“Se penso alla pallacanestro la prima cosa che mi viene in mente sono gli anticipi della domenica che, da ragazzino, con la complicità di mio fratello costringevo mio padre a guardare. Ci sedevamo a tavola e mangiando, tra una forchettata di pasta e una spiegazione di quello che stava succedendo in campo, raccontavo a mio padre la mia passione sperando di entusiasmarlo così tanto da non fargli cambiare canale. Funzionava quasi sempre. Amante del grande Milan di Sacchi e da sempre tifoso milanista con un debole per Maldini a mio padre non piaceva molto la pallacanestro, non la capiva ma con il tempo si appassionò anche lui e io gli raccontavo le grandi storie dei giocatori americani, i miei sogni, le giocate di Pozzecco, di Basile, di Bargnani, di Belinelli, di Mancinelli poi, di Bulleri, che vidi poi anni dopo giocare a Roseto una partita di playoff vinta soltanto sul filo di lana dai milanesi, e di tutti quei giocatori che resero grande la Virtus e poi la Fortitudo, la squadra che più mi entusiasmava all’epoca.”

Chi parla è Alessandro Mancinelli, un ragazzo rapito dal basket. Ha iniziato a giocare a 13 anni militando nelle giovanili di Roseto e di Biella, arrivando fino alla Serie C. Si è divertito tantissimo girando quasi tutte le palestre dell’Abruzzo e del Piemonte, vivendo i momenti più autentici e spensierati del basket giovanile:

“Roseto era sempre carica per gli Sharks ed era impossibile all’epoca non sentir parlare di basket. Era la nuova rinnovata religione rosetana e io ci finì dentro. Divenni un fedele frequentatore di campetti insieme a mio fratello e non c’era partita di playoff NBA che non vedevamo. Era il nostro rituale, soprattutto quando nostro padre era fuori casa per lavoro per quindici giorni e noi rimanevamo soli (si, a quell’età – mio fratello ha un anno in meno di me – indipendenti e totalmente soli in casa). I nostri genitori divorziarono e nostra madre cominciò con grande precisione e perseveranza a prendere scelte sbagliate nella sua vita. Sembrava vivesse in un film. Non la vedemmo per molti anni, e quando ci vedevamo io e mio fratello lo facevamo molto contro voglia e senza particolare interesse. La sua lontananza ci fece crescere all’improvviso, quasi tutto di un fiato, e il basket fu una delle cose che ci aiutò a superare quella situazione.  Il basket era il nostro nascondiglio.”

Il basket come ancora di salvezza e valvola di sfogo ai problemi della vita che fin troppo presto gli si sono presentati alla porte:

“Ore e ore davanti alla TV, di notte, a vedere i playoff, oppure i documentari di ESPN Classic, a leggere riviste, a giocare nei campetti imitando quello che guardavamo in televisione. Era il nostro modo di trascinarci avanti, di ritrovare entusiasmo, di scherzare, conoscendoci meglio, per non abbatterci e riuscire a vivere senza adulti intorno per quindici giorni al mese. Ricordo quando i Pistons distrussero i Lakers in finale e io mi innamorai di Larry Brown e di Rasheed Wallace, un moderno Mercuzio, ribellione e talenti puri. Ricordo quando Horry mi fermò il cuore spegnendo su un tiro da tre le speranze degli stessi Pistons ad un passo dal secondo titolo. Mi ricordo il Maccabi demolire Bologna in Eurolega, quel 2004 magico alle Olimpiadi che seguì al mare con un italia da brivido. Mi ricordo i Mavs piegare LeBron, il primo titolo di Shaq a Miami e poi i Lakers imporsi in gara7 sui Celtics e i due titoli di James e in mezzo tanto nero argento. Ma soprattutto Kobe Bryant, idolo indiscusso mio e di mio fratello, perché quel buzzer beater contro i Suns di Nash e Stoudmire se lo ricorderà per sempre anche nostro padre che vide la partita con noi e che molti anni dopo morì di cancro”. 

L’amore di Alessandro e suo fratello per il basket e lo sport in generale lo devono per la maggior parte a loro padre che ha cercato di trasmettere ai figli, sin da piccoli, i valori e la passione dello sport:

“Mio padre fu capace di trasmetterci tutto l’amore del mondo verso lo sport, l’eccellenza, la disciplina, il tocco, lo scatto, il volo, il movimento. Tornava spesso con in mano una rivista di basket, mi faceva così delle sorprese. Andavamo insieme a comprare le scarpe da basket, il pallone, e poi mi lasciava libero. Sia in piscina, dov’era sempre presente, perché voleva vederci, voleva farci sapere che c’era, che ci teneva, che era giusto continuare a fare sport e a vivere, che il divorzio, i mille problemi e il dolore non erano abbastanza per farci mollare, sia quando gli parlavo della pallacanestro con gli occhi che mi brillavano, lui mi spingeva, mi motivava, mi cambiava la dieta, mi diceva che il corpo era una macchina perfetta e che bisognava prendersene cura.”

I problemi familiari e l’adolescenza difficile sembravano superati col passare del tempo e Alessandro si impegnava sempre di più nel basket e negli allenamenti. Un giorno, però, cambiarono le cose:

Dopo un canestro in entrata cominciai a sentirmi strano. Mi guardavo in giro e vedevo sfocato, mi sentivo stanchissimo. Mi fermai un attimo, mi riposai per un paio di minuti e tutto passò. Continuai a giocare per un’altra mezz’ora e solo quando mi fermai ricominciai a sentirmi strano. Avevo formicolii alle gambe e alle mani. Andai a casa pensando fosse un banalissimo calo di zuccheri. Da quel momento, anche se io non lo sapevo ancora, la mia vita cambiò radicalmente. Nei mesi a seguire i sintomi comparivano e scomparivano, a volte erano più evidenti, altre meno. Ero spaventato ma non sapevo cosa fare, ne avevo parlato con mio padre ma cercavo di non dare troppo peso ai sintomi. C’erano periodi dove i formicolii erano così persistenti che mi davo pugni sulle gambe e sbattevo ovunque le braccia per svegliarle. Il nervosismo si mischiava al terrore e mi faceva pensare a mille cose, tra cui quella che stessi diventando cieco visti i continui abbassamenti di vista. Poi, mosso dalla voglia di tornare a giocare seriamente, e credendo che un cambio d’aria mi avrebbe fatto bene, mi armai di carta e penna e appena sedicenne scrissi a Superbasket. La lettera era una richiesta di aiuto per allontanarmi da tutto e da tutti e per ricominciare daccapo, solo io e la palla da basket. Funzionò. Qualche giorno dopo fui contattato dallo stesso direttore che mi propose di pubblicare la lettera in prima pagina e così fu. Nel giro di pochi giorni più di una decina di squadre, da tutte le parti d’Italia, si fecero avanti. Scelsi la città più lontana: Biella. Feci le valigie e partì, sperando di lasciare a casa quei sintomi che mi stavano rovinando l’esistenza. I primi mesi andò tutto bene, dopo qualche tempo tutto cominciò ad andare male. I sintomi erano tornati a farsi vivi. Ero riuscito ad entrare in squadra, a giocare, ad allenarmi bene ma ad un tratto tutti i problemi che sembrano spariti tornarono a tormentarmi. Da solo, a migliaia di chilometri da casa, e con un sogno mezzo infranto, non trovai la forza di reagire e ricominciai a fare quello che mi riusciva meglio: distruggermi e distruggere tutto quello che avevo attorno. Passai dall’essere un giocatore normale ad un quasi starter, dalla panchina al campo, da partite discrete a grandi prestazioni, ma durò poco. Le braccia cominciavano sempre di più a fare cilecca, e la vista era ormai quasi andata, l’equilibrio era compromesso. Cercavo di fingere con tutto me stesso che andava tutto bene ma la farsa durò soltanto un paio di mesi. Quando mi dissero che i dottori non mi avevano più reputato idoneo per giocare avendo trovato qualcosa che non andava in alcuni esami che avevo fatto, sorrisi incredulo, proprio come sorrisi quando tre anni e mezzo dopo mi dissero che ero malato di sclerosi multipla. Il sogno era dunque finito, dovevo tornare a casa e inventarmi qualcos’altro. Non sapevo ancora di essere malato, mi sottoposi ad una marea di visite, soprattutto agli occhi ma gli occhiali non risolsero nulla, mi feci cure ricostituenti ma non migliorai. Ormai cominciavo ad abituarmi all’idea di vederci male, di non camminare in equilibrio, di avere lividi sui fianchi per le botte che davo ogni tanto agli spigoli che non vedevo, di avere dolori alla schiena e di sentirmi stanco dopo pochissimo mentre facevo degli sforzi. Continuai a giocare a basket ma il campo per me era cambiato, non potevo più correre come prima, dovevo cambiare stile e adattarmi alle mie nuove condizioni. Fu uno strazio, a 17 anni mi sentivo come un giocatore vicino al ritiro. Appesi le scarpette al chiodo e andai a vivere a Londra ma il basket mi seguiva sempre e io seguivo lui anche se faceva male non poter giocare, sapermi affetto da qualcosa che non si capiva cosa fosse e che mi lasciava senza forze. Poi arrivò quello che all’epoca era il macigno più pesante: mi diagnosticarono la sclerosi multipla. Cominciò il calvario degli esami, delle visite, delle risonanze magnetiche, delle cure che io prontamente saltavo per continuare a viaggiare, per allontanarmi, per scappare. Seguirono anni caratterizzati dall’impossibilità di accettare di essere malato.”

Il momento peggiore è stato quello in cui l’essere malato è diventato una consapevolezza, con l’aggravante che si trattava di una malattia degenerativa, quel tipo di male che c’è anche se non si vede, anche se per un periodo ti senti bene e vorresti spaccare il mondo. Soprattutto il basket è stato di fondamentale importanza per Alessandro perché ha rappresentato un appiglio per distrarsi, per tranquillizzarsi, per pensare il meno possibile alla propria vita che era stata segnata per sempre:

“Il basket però c’era sempre. Lo guardavo ed era l’unica cosa che riusciva a farmi tranquillizzare. Lo sport, in generale, ha sempre avuto potere su di me. Li chiamano giocatori ma spesso sono artisti. Il rilascio di palla di Ray Allen, quello di Curry, i movimenti di Jordan, il viso di Bryant quando prende l’ultimo tiro. Sono tutte opere d’arte, capolavori. Non è semplicemente sport, è qualcosa che va al di là. È dove il pensiero non arriva, dove i giocatori sono totalmente posseduti dal momento. Semplicemente perfetti. Il basket, per me, ha sempre rappresentato questo, uno sconfinamento oltre lo sport e anche oltre alla malattia.” 

Alessandro spiega perfettamente cosa significa “giocare” a basket avendo la sclerosi multipla:

“Ricordo quando rigiocai per la prima volta dopo qualche anno ma ben prima di fare una cura di cortisone, finora l’unico trattamento al quale mi sono sottoposto. Eravamo a Roseto e stavamo giocando ad un campetto in un lido vicino alla stazione, c’era anche mio fratello. Era estate e faceva caldissimo, giocai per più di un’ora e mentre giocavo stavo benissimo, non potevo credere di riuscire ad entrare in terzo tempo, a tagliare, a muovermi velocemente. Alla fine della partitella stetti molto male e accusai il colpo della fatica ma mi resi conto che potevo ancora fare sport, che il mio corpo non era totalmente andato. Ad oggi riesco a giocare ma dietro la mia capacità di poter fare partitelle c’è una preparazione fisica minuziosa e ossessiva.”

Convivere con una malattia del genere ti fa vivere stati d’animo diversi, spesso opposti, si può passare dall’aver paura, che è quasi una costante, ad attimi di gioia e sollievo quando ci si sente bene e ci si dimentica per un attimo della propria condizione di salute:

“La convivenza con la malattia è caratterizzata da una parte dalla voglia di sconfiggerla e dall’altra da una forte paura, o sarebbe meglio dire dal rispetto. Il timore che la malattia possa tornare a farsi seriamente sentire mi spaventa. Ricordo che qualche anno fa mi preoccupavo di meno, non mi controllavo ogni anno per esempio, e cercavo di pensarci il meno possibile. Adesso invece sono più responsabile ed il pensiero della mia patologia mi accompagna ogni giorno. Oggi sto bene, decisamente meglio rispetto a quando dai 16 ai 20 la malattia è insorta in tutta la sua potenza. Dopo una cura di cortisone la mia malattia si è quasi spenta del tutto e sono parecchi anni che non ho un episodio e cioè una ricaduta ma anche se i sintomi non sono più evidenti e i medici che mi tengono in cura dicono che il quadro è rassicurante, stabile e positivo io sento il peso della malattia ogni singolo istante della mia vita. So che la sclerosi potrebbe ripartire all’improvviso, so che è una malattia silente e degenerativa.”

Alessandro è oggi un ragazzo maturo che ha cambiato il suo modo di vivere adattandosi alla malattia, imparando a conviverci e a conoscerla, a rispettarla, e alla domanda “che cosa significa per te avere la sclerosi multipla?” risponde così:

“Avere la sclerosi è molto dura perché è una patologia ingannevole, è sempre pronta a metterti lo sgambetto. Non sei mai sicuro di niente. Non puoi fare progetti alla lunga o illuderti troppo. È un po’ come avere una pistola puntata alla testa, è come fare un passo ma essere nel buio, avere una macchina con il segnalatore della benzina rotto.  Nella sfortuna io so di essere fortunato poiché adesso riesco a vivere in modo normale senza aver bisogno di nessun trattamento ma, ecco, non so per quanto riuscirò ad andare avanti. Io faccio quello che posso, non bevo, non fumo e seguo una dieta rigorosa ed equilibrata ma non dipende solo da me. La sclerosi è una malattia bastarda, è una croce che io cerco di trasformare in una piuma ma non è facile anche perché vivere una vita dove si è costretti ad andare avanti, ad impegnarsi a e lavorare come se si fosse sani per sopravvivere non è una passeggiata. Per chi, come me, è solo, avere la sclerosi significa recitare, fingere, far finta di farcela per non essere esclusi, per non rimanere indietro, per non andare in mezzo ad una strada. Significa stringere i denti e non farsi prendere dal panico quando il mal di schiena si fa sentire e i nervi dietro alla nuca cominciano a tirarsi. Io posso solo contare sulle mie forze e sul coraggio che mi trasmette mio fratello, siamo solo io e lui.”

La storia di Alessandro è la storia di un ragazzo che è dovuto crescere sin troppo in fretta senza le attenzioni e le protezioni di una famiglia unita, è cresciuto assieme al fratello, ha trovato la sua strada senza che nessuno gliela indicasse, è diventato uomo quando i suoi coetanei erano ancora ragazzini. Le esperienze di vita, le passioni, il basket lo hanno aiutato nei momenti più difficili, nel momento in cui la sua vita è cambiata per sempre a causa della malattia.
Giunti al termine Alessandro vuole rivolgersi alle persone che si trovano nella sua stessa situazione:

“Bisogna vivere la malattia, viverla e soffrirla fino in fondo, provarle tutte sia per arrendersi che per sconfiggerla. La malattia offre un grande vantaggio, ci da la possibilità unica e lampante di fare i conti con noi stessi in maniera brutalmente onesta. Ci terrorizza, ci umilia, ci esclude, ci lascia indietro eppure se si riesce a stare in piedi, se si riesce ad incassare i colpi, a rimanere lucidi, poi, tutto cambia. Quando dopo averle provate tutte per lasciarsi andare alla violenza dei colpi della malattia ci si vede ancora in piedi si acquista una forza incredibile. Io ci sono passato, ho lasciato che la malattia si sfogasse su di me, ho dubitato del mio corpo, mi sono odiato, ho provato ad arrendermi a più riprese ma più andavo giù e più in me cresceva una luce, una forza, una consapevolezza che mi ha portato a reagire, ad accettare la mia condizione e a volerla migliorare. Aver preso le strade sbagliate, l’aver fallito più di una volta, ha alla fine giocato a mio favore ed è quando avevo perso tutto e non potevo più perdere niente che ho guadagnato me stesso. Abbiate paura quindi, piangete ma fatelo con i pugni stretti, dubitate e mollate tutto, è difficile, è durissima, è vero, ma non dimenticate di rimontare, di ritornare sui vostri passi, di riprendere in mano la partita, di avere tra le mani il pallone che decide da che parte va la vostra vita. Il punto del sorpasso ai danni della malattia lo si segna ogni giorno, segnando quel canestro che non si è mai riusciti a segnare prima oppure continuandolo a segnare.”

alessandroooo