“Ciao Pippo (nome di fantasia), ti va di fare il torneo con me?”. “No guarda Paglia, mi piacerebbe ma ho paura di farmi male”. Rimango sempre basito di fronte a queste risposte, pur essendoci ormai abituato. Non ho mai capito davvero perché un giocatore di basket, professionista ma anche no, dovrebbe rifiutare un torneo ma anche una semplice partitella al campetto dietro casa adducendo una scusa del genere.

L’infortunio è sempre dietro l’angolo. Ce lo ricorda Andrew Bynum che si fracassa il ginocchio giocando a bowling o Vladimir Radmanovic che si mette fuori uso una spalla andando a fare snowboard nella pausa per l’All Star Game. Ma anche Steve Blake che si conficca un chiodo sulla pianta del piede sinistro attraversando sulle strisce di una strada di Los Angeles. Ci vuole un culo grande come quello di Odom per passarla sempre liscia.

Se però davvero tutti la pensassero così, luoghi di culto (cestisticamente parlando) come Rucker Park a New York o, restando dalle nostre parti, i Giardini Margherita a Bologna non sarebbero mai diventati tali.

“Se sei nella Nba e non sei mai stato al Rucker, non sei un vero giocatore”, dicono ad Harlem. Rucker Park è il tempio dei playground newyorchesi e ogni estate vi si gioca il torneo che rappresenta la Sacro Graal del basket di strada: l’EBC. Nato nel 1982 in un altro playground di Harlem, Garvey Park, si sposta tre anni dopo al Rucker, sul campo dove negli anni precedenti si sfidavano Doctor J. e Lewis Alcindor prima della conversione. Da questo paio di nomi avrete capito che al Rucker non c’è paura di infortunarsi. C’è voglia di dimostrare di essere il più forte. Negli anni sono passati di lì, tra gli altri, Allen Iverson, Kobe Bryant, Kevin Garnett, Ray Allen, Vince Carter, Kyrie Irving, Baron Davis, Stephon Marbury, Lance Stephenson, Kevin Durant e anche quest’anno (il torneo è in corso di svolgimento) in campo c’è gente del calibro di Kemba Walker. Qui si è consolidato il mito di Earl “The Goat” Manigault, “il più forte giocatore di tutti i tempi”, parola di Jabbar, di Rafer “Skip To My Lou” Alston, che in Nba riuscì a far vedere nemmeno la metà dei numeri che mostrava d’estate sui playground newyochesi, del galeotto redento Rick “Pee Wee” Kirkland. Paura di infortunarsi? Chiedete a KD:

 

Un filo rosso collega New York con Bologna, dove un anno prima dell’EBC nasceva il torneo dei Giardini Margherita. Anche qui, come ad Harlem, i big vengono a confrontarsi ogni anno con leggende dei campetti e giocatori delle minors. Ai Gardens, come li chiamo i bolognesi, la leggenda narra che Micheal Ray “Sugar” Richardson trascinò sui bordi del campo oltre 5.000 spettatori. Mike Brown, solo omonimo dello zimbello del basket americano, venne ai Giardini durante la sua militanza nella Nba ponendo le basi per il suo sbarco, qualche anno più tardi, in Fortitudo. Ma ricordiamo anche Alessandro Abbio, Davide Bonora, Nino Pellacani (che pretese nel suo contratto da professionista una clausola che gli permetteva di giocare il playground), Claudio Pilutti, Dan Gay (che nella sua infinita passione per la palla a spicchi a 50 anni suonati ancora si diverte in Promozione), Andrea Niccolai, Mario Boni (che partecipò durante la squalifica per doping) e Stefano Mancinelli. Anche quest’anno, migliaia di persone nelle settimane del torneo sono accorse a dare un’occhiata ai match, farsi una birra e guardare del buon basket. Guardate qua:

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Sono i due esempi più eclatanti, è vero, ma il romanticismo del campetto, dove può capitare che il tizio con la canotta imbrattata di olio batta il professionista di turno, è contagioso. Chiedetelo a Daniel Hackett, che quando gli chiesero chi fosse il suo cestista preferito rispose “Polveroni. Se non sapete chi è, lo trovate durante i pomeriggi di estate al famoso campetto del Cristo Re a Pesaro. Talento da vendere”. Chiedetelo a Luca Vitali, che lo scorso anno si è visto sfuggire la finale del Summer Basket di Montegranaro nella finale contro una banda di ragazzi di serie B e C.

Perdersi questi spettacoli per paura di farsi male? Provate con gli scacchi, dai.