Ogni giorno un lungo si sveglia. Controlla i lividi dell’ultima partita, mette in moto la macchina, va ad allenamento. Non importa la categoria, che sia Eurolega, promo, C1: sa perfettamente che anche stasera, come tutte le sere, dovrà correre molto di più di tutti gli altri. Dev’essere sotto canestro per il rimbalzo difensivo, sprintare di là perché la prima opzione della transizione è la palla dentro (o almeno, dicono tutti così), riprendere mestamente fiato quando vede che non c’è, ma solo per un attimo. I secondi passano, lo schema è già rotto, il tuo playmaker potrebbe giocare 1vs1 ma ti vuole male, e chiama il blocco. E non servono le sponde, perché sul tabellone in alto c’è scritto “3”, “2” in rosso quindi tira lui, per forza. E devi andare al rimbalzo d’attacco. E devi essere il primo a coprire l’area in difesa.

Io non so se c’è qualche lungo delle minors che si sente preso in causa da quanto scritto, volevo solo far notare umilmente che la pallacanestro non dev’essere per forza così. I giocatori con 2/3 movimenti in post-basso ci sono ancora, anche se in estinzione. I “4” e i “5” possono coesistere, e collaborare fra di loro. Un mondo ignoto oltre i pick & roll esiste. DeMarcus Cousins non sta facendo proprio malissimo con i suoi Kings, e da qualche anno a Memphis ce ne sono un paio che non ‘rollano’ dai tempi dell’Albero Azzurro. Ma che dominano sotto le pance.

red

Zach Randolph è un altro di quelli che a Sassari durerebbe il tempo di un mattino, anche perché Meo Sacchetti non vuole concorrenza e con lui finirebbe col perdere i tagliafuori per le cene a buffet di squadra. Classe ’81, senza collo, il mancino da Marion si fa cestisticamente apprezzare già all’High School, arrivando al secondo posto nello speciale concorso “Indiana Mr. Basketball” subito dietro a un altro futuro NBA player come Jared Jeffries. Nel 2000/01 inizia e finisce la sua carriera universitaria con la maglia di Michigan State: con Charlie Bell e Jason Richardson gli Spartans tornano in carrozza alla Final4, ma non riusciranno a confermarsi campioni in carica perdendo male, in semifinale, contro Arizona. Per Z-Bo, con i libri siamo a posto così: dopo l’anno da freshman chiuso a 11 di media, viene scelto con la n.19 da quello che, ai tempi, era considerato lo zoo sportivo più pericoloso d’America.

I Portland Trail Blazers stanno vivendo un momento particolare della loro esistenza. Gli storici del gioco definiscono il periodo fra il 2000 e il 2005 come quello dei Jail Blazers, perché su 5 anni il numero di coloro che non ha visto un tribunale si contava sulle dita di una mano monca. Ecco allora Qyntel Woods che inscena e organizza dogfights (combattimenti per cani), Wells, Kemp e Stoudamire coinvolti in traffici illeciti, Ruben Patterson che abusa della moglie e della tata del figlio, Rasheed Wallace. Zach Randolph che bussa in allenamento Ruben Patterson, tutti che vogliono bussare dopo allenamento Zach Randolph. Le donne di Portland che quando vedono un Blazer non chiedono autografi, ma consegnano il portafoglio e scappano col culo al muro. Così, mentre il povero e piccolo Sabonis fa le valigie scioccato e deluso da tutto questo, il nostro ciccione comincia a farsi spazio (non era difficile) nel mondo dei Pro.

Io dico, ma perchè??

Io dico, ma perchè??

Nel 2004 Z-Bo vince il premio come MIP (Most Improved Player, giocatore più migliorato dell’anno), rifirma con i Trail Blazers per altre 6 stagioni a 84 milioni, chiude il 2006-07 con 23.6 e 10 rimbalzi di media. Ma non convince, o meglio. La dirigenza cerca di buttarlo dentro a una qualsiasi trade, nella speranza di ricostruire da cima a fondo uno spogliatoio dove, come ad Alcatraz, c’era solo da metterli tutti dietro la porta e gettare la chiave. Randolph sbarcherà nella Grande Mela l’anno successivo, finendo spesso e volentieri sui poster dei tifosi dei Knicks, usato come bersaglio per le freccette.

New+York+Knicks+v+Denver+Nuggets+CwF6AdWJFSal

Cambia costa qualche mese dopo, L.A. sponda Clippers, anche qui si fa ben volere tanto che l’highlight principale della sua stagione è un destro al mento di Louis Amundson, nella trionfale trasferta di Phoenix. “Pensavo che volesse baciarmi, ma io non l’ho colpito. Altrimenti non si sarebbe alzato da terra.” In tutto questo, ne aveva appena presi 140. Nel mio cinismo, mi sarebbe piaciuto ascoltare il commento di Sterling.

Parliamo sempre di uno da 20 di media, però, di 28 anni. Come fai a scambiarlo alla pari con Quentin Richardson? Questa è l’NBA: se c’hai un’etichetta addosso non te la cavi neanche con un solvente, finché non trovi una buon’anima che ti possa dare una seconda possibilità. Alle superiori funziona uguale, se ci pensate.

Il Tennessee è famoso per la musica country (basti pensare a ‘Nashville’, se qualcuno l’ha visto). Memphis è conosciuta perché ci era nato Elvis e morto Jeff Buckley, non per altri motivi. Da quando si erano spostati da Vancouver, i Grizzlies non se li stava pisciando nessuno: penosi ai tempi di Pau Gasol, per acquisire una certa credibilità cestistica sono dovuti arrivare il fratello Marc, Randolph e Rudy Gay. Ora sono una presenza fissa ai play-off, con un paio di grandi gioie da ricordare: la finale di conference di un anno e mezzo fa, l’upset clamoroso sugli Spurs nel 2011. Clamoroso. Perché sei uno stramaledetto ciccione mancino, siamo nel 4° quarto. Non puoi tirare fuori quello che hai fatto.

Zach Randolph non salta la gazzetta bagnata, ma sa esattamente dove andrà a finire la palla. Usa la destra solo per impugnare il coltello, e per cambiare la marcia della sua macchina. Gioca sotto, e gli unici ‘roll’ che ha fatto in carriera sono stati con erba, filtro e cartine. Non vi piace come gioca Memphis? Per il momento, 6-1.

Tu però, caro il mio lungo, non preoccuparti.

Continua a correre.