“I can be myself here in this small town, and people let me be just what I want to be” cantava ormai 30 anni fa John Cougar Mellencamp, nato nella piccola Seymour, cittadina dell’Indiana, e mai riuscito realmente a distaccarsi dalla piccola realtà rurale in cui era cresciuto. Anche Larry Bird, a sua volta figlio dell’Indiana (e della ancora più piccola French Lick), usò questa canzone durante la sua cerimonia di ritiro dal basket giocato, quasi a ricordare che, se sei figlio di una piccola cittadina, questa rimarrà sempre dentro di te, anche quando finirai a giocare nelle città e nelle arene più grandi e famose del mondo.

“Had myself a ball in a small town” cantava sempre in quella canzone Mellencamp, e sebbene il percorso più comune sia quello fatto da Larry Bird, esiste anche qualche caso in cui qualcuno può fare la strada inversa, e nella piccola città (con una tradizione cestistica relativamente giovane) può finirci per giocare, arrivando invece da una metropoli infinitamente più grande e decisamente connessa con il basket. Questo percorso ad esempio l’ha compiuto Reshanda Gray, ragazzona californiana che in pochi anni è passata dalle sterminate periferie di Los Angeles fino a vivere e giocare a Battipaglia, cittadina della provincia di Salerno. “Arrivare a Battipaglia è stato qualcosa di molto diverso rispetto a ciò a cui ero abituata, ma ormai posso dire di essere avvezza alle diversità”. E non potrebbe essere diversamente per una ragazza che, dopo aver vissuto in un monolocale con altri sei fratelli e sorelle sognando di fare la modella, è finita per essere adottata da una famiglia di sole tre persone, con un padre bianco che l’ha convinta a provare a giocare a basket sul serio, cambiandole per sempre la vita.

ATLANTA, GA - AUGUST 14: Reshanda Gray #21 of the Atlanta Dream prepares to shoot a free throw agianst the Minnesota Lynx on August 14, 2015 at Philips Arena in Atlanta, Georgia. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and/or using this Photograph, user is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. Mandatory Copyright Notice: Copyright 2015 NBAE (Photo by Scott Cunningham/NBAE via Getty Images)

Lo scorso 28 marzo la Polisportiva Battipagliese ha vinto a Bologna, nella storica cornice del PalaDozza, lo scudetto italiano under20 grazie ad una vittoria 58-55 contro Venezia dopo aver rimontato da -16 nel quarto periodo. Questo è stato probabilmente il momento cestistico più alto per la città di Battipaglia, che in precedenza era ricordata principalmente per essere il luogo d’origine di Peppe Poeta, per la promozione in A1 della squadra femminile avvenuta due anni fa e per aver ospitato al PalaZauli per tre stagioni nel corso degli anni ’90 una delle mille versioni del Basket Napoli, poi inevitabilmente fallita come tutte le altre. Quest’anno ha anche conquistato la prima partecipazione ai playoff scudetto della sua storia, non che in realtà fosse molto difficile, dato che su 14 squadre in due retrocedevano e le altre 12 facevano automaticamente i playoff, ma Battipaglia ha superato anche il primo turno (doppia vittoria contro Umbertide) qualificandosi per il tabellone principale dove sfiderà le campionesse d’Italia in carica di Schio in un incrocio proibitivo. Nelle due vittorie contro Umbertide è stato fondamentale l’apporto di Reshanda Gray, autrice di 32 punti e 23 rimbalzi con 50 di valutazione all’andata e di un 17+16 al ritorno. Numeri da giocatrice WNBA per quella che in effetti è la prima giocatrice WNBA mai sbarcata a Battipaglia.

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Prima di arrivare a giocare però nelle arene dove si esibiscono anche le stelle della NBA, Reshanda è dovuta passare da luoghi molto più umili. Da bambina viveva a poche miglia dal Forum di Inglewood, l’ex casa di Lakers, Clippers e Sparks, ma la sua Los Angeles non era quella glitterata di Hollywood e delle sue stelle, ma quella molto più difficile di South Central LA, dove viveva in un piccolo appartamento con una sola stanza da letto assieme ai genitori e ad altri tre fratelli e tre sorelle. “La mia vita da bambina non è sempre stata semplice, non ho avuto l’opportunità di vivere una normale infanzia spensierata. C’erano sempre sfide e problemi da superare. Dove sono cresciuta io non sono tante le persone che ce la fanno, quindi era difficile riuscite a vedere una prospettiva fuori da quel quartiere”. E infatti la sua vita sembrava essere pronta ad incanalarsi negli stessi binari di tanti, troppi ragazzi persisi in quella zona così popolosa e pericolosa di LA. “A 11 anni uscivo tutti i giorni con le persone sbagliate e facevo cose sbagliate, bevevo, fumavo. Pensavo fosse figo stare in compagnia di gente che faceva cose vietate o si metteva nei problemi, mi sembrava una cosa naturale”. Ma il peggio doveva ancora arrivare: i suoi genitori facevano entrambi uso di droghe e questo difficilmente si sposa alla perfezione con la responsabilità di dover tirare su sette figli. Reshanda e i suoi fratelli e sorelle vennero messi in “foster care”, sostanzialmente dati in affido ad altre famiglie. “È stata un’esperienza bruttissima, sono stata davvero male. Sembrava che alla nostra madre adottiva non interessasse nulla di noi”.

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Quando sembrava che nelle vita di Gray non ci fossero più raggi di sole, eccone arrivare non uno solo, ma ben due. Nella sua vita compare Tyrone Dinneen. Negli States esistono alcune associazioni no-profit che provano ad offrire attività post-scolastiche in scuole di quartieri particolarmente difficili, poveri o degradati, proprio per evitare che i ragazzi corrano il rischio di passare il loro tempo in strada con cattive compagnie. Tyrone, coordinatore bianco di una di queste associazioni no-profit, vede qualcosa di speciale in Reshanda e prova a coinvolgerla, ma i rapporti all’inizio sono un po’ spinosi: “Non mi piaceva, non avevo fiducia in lui. Mi chiedevo dentro di me cosa cavolo volesse, perché parlasse con me e cosa pensava che potesse ricevere da me. Crescendo dove sono cresciuta io non si incontrano molte persone bianche, a meno che tu non abbia dei problemi con la legge e con lo stato. Lui mi chiedeva di aggregarmi al suo programma e io lo ignoravo, preferivo andare in giro con le persone sbagliate e pensavo fosse più divertente mettermi nei guai o fare le cose che mi dicevano di non fare. Ma la sua insistenza alla fine mi fece vedere Tyrone da una prospettiva diversa, vedeva qualcosa di potenzialmente grande in me che io non vedevo”. Alla fine Reshanda si aggrega al programma post-scolastico, anche se inizialmente il suo atteggiamento verso Dinneen e il suo programma rimane di diffidenza e quasi di sfida. Il momento di svolta arriva quando un giorno gli educatori, stufi di dover sopportare il suo atteggiamento, chiedono a Dinneen di sospenderla. Tyrone allora la prende da parte, la guarda negli occhi e comincia un dialogo che le cambia la vita: “Mi fece un discorso a cuore aperto, di quelli che fai ai bambini che si stanno comportando male. Mi disse tipo: «dai Reshanda, lo so che questa non sei realmente tu, non sei questo tipo di persona. Io so che sei una brava ragazza, lo si vede anche da fuori, e voglio che d’ora in poi tu cominci a prendere le decisioni giuste per te». Ricordo che quelle parole mi colpirono nel profondo e mi lasciarono un segno indelebile”. Da quel momento Gray inizia a seguire con fiducia il suo nuovo mentore, cominciando di fatto la sua nuova vita. Alla Bret Harte Middle School ogni anno si organizzava un torneo in stile March Madness per avviare i ragazzi allo sport. Dinneen vede del potenziale in Reshanda e la invita a provare a giocare a basket, regalandole di fatto una chance insperata: “All’epoca avevo 12 anni e il basket non mi piaceva per niente. La mia aspirazione era quella di diventare una modella, ma cominciai comunque a giocare perché anche le mie amiche giocavano. Però non sapevo neanche come si giocasse, non riuscivo neppure a fare un layup”. Ad una prima occhiata la pallacanestro non sembrava roba per lei, ma complice anche le doti fisiche già spiccate, si lascia convincere da Tyrone ad allenarsi e provare ad imparare. “Ero grossa tre volte rispetto a tutte le altre, quindi mi dicevano «Tu mettiti lì in mezzo e noi ti passiamo il pallone». Oggi che ci ripenso in sostanza facevo solo cherry-picking, rimanevo sempre sotto il canestro offensivo e tiravo da un centimetro sopra tutte le altre”.

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Alla fine Reshanda si convince e continua a giocare a basket anche al di fuori del programma post-scolastico di Dinneen. Al suo primo anno di high school alla Washington Prep di LA, oltre a cimentarsi anche con l’atletica e il volley, viene messa a giocare con la squadra di junior varsity di basket, una sorta di “squadra riserve” dove di solito giocano i freshman al liceo per avere più spazio. Verso la fine della stagione, complici anche i suoi progressi e la già notevole altezza di 1.83m, viene promossa nella squadra principale per i playoff. È in quell’estate dopo il suo primo anno che però arriva un altro bivio pronto a cambiarle la vita. Alla Washington Prep arriva coach Elbert Kinnebrew, l’allenatore delle Cal Sparks, squadra super-vincente a livello di tornei estivi AAU. Kinnebrew però in realtà arriva per visionare un’altra ragazza, Deajanae Scurry, e Reshanda si presenta al tryout solo perché chiamata di corsa dal suo coach della high school. “Mi presentai all’allenamento o qualsiasi cosa fosse quella sorta di provino, e continuavo a combinare disastri. Così coach Kinnebrew mi mandò dall’altra parte del campo ad esercitarmi sui layup invece di farmi fare gli esercizi normali con tutto il resto delle ragazze. Avevo 14 anni e la presi male. Volevo rimanere dall’altra parte a giocare e ridere con le altre. Quella sensazione di umiliazione però mi fece cambiare tutto, da quel giorno cominciai a lavorare ogni giorno sul mio gioco con il coach del liceo. Pensavo: ok, diventerò una giocatrice forte, tutti mi dovranno rispettare”. Grazie al programma post-scolastico di Dinneen, Reshanda riesce anche a conoscere Kobe Bryant, in uno degli incontri dei Lakers assieme ai ragazzini di questo progetto, di cui la squadra purple&gold è partner. “Quando l’ho visto ho pensato: oh mio Dio, è davvero Kobe. Dopodiché gli ho chiesto «Qual è stata l’avversità più grande che hai dovuto superare da ragazzino», e lui mi ha risposto: «Ho incontrato un sacco di persone che mi dicevano che non sarei diventato nessuno, e il mio unico obiettivo era provare a me stesso e a loro che avevano torto». E io mi sono sentita come se fosse il consiglio migliore in assoluto che si potesse dare ad una ragazzina”. Un altro avvenimento che le permette di concentrarsi maggiormente sulla scuola e sullo sport avviene pochi mesi dopo: viste le difficoltà famigliari e l’ambiente tutt’altro che positivo in cui vive, Reshanda si trasferisce a vivere a casa di Tyrone Dinneen, dal quale viene di fatto adottata. Gray si ritrova così da vivere in una casa piccola con nove persone ad una abitazione decisamente più grande con i suoi due nuovi genitori e una sola sorellina acquisita. E non è un caso che oggi Reshanda si riferisca a Tyrone chiamandolo padrino: “Lo ringrazierò per sempre perché Tyrone è risultato essere una delle cose migliori che mi siano mai capitate nella mia vita, senza di lui non sarei mai diventata chi sono ora. La sua famiglia è diventata la mia famiglia, e ora abbiamo un legame indissolubile. Per me è stato un mentore, un amico del cuore, un padre, una madre, era sempre lì per me. Grazie a lui ho avuto la possibilità di poter crescere come una ragazzina normale in un contesto ambientale normale. Tutto d’un tratto le mie sole responsabilità nella vita erano avere bei voti, giocare a basket e divertirmi”.

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Con la sua nuova situazione famigliare e con un atteggiamento diverso nei confronti del basket, Reshanda comincia a migliorare, e dopo poco tempo inizia anche a realizzare che la pallacanestro potrebbe provvedere per lei anche ad un’educazione universitaria, cosa a cui ovviamente non aveva mai neanche lontanamente pensato nell’ambiente in cui era cresciuta. E la sua crescita è vertiginosa. Nel 2010 vince già il titolo di Los Angeles City Player of The Year al suo penultimo anno di liceo. L’anno successivo viene eletta McDonald’s All-American e viene listata come 22esimo miglior prospetto liceale di tutti gli USA da ESPN. Numerosi college mandano proposte di borse di studio a Reshanda, che così corona il suo sogno di poter andare all’università scegliendo University of California, non male per una che neanche cinque anni prima non sapeva quasi eseguire un terzo tempo. “Quando ho firmato la lettera di iscrizione all’università avevo gli occhi lucidi ed ero senza parole. Ero la prima ad avere l’opportunità di andare al college nella mia famiglia, ci sono stati un sacco di ostacoli sulla mia strada ma ho avuto la fortuna di incontrare grandi persone che mi hanno supportato nel mio angolo e mi hanno aiutata a rimanere concentrata su ciò che dovevo fare”. Così Reshanda si trasferisce da Los Angeles a Berkeley, città negli immediati pressi di Oakland e della Bay Area. A California la sua crescita continua ad essere rapida come al liceo: nel 2012 viene eletta nel quintetto All-Freshman della Pac-12, nel 2013 aiuta le Golden Bears ad approdare alla prima Final Four NCAA della propria storia (dove però perderanno in semifinale contro Louisville), nel 2014 segna 43 punti e 16 rimbalzi in una partita contro Washington State e chiude la stagione da junior con 17.6 punti e 9.0 rimbalzi di media con il 60.4% al tiro, all’ultimo anno nel 2015 è Co-Player of the Year della Pac12, viene nominata nell’All-American 3rd Team ed è finalista per il Wooden Award e il Wade Trophy. Nel frattempo, oltre alle prestazioni che la consacrano sul campo, Reshanda Gray si laurea in Social Welfare, con l’obiettivo di aiutare in futuro bambini costretti a vivere in situazioni difficili proprio come è capitato a lei nella sua infanzia. “Essere portati via dalla propria madre è un’esperienza che nessun bambino dovrebbe dover provare, voglio aiutare questi bambini a rimanere nelle loro famiglie e a far sì che le loro case siano un ambiente sicuro”.

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Ma prima c’è ancora modo per giocare a basket. Nel draft WNBA del 2015, il 16 aprile dello scorso anno, viene scelta con la 16esima chiamata dalle Minnesota Lynx. Ma la squadra è forte (non a caso vincera poi il titolo a fine stagione) e per lei non c’è molto spazio, come dimostrano i 37 minuti complessivi in 10 partite con la franchigia sorella dei Timberwolves. Arriva quindi la trade alle Atlanta Dream, dove Reshanda trova molto più spazio (quasi 15 minuti di media con 5.9 punti e 2.8 rimbalzi a partita) e anche una partita da 18 punti contro le Connecticut Sun. Atlanta però non si qualifica per i playoffs e la stagione finisce all’inizio di settembre. Reshanda può così partire per l’Italia, dove ha firmato per la sua prima esperienza oltreoceano in carriera. E dopo aver sempre vissuto tra Los Angeles, la Bay Area, Minneapolis e Atlanta, si ritrova catapultata nella piccola Battipaglia. “Passare da Los Angeles a Berkeley, vicino San Francisco, è stata una transizione facile per me perché erano posti tutto sommato simili e all’interno dello stesso stato. Arrivare a Battipaglia è stato qualcosa di completamente differente, ma ormai sono abituata alle cose differenti”. E in Italia ha imparato anche a vivere in un contesto diverso con una cultura diversa: “La mia permanenza qui da voi finora è stata grande. La cosa che più mi è piaciuta è stata trovare compagne che mi hanno aiutato a superare i momenti difficili e mi hanno dato una mano con le situazioni per me nuove che mi sono trovata ad affrontare fuori dal campo in un paese straniero. Sanno quando c’è qualcosa che non va e cercano sempre di tirarmi su e migliorare la mia giornata, ed è una cosa che adoro di loro. Le mie compagne sono la mia famiglia lontano da casa. Poi ho incontrato anche una donna di nome Marisa che è stata straordinaria con me, è proprietaria di un negozio di manicure e ogni due settimane vado a trovarla per mettere a posto le mie unghie e chiacchierare con lei. Sono stata davvero fortunata ad incontrarla, non solo perché è una grande persona, ma perché mi ha aperto la porta di casa sua, cucina spesso per me ed è come una mamma lontano da casa. E anche se magari posso imbattermi talvolta in cose non perfette o in difficoltà, ci sono persone fantastiche e famiglie che mi aprono la loro porta per sincerarsi che il mio soggiorno qui sia il migliora possibile. Per questo voglio ringraziare tutte le persone che ho conosciuto fin qui a Battipaglia e che hanno reso la mia permanenza molto più facile, nonostante la diversità”.

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Ora la stagione sta per finire, ma prima per Battipaglia c’è la prima partecipazione ai playoff scudetto, nientemeno che contro la corazzata Schio, che il titolo l’ha vinto nelle ultime tre stagioni consecutive. Ma questa è solo una sfida in più da poter affrontare: “Credo che probabilmente adesso sarei da qualche parte incinta, con un lavoro al minimo salariale o in disoccupazione, se non avessi incontrato Tyrone e non avessi avuto tutte le opportunità che mi sono capitate. Il basket mi ha aiutato a rimanere lontana dai problemi, mi ha fornito un’educazione, mi ha portato in posti in cui non avrei neanche immaginato di poter andare, mi ha anche dato un’occasione per raccontare la mia storia. E dimostra che da South Central LA non vengono fuori solo storie tristi, che sono pur sempre la maggioranza, ma che qualcuno ce la può fare. Quando avevo 11 anni guardavo al mondo in maniera molto diversa, non sapevo nulla di cosa ci fosse fuori dal mio quartiere. South Central LA era casa mia e tutto ciò a cui ero abituata. Sono sempre in contatto con la mia famiglia e continuo a volergli bene, ma ora che sono cresciuta e ho potuto vedere tanti posti, tante cose e tante persone, posso guardare al mondo in maniera differente, perché so che esistono un sacco di cose belle là fuori”.

E allora non sarà una partita persa e neanche un’avversaria forte come Schio a far paura, per chi si è trovata a vivere la povertà, le difficoltà della strada o ad essere allontanata dai suoi genitori. “No, i cannot forget from where is that i come from” cantava John Cougar Mellencamp. E anche in questa small town nel cuore della Campania, a oltre 10mila km da casa, Reshanda Gray non si dimentica da dove viene e cosa ha dovuto passare. Ed è forse questa la sua forza più grande.

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di Mario Castelli