Quand’è che una persona può ritenersi testimone di qualcosa di eccezionale?

Testimone… Sembra familiare questa parola: Testimoni come nello slogan di Lebron, come nelle telecronache di Tranquillo, oppure, come nel mio caso, testimone di una partita normale, durante la quale una persona tutt’altro che normale, ha dato prova di possedere una forza straordinaria.

Ho 21 anni e frequento il terzo anno della facoltà di medicina e chirurgia dell’università di Padova. Un paio di settimane fa mi è capitata l’occasione di organizzare, insieme a un altro paio di ragazzi, una partita amichevole di basket tra i due corsi in cui siamo suddivisi: canale A e canale B. Tradizionalmente infatti, ogni anno in occasione della fine delle lezioni, lo stress accumulato a causa delle innumerevoli ore di studio, dei capricci dei professori e dei rimpianti per non aver ascoltato Tizio che ti diceva che avresti dovuto andare a fare il contadino, viene sfogato in una settimana in cui l’astio tra i due sopracitati canali, è sostanzialmente paragonabile a quello che si respira nei pressi del 38˚ parallelo nella zona di confine tra le due Coree. Chiunque al di fuori di medicina pensa che sia una cosa assurda, ma di fatto per noi non lo è.

Durante questa settimana, da 18 anni ormai, si disputa una partita di calcio al termine della quale vengono assegnati un premio per la squadra vincitrice, uno per la miglior coreografia delle ragazze pon pon e uno per il tifo. Dallo scorso anno si è aggiunto anche un match di basket, riscuotendo un notevole successo. Il tutto, come nelle migliori favole, termina felicemente il venerdì sera con una festa che coinvolge circa 5000 persone e il cui ricavato va devoluto in beneficenza.

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Le cose sono più serie di quanto si possa pensare.

È questo il contesto in cui si ambienta la storia che sto per scrivere. Il protagonista si chiama Alessandro, Ale per gli amici. Ho avuto la “fortuna” di incontrarlo per la prima volta durante una partita di basket all’età di 13 anni. Non il migliore dei ricordi: verso la fine del secondo quarto un mio compagno di squadra è lanciato in contropiede contro Ale, si avvicina a canestro, appoggia male di sinistro e sbaglia. Io arrivo da dietro e catturo il rimbalzo. Scendendo con la palla tra le mani però, il mio mento fa conoscenza con il gomito proteso verso l’alto di Ale. Un contatto involontario certo, ma il bilancio non è dei migliori: 6 denti rotti, tante lacrime e una fatica madornale a trovare un dentista aperto il sabato pomeriggio in grado di riattaccare tutto. Negli anni successivi le nostre strade si sarebbero incrociate più volte, lui avrebbe smesso di giocare verso la fine del liceo e avrebbe iniziato ad arbitrare le giovanili prima e i campionati senior poi, infine entrambi saremmo entrati a medicina, quasi tre anni fa.

Tuttavia, mentre io cercavo di abituarmi ai ritmi della vita da studente universitario, Ale aveva a che fare con qualcosa di più complicato: pochi mesi dopo la gioia per l’ammissione a medicina, da alcune analisi del sangue e da successivi accertamenti, arriva una notizia terribile. Nel suo DNA viene identificata un’anomalia denominata “cromosoma Philadelphia”, ossia il risultato di una traslocazione di materiale genetico, che porta alla formazione di un gene da cui si sviluppa la Leucemia Mieloide Cronica. Allo stato odierno di avanzamento della ricerca su questa malattia non si è ancora trovata una cura definitiva, ma in molti casi si può tenere sotto controllo il suo avanzamento tramite la somministrazione di un farmaco specifico, che, al netto di una mutazione del tumore, è in grado di inibire l’iperproliferazione delle cellule malate. La terapia deve essere effettuata vita natural durante, altrimenti la leucemia ritorna.

Inutile dire che una diagnosi del genere cambia la vita. Da quel momento Ale ha smesso di arbitrare, ha passato momenti difficili, momenti di ripensamenti, di sconforto. Ha considerato l’ipotesi di lasciare medicina, non ce la faceva più a leggere di farmaci ed esami che gli ricordavano quelli a cui deve regolarmente sottoporsi per tenere sotto controllo l’andamento della malattia. Si è preso delle pause, ma non ha mai mollato.
Al momento di reclutare i giocatori per la partita tra i due canali, inizialmente non ricevo alcuna risposta da Ale. Non avendo notizie precise sul suo stato di salute, gli scrivo chiedendogli se sarebbe stato disposto ad arbitrare l’incontro, ma in un misto tra sollievo e imbarazzo leggo la risposta:

“Ma come? Io voglio giocare!”

Ottimo, conosco il livello della squadra e so che Ale può aiutarci concretamente a vincere, ricordo bene il suo modo di giocare: buoni fondamentali, buon tiro, il playmaker di cui abbiamo bisogno. Il nostro roster infatti è formato da gente che ha smesso con la pallacanestro anni fa, gente che non ha mai iniziato e da qualche pazzo che si immola per la causa nonostante infortuni che potrebbero essere certificabili per richiedere una pensione di invalidità. Un paio di allenamenti bastano per confermare le mie aspettative. Certo la forma fisica non è al massimo, ma la memoria non mi ingannava, la tecnica è rimasta quella di qualche anno fa. Ale mi informa che in questo periodo, per la maggior parte del tempo, è in grado di convivere bene con la malattia, ma saltuariamente gli capitano delle crisi. La sfortuna vuole che proprio una di queste crisi avvenga il giorno stesso della partita. Nel gruppo della squadra Ale scrive che ha passato la notte a vomitare, non riesce a reggersi in piedi, probabilmente non giocherà, ma cercherà in tutti i modi riprendersi. Parole di circostanza solitamente, ma non per lui. Quando tutti davamo per scontata la sua assenza, due ore prima dell’incontro ci avvisa che stringerà i denti: questa è la sua occasione per tornare ad allacciarsi le scarpe da basket e non se la farà scappare per niente al mondo.

La partita si svolge in una palestra storica di Padova, proprio dietro al Duomo. Il parquet con buchi sparsi, il muro a mezzo metro dalla linea di fondo, l’umidità che ricorda vagamente la foresta pluviale, non aiutano certamente lo spettacolo, che però è garantito da un pubblico straordinario e dal coach, alias il professore di fisiopatologia, in panchina, che tira giù il calendario ad ogni errore della sua squadra.

Ho visto palazzetti di serie C meno pieni e molto più silenziosi

Ho visto palazzetti di serie C meno pieni e molto più silenziosi

Come da copione la partita si gioca punto a punto, il coach del canale B, vecchia volpe del basket padovano, decide di schierare per 40 minuti una zona 1-1-3, che rende il gioco lento e il punteggio inevitabilmente bassissimo. I presenti però non se ne accorgono nemmeno, e guidati dal maiale e dal gallo, mascotte rispettivamente del canale B e A, incitano le proprie squadre come se si trovassero ad assistere ad un derby tra Panathinaikos e Olympiacos in finale di Eurolega. Dalla parte dei giocatori, nonostante il talento non si sprechi, l’agonismo è veramente al massimo delle nostre possibilità e la voglia di vincere ci spinge oltre i nostri limiti atletici. Tra contatti duri, trash talking e insulti ai due malcapitati arbitri, si arriva a 4 secondi dalla fine sul punteggio di 32 a 33 per il canale A. Rimessa in attacco per l’Atletico B, la nostra squadra…

Tutti marcati, riceve la palla Ale che parte in palleggio verso destra, batte il suo uomo, si arresta sul gomito della lunetta e subisce fallo con un secondo rimanente sul cronometro.

Il Real A ha esaurito il bonus, abbiamo 2 liberi per vincere la partita. Il primo entra: parità e pubblico che si prepara ad acclamare il suo nuovo idolo. Guardo Ale prima del secondo libero: lo vedo concentrato come non mai. Il tiro parte, ma vedo subito che è corto, sono già 10 minuti che ogni salto che faccio mi provoca un crampo a un muscolo diverso della gamba, figuriamoci per lui come deve essere. Il rimbalzo cade tra le mani di un nostro compagno, ma non riusciamo a tirare per vincere. Il supplementare è una serie di tiri che scheggiano a malapena il ferro, nessuno ha più energie per continuare. Perdiamo la partita di 2.

Purtroppo non è un filtro, sono le luci della palestra

Purtroppo non è un filtro, sono le luci della palestra

L’amarezza per la sconfitta è quella tipica dello sport, quella che prova chiunque ci metta anima e corpo per raggiungere un risultato, salvo poi vedere tutto svanire nel giro di pochi secondi. È quella che ti può togliere il sorriso per dei giorni, ma che ti insegna più di qualunque libro.

Dopo qualche ora però mi arriva un messaggio, è Ale che sempre sul gruppo della squadra scrive:

“Ragazzi, nonostante il risultato finale volevo ringraziarvi perché era troppo tempo che non giocavo una partita vera e mi sono divertito troppo! Dispiace per non averla portata a casa, ma ci rifaremo l’anno prossimo! Bravi tutti”

Grazie a te Ale. Grazie per averci fatto capire cosa significa essere in grado di reagire alla difficoltà, la resilienza del vincente. Non sul campo, ma nella vita. E grazie anche a questo sport, che si dimostra, una volta di più, una grande agenzia sociale educativa.
Forza Ale,
“You’ve seen the bottom, you’re ready for the top”

pale

di Lorenzo Gobbin