articolo di Andrea Cassini
grafica di copertina di Batmattz
grafici interattivi di Fabio Fantoni

 

 

Il 29 dicembre 2015, un giorno prima del suo trentunesimo compleanno, LeBron James riceve un regalo poco gradito. John Schuumann, esperto di statistiche e penna di NBA.com, twitta con un grafico quello che tutti stavano sospettando: LeBron è il peggior tiratore della lega fuori dal pitturato, con una misera percentuale del 28% dall’arco, la peggiore in carriera. La popolarità del Re non era bassa come ai tempi di The Decision, ma restava lontana dal picco che raggiungerà con l’anello 2016 vinto da underdog e le recenti prese di posizione su temi sociali. Il pubblico stava ancora valutando le motivazioni del ritorno a Cleveland e i Cavs viaggiavano a corrente alternata, tra infortuni, attriti con David Blatt e un Kevin Love spesso fuori luogo. Il grafico di Schuumann suonava coi rintocchi di una condanna. Andando a sviscerare le statistiche non spiccavano particolari cambiamenti nel gioco di James, né cali di rendimento in altre voci del tabellino. Perché, allora, un simile tracollo dalle percentuali dell’anno precedente – nonché da quelle, ancora migliori, di Miami? Colpa della squadra disfunzionale, dicevano alcuni, ma a gran parte della critica tornava in mente l’immagine del James versione Finals 2011, forse il peggiore di sempre, smarrito sul perimetro mentre Wade e Bosh zingaravano nel pitturato, e Jason Terry che gli ronzava intorno portando l’anello a Dallas a suon di triple. Il coro che si alza ha il sapore del remix. LeBron non è un clutch player. Non ha la mamba mentality. Non è un vero agonista.

La maniera in cui ti vedono gli altri spesso passa per come reagisci alle critiche. Alla stampa LeBron rispondeva piccato: “non è questo il mio gioco, a fine carriera non verrò ricordato come un tiratore”. Poi però si chiudeva in palestra a lavorare, come nell’estate 2011 quando assoldò Hakeem Olajuwon per insegnargli a giocare in post. Tornò a Miami col nuovo ruolo di ala grande e le idee chiarissime su come condurre la squadra a due anelli consecutivi – come disse coach Spoelstra, “era come se avesse scaricato un programma con tutti i movimenti di Ewing e Olajuwon”, in stile Matrix insomma.

Nell’inverno 2015, allo stesso modo, James migliora le percentuali al tiro da 3 nel giro di due settimane. A fine stagione rimonta fino al 52% dal campo e al 31% da tre; soprattutto, a giugno porta a casa il Larry O’Brien Trophy.

Cos’era successo realmente? Anche se James ci sembra un superman indistruttibile, e la tempra fisica ha sicuramente giocato un ruolo importante nella longevità della sua carriera, pure lui deve fare i conti con gli acciacchi. È estremamente riservato sull’argomento ma a mente fredda talvolta si sbottona. Soffre di un dolore ricorrente al gomito destro, emerso per la prima volta in una serie di playoff contro Boston nel 2010. Impari a conviverci, accetti gli alti e bassi, e da lì una certa fluttuazione nelle percentuali al tiro. Dopo il grafico di Schuumann, LeBron capì che doveva fare un passo avanti. Modificò la meccanica di tiro per proteggere il gomito. I suoi punti di riferimento sono Chris Jent, Damon Jones e Phil Handy, assistenti attuali o passati dei Cavs, ma James ammette che il grosso del lavoro l’ha fatto da solo. Gli altri miglioramenti arrivarono da sé, a cascata. Sbloccato il gomito, corresse il movimento di spalle, bacino e piedi. E arriviamo a oggi.


Nella stagione 2016/2017 LeBron ha tirato col 36.3% da dietro l’arco, viaggiando per certi tratti con medie superiori a quelle di Stephen Curry. Nella stagione attuale fa ancora meglio, le cifre dicono 41%. Il dato impressiona ancora di più se consideriamo che anche il volume delle triple è in aumento. Lo scorso anno il 25.4% dei suoi tiri era una soluzione da tre punti, nei primi mesi di questa stagione siamo al 26%. Solo in due occasioni la distribuzione dei tiri si era spostata così lontano da canestro: nell’ultima stagione del primo ciclo a Cleveland, 2009/2010, e in quella del ritorno in Ohio, 2014/2015: in entrambi i casi, però, l’efficienza si era rivelata decisamente più bassa. Proprio sul tema efficienza, è nozione comune che gli anni migliori di LeBron siano stati quelli in maglia Heat. Quello di coach Spoelstra, valutando a posteriori, è probabilmente lo stile di basket più organizzato in cui James sia mai stato coinvolto, con due All Star a fianco e un raggio d’azione vicino al pitturato. Nel 2011 registrò il 36.2% da tre punti, l’anno precedente scollinò addirittura sul 40.1%, ma in quel periodo sceglieva il tiro dalla distanza in un range che andava dal 12% al 18%, tra i più bassi in carriera.

Non solo: a Miami oltre la metà dei suoi canestri da tre erano assisted, derivavano cioè da un suggerimento di un compagno in situazioni di spot-up, con una punta del 60.9% nel 2011. Dal ritorno a Cleveland il dato è radicalmente diverso: 49.2% nel 2016/2017, 32.8% quest’anno. In soldoni, significa che molte delle triple che LeBron manda a bersaglio concludono situazioni di isolamento. Le scocca dal palleggio, in pull-up, spesso col difensore a distanza ravvicinata. Si tratta della specialità di un giocatore come Steph Curry (metà delle sue triple partono dal palleggio) o di altre point guard brevilinee. Tra le ali sono in pochi a crearsi tiri con l’efficacia di LeBron, e nessuno vanta la sua stazza o le sue doti di passatore.

In parole ancora più povere: le percentuali di James dall’arco dovrebbero peggiorare, perché prende tiri più difficili, eppure migliorano. Come fa?

Il colpo d’occhio, in questo caso, racconta più delle statistiche.

In carriera James è sempre stato capace di infilare streak come in questo video, ma peccava in continuità. Prima del 2016 punto di rilascio e altezza della parabola variano ad ogni tiro. La meccanica non è economica. Disperde molte energie con l’elevazione e spesso atterra lontano da dove aveva iniziato il movimento. La postura è sbilanciata. Il difetto principale, tuttavia, si rivelerà essere il gomito, troppo esposto verso l’esterno. Una volta allineato alla spalla, gli altri ingranaggi della catena cinetica andranno al loro posto.

Il tiro del LeBron James contemporaneo è molto più bello da vedere, e lui lo scaglia senza l’esitazione che lo caratterizzava in passato. Le lodi di uno specialista come Kyle Korver sono una valida garanzia. La meccanica è finalmente compatta, il punto di rilascio è costante e il pallone percorre poca strada prima di lasciare le sue mani. Notiamo anche come si elevi meno rispetto agli esempi precedenti. Riesce a creare separazione dal difensore sfruttando il fisico o il palleggio, non ha bisogno di saltare verso l’alto. Il risultato è una postura più rilassata dove gomito, spalle e bacino raggiungono l’obiettivo cruciale: mantenersi allineati, seppure in movimento. Le braccia non spingono, non alterano la traiettoria.

Anche la posizione dei piedi gioca un ruolo determinante. Anziché rivolgere le punte al canestro le tiene spesso a tre quarti, allineate alla visuale dell’occhio dominante. Ne scaturisce un movimento più naturale. È uno dei concetti base di quell’approccio al tiro che alcuni insegnanti chiamano FOREST (Finger – Off hand – Rhytm – Eyes – Sway – Turn) in opposizione alla scuola BEEF (Balance – Elbow – Eyes – Follow through) che formava i migliori cecchini dello scorso decennio. L’idea è che ogni giocatore abbia una biomeccanica diversa, e debba quindi tirare mantenendo il proprio personalissimo flow. Preparazione e follow-through possono variare, ma è vitale che al momento del rilascio – che dev’essere rapido – il corpo sia in perfetto equilibrio nel rispetto dei principi base: lo scatto del polso, ad esempio, e la mira. Per eccellere serve una strepitosa core strength, la tenuta della “cintura” tra addome e schiena su cui gli allenatori mettono sempre più l’accento: diciamo che LeBron se la cava.

 
Stephen Curry rappresenta lo stato dell’arte di questa scuola di pensiero. Osservandolo a velocità naturale sembra che lanci la palla per aria con poca cura: l’esecuzione è velocissima e l’inerzia del movimento lo porta ad atterrare sbilanciato. Eppure, se fate un fermo immagine sull’istante in cui scocca il tiro, troverete ogni volta la stessa statua dagli angoli perfetti. In questo caso parliamo di un tiratore “naturale”, ma gli stessi principi sono stati applicati per formare la nidiata di 3-and-D che affolla la lega, consegnando un tiro anche ad ali atletiche che al college impilavano un mattone dietro l’altro. Un esempio recente? Jaylen Brown dei Boston Celtics. James non risponde a questo identikit, ma anche nel suo caso l’idea ha attecchito con successo. Osserviamo il follow-through. Le spalle sono rilassate e le braccia si slanciano in avanti, lo stesso fanno i piedi, talvolta atterrando asimmetrici. Ma quando il tiro parte bene, si capisce subito che andrà dentro. Queste, a spanne, le direttive del suo lavoro in palestra. Metterle in pratica in partita, magari in un clutch shot col difensore addosso e sul groppone già 35 minuti passati a smazzare assist e attaccare il pitturato? Questo è un altro paio di maniche. Ma se ti chiami LeBron James, è another day at the office.


Non c’è solo la cruda tecnica dietro la crescita di James come tiratore. L’idea tattica è lungimirante e corretta: adattarsi all’evoluzione del gioco, diventare ogni stagione un interprete più completo. Negli anni di Miami le difese affrontavano LeBron facendo fronte comune nei pressi del canestro e negandogli le penetrazioni in velocità che l’avevano contraddistinto nel primo stint della carriera. Come detto, James si reinventò playmaker in posizione di spalle a canestro, generando punti per sé e per i compagni, raffinando poi il midrange game per punire il cuscinetto che i difensori gli concedevano sul perimetro. L’intera serie del 2013 contro gli Spurs corse su questo tema tattico, e non a caso il canestro vincente di gara 7 fu un tiro in sospensione dalla media distanza.

Ma il midrange game è passato di moda, in particolar modo i cosiddetti long twos: poco redditizi perché, a fronte di percentuali paragonabili a quelle di una tripla, portano in dote un punto in meno. I migliori attacchi dell’NBA odierna sono polarizzati: dai sette metri, magari con una tripla ben costruita, si va sotto canestro. Vedere Warriors, Rockets, Celtics e gli stessi Cavs per credere. LeBron, dopo dieci anni abbondanti di carriera, ha capito subito in che direzione tirava il vento. I long twos sono in netto calo, appena il 10.2% delle sue conclusioni – mentre in epoca Heat, come accennavamo, tirava dai 16 piedi quasi tre volte tanto. Inoltre, per appena la seconda volta in carriera, la percentuale da tre punti ha superato quella nei midrange jumper: come mostra la mappa, per assicurarsi la riuscita LeBron concentra il maggior numero di tentativi sulla sua mattonella, a metà strada tra la punta e l’angolo sinistro. Il risultato è che la effective field goal percentage schizza al 62%, massimo in carriera. Ovviamente, il fatto che concluda al ferro con la solita, impressionante precisione di un centro ingrassa il tabellino.

AP Photo/Charles Krupa

Se nelle due ultime campagne King James sta costeggiando i propri record anche in termini di percentuale complessiva al tiro (l’attuale, 57%, è un altro career high a fare il paio col 62.9% da due punti) ed efficacia nel pitturato (79.4% entro i tre piedi dal ferro, due millesimi sotto l’ultima annata in maglia Heat) è anche grazie alla sua nuova reputazione di tiratore; gli si aprono spazi maggiori per attaccare il ferro. Compagni e coaching staff già lo considerano padrone del fondamentale, anche Kevin Love e coach Tyronn Lue hanno speso apprezzamenti sulla dimensione perimetrale del gioco di James; in particolare, nota Love, ha messo su una “fiducia del tiratore” di tutto rispetto, quella che ti permette di continuare a tirare senza tentennamenti anche quando non vedi muovere la retina. Avversari e addetti ai lavori in giro per le lega se ne stanno accorgendo del pari, seppure con meno entusiasmo, perché a loro LeBron tocca affrontarlo sul campo. In avvicinamento all’All Star Game 2018 è stata persino avanzata una proposta audace: LeBron James nella gara del tiro da 3. Lui l’hapresa sul serio. Avrebbe considerato di partecipare, dice, ma il weekend delle stelle si tiene a Los Angeles, dove vive la sua famiglia; ne approfitterà per passare del tempo coi figli.
Difficile biasimarlo, soprattutto quando suggella il discorso come fatto nella recente sfida coi Bucks. 6 su 11 dall’arco per 39 punti complessivi, impegnato in uno spettacolare duello con Giannis Antetokounmpo. Proprio evadendo dalla difesa del greco LeBron ha mandato a bersaglio l’ultima tripla, quella che riapriva la partita prima che Milwaukee la mettesse in cassaforte: altissimo coefficiente di difficoltà, dal palleggio e cadendo indietro, col pallone recuperato dopo una carambola da rimessa laterale.

L’evoluzione di LeBron James nel gioco perimetrale deve dar da pensare a quei giocatori che a lui si ispirano più palesemente, dallo stesso Giannis a Ben Simmons. Giocano alla grande pur senza impensierire le difese dall’arco, anche grazie ad allenatori che ne sfruttano le potenzialità con astuzia, ma verrà verosimilmente il giorno in cui gli avversari si adatteranno: specialmente se si tratterà di compiere quel passo in avanti che significa competere per il titolo. Un’arma in più, nelle giuste mani, non snatura il gioco bensì lo amplia, e non è mai troppo tardi per aggiungerla all’arsenale. Chiedete a Kawhi Leonard se cercate un campione che questo concetto l’ha assimilato in fretta. Si è trasformato gradualmente in un tiratore eccellente, sbloccando quei progressi sul lato offensivo del parquet che l’hanno reso protagonista di un paio di stagioni degne di un MVP.
Insomma, vi state ancora chiedendo se la versione attuale sia il miglior LeBron James di sempre, con 33 anni da compiere tra pochi giorni? Se non bastassero i career high in assist e rimbalzi, l’assortimento di triple doppie e il record di 23-9 con cui guida i Cavs pieni di magagne, forse quest’analisi sul suo tiro vi convincerà. Per migliorarsi bisogna prima accettare i propri limiti, poi comprenderli, poi smontarsi, riprogettarsi e ricostruirsi. Pochi di noi potranno mai permettersi il lusso di un viaggio nella mente di un campione, ma il processo per puntare al massimo deve assomigliare a questo.

Oppure, nelle sue parole: “I always say every summer if I can become a better player to help our team, I just don’t feel like I’ve reached my potential”.