correre di più” Un luogo comune. Troppe volte ascoltato. Chi non vorrebbe segnare un canestro quasi facile in contropiede?

Quanti contropiedi si sono visti in due partite? Le stats di Synergy dicono 8 in due partite. Soprattutto da galoppate nate da rimbalzo lungo.

Perchè? Non perché banalmente non si vuole correre da parte dei giocatori o perché gli allenatori vogliono avere il controllo di ogni possesso.

Primo. La transizione difensiva è di qualità in ogni squadra. Meglio in ogni giocatore. Non regola di squadra. Ma è l’ambizione singola del giocatore a fermare il provare a correre degli altri, non cercando il proprio uomo, ma accoppiandosi e fermando con gambe e personalità il più vicino. Sentendosi squadra.

Secondo. Non manca certo il talento. Non mancano certo coraggio e skills per attaccare in transizione. Semplicemente tutti lo vorrebbero fare ma gli altri vogliono impedirtelo e non puoi provarci tanto per provare.

Energia e velocità si sono viste. Si sono respirate. Hanno contagiato anche sul divano.

 

di Marco Crespi