“Cosa sono le Minors?” mi è stato chiesto giorni fa.
Beh, lasciate che vi spieghi nella maniera più facile che esista: I “Pupazzi di Pezza”.
I “Pupazzi sono una squadra di Prima Divisione di Pesaro. Vecchi amici che da sempre giocano insieme.
Location: “PalaPepenero”, Lungomare di Pesaro. In realtà sarebbe la palestra di un bel centro sportivo ma viene così rinominato per le abitudini e i “costumi” serali e sessuali mercenari di uno dei componenti la squadra.
E’ un lunedì sera, giorno della settimana scelto anni fa dalla dirigenza (che nel caso di Pupazzo coincide con i giocatori, i proprietari, i fisioterapisti, i magazzinieri, gli autisti ecc.) solo perché non vi fosse concomitanza con la Champions League, Eurolega, Coppa del nonno e simili. Insomma per non dare nessuna scusa ai giocatori per non venire all’allenamento.
L’allenamento dei ragazzini che precede l’orario in questione finisce alle 20, la palla a 2 è fissata per le 20:15.
Ma come, si chiederanno i più stolti, solo 15 minuti di riscaldamento? Beh sì, è scientificamente calcolato che in Prima divisione, in più minuti non ci si scalderebbe ma ci si stancherebbe. E qui, di energie da sprecare, non ce ne sono. Inoltre, giusto per dirla tutta, nei 15 minuti è compreso anche il riconoscimento con gli arbitri, l’attesa per i palloni che non arrivano mai (si sono fatti anche riscaldamenti senza palloni perché quello che di solito li tiene non era convocato e se n’è bellamente fregato di venire prima), i commenti sulla partita della VL del giorno prima, cosa si è fatto il sabato sera, “Madonna che fighe che c’erano in quel posto” e cultura generale varia.
Quindi in sostanza i minuti veri di riscaldamento sono circa 6, di cui 3 sono fatti al rallentatore, fino a che non appare LUI.
Perché ogni squadra ha “l’uomo dei 3 minuti alla palla due”.
Mi spiego meglio: è quel soggetto che quando l’arbitro fischia gli ultimi 3 minuti del riscaldamento incomincia ad urlare come un invasato:
“daaaai daaaaiii 2 paaaalllooooniiiiii daaaai caaaazzooooo aumeeentaaaa il riiiitmoooo ooooh daiiii peròòòòòòò”.

In realtà nessuno cambia né ritmo né faccia né atteggiamento ma lui è contento e i compagni sono contenti per lui. Pensateci, ognuno in squadra ha un uomo così.

Comunque, arriva la palla a due.
Spettatori 1. Il sottoscritto. Sennò niente cronaca. Poi nel secondo tempo è arrivato un altro che è doveva prendere il figlio.
Età media dei giocatori 40 anni, rovinata da dei 30 enni che ne dimostrano però 50. Quindi sostanzialmente media intatta.
Gente in panchina col cappotto, il che serve per far capire al coach che tu NON fremi per giocare.
Le palette dei falli arrivano dopo 3 minuti dall’inizio, tanto nessuno si è sognato di difendere e di conseguenza non è stato fischiato nemmeno un fallo.
Comunque i falli sono arrivati prima del primo canestro con i ferri che avevano già chiesto il cambio visto il super lavoro al quale sono stati costretti. In Prima Divisione non è richiesto un medico rianimatore in palestra ma un fabbro reperibile sempre.
I minuti scorrono senza sussulti particolari se non che ogni tanto qualcuno esce dal campo cianotico ed è divertente. Il bello della Prima Divisione è che, forse per colpa del poco ossigeno nel cervello, si contestano anche falli a favore (la contestazione di quelli contro non farebbe più notizia). L’arbitro fischia? “ohhh finalmente”, “è mezzora che mena”, “ma come non è antisportivo??”. Insomma non c’è pace.
E poi ci sono quelle frasi stereotipate che credo valgano in qualsiasi categoria, sempre rivolte al kamikaze (l’arbitro): “si ma fischia lo stesso anche di là”, “li mandano tutti da noi” che poi è una versione 2.0 di “ce l’hanno tutti con noi in Federazione”. Ma voi ce li vedete quelli della Federazione Regionale, seduti attorno a un tavolo che dicono “adesso i Pupazzi di Pezza li facciamo perdere che ci stanno sugli zibedei”. Gradirei ricordare che il 99,9% dei giocatori NON conosce le regole, oppure ancora applica regole degli anni ’80, tipo l’1+1 o la palla contesa.
Ma c’è una frase che prima o poi esce sempre durante le partite nelle minors: quella della “vittima”. Di solito viene espressa mentre ci si sta sedendo in panchina, magari dopo un tecnico sacrosanto, affibbiato per proteste su un fischio altrettanto sacrosanto a causa di un fallo o di un’infrazione che avrebbe visto anche un cieco. E, di solito, non riceve MAI il supporto dei compagni. Ed è la seguente, sempre rivolta verso gli arbitri: “mi faccio il mazzo tutto il giorno, alla sera non mi voglio far prendere per il culo da questi qui” anche se tutti sappiamo che proprio lui non fa un cazzo e non ha nessuna intenzione di iniziare a farlo.
Di solito è lo stesso che dopo un tiro che sembrava più un cross alla Pirlo, non riesce a tornare per lo sforzo e quindi urla: “chiudiiii il contropiedeeeee!!!” senza rendersi conto che gli altri sono più cianotici di lui.

Nelle minors è bello perché all’inizio della partita tutti urlano, ci si chiama i blocchi, si chiama il tagliafuori… poi all’imporovviso, come per un tacito accordo… silenzio tombale. O meglio, poi tutti capiscono che per non andare in ipossia è meglio risparmiare fiato. Che il tuo compagno se la veda da solo, se si schianta su un blocco sono cazzi suoi.

I cambi sono di solito graditi anzi sperati. Anzi implorati. Non i cambi sui blocchi. Gli avvicendamenti in campo.

Nelle Minors ci sono fondamentalmente 2 tipi di giocatori: quelli in confronto ai quali Lloyd Free era un elemento al servizio della squadra (cercate Lloyd Free online e capirete, giocava negli anni ’70 e la sua frase più famosa era: “se c’è una cosa nel basket che non concepisco è il passaggio”) e quelli per cui potrebbero anche togliere i canestri tanto loro nemmeno se ne accorgerebbero. Tale è la confidenza che hanno con il cerchio arancione. Fanno tutto il campo come matti, dribblano anche la struttura del canestro, arrivano a un centimetro senza avere nessuna controparte e…. la passano!!

Giocare in Prima Divisione è come consultare un trattato di antropologia applicato al basket. Ci sono tutti i tipi di personalità, giocatori, caratteri. Un microcosmo. Ma io sono sempre stato attratto dalle scarpe, lo ammetto.
Perché essendo la Prima Divisione un mix tra un cimitero degli elefanti e di giovani troppo scarsi anche per fare una serie per gente normale, ovviamente si vede di tutto. Quello che ha smesso di giocare per 20 anni perché la fidanzata-poi-moglie non glielo permetteva, e ha ripreso esattamente da dove aveva lasciato. Con le stesse scarpe. Quindi calcherà i linoleum con delle Reebok Pump scolorite viste in un film di Spike Lee e pagate 100.000 lire. Oppure il giovanotto 20enne che invece sfodera l’ultimo modello di KD o LBJ in partita, mentre per l’allenamento usa le CP3 che sono più da battaglia. Oppure quello che nel weekend gioca a tennis con le fighe e allora ha delle scarpe sporche di terra rossa ma non ha voglia di comprarsene altre, tanto a vedere la Prima Divisione le fighe non ci sono. Praticamente è come entrare in un museo della scarpa dove i modelli degli ultimi 30 anni sono esposti.

La Prima Divisione è più o meno la cartina al tornasole della tua carriera: bomber prima, bomber ora; scarso prima, scarso adesso e per di più al rallentatore; chi ha sempre fatto canestro in carriera lo vedi, perché dopo averla messa con una meccanica perfetta (e una panza da camionista dell’Idaho) rimane normale, mentre chi non l’ha mai fatto e per caso realizza, viene abbracciato da tutti i compagni, arbitri, avversari. E’ il classico tipo che non è che viene proprio battezzato, più che altro viene comunicato, cresimato, sposato e magari anche l’estrema unzione.

Quindi tutti invitati: il lunedì sera al PalaPepenero ore 20:15