Tayshaun Prince, Rajon Rondo, John Wall, DeMarcus Cousins, Eric Bledsoe, Anthony Davis, Devin Booker, Nerlens Noel.
Questi sono solo alcuni dei nomi di ragazzi che dalla prestigiosissima Kentucky University di Lexington hanno compiuto con successo il grande salto, quello verso l’NBA. Anche (e soprattutto) quest’anno, il programma guidato da John Calipari sfornerà talenti che andranno poi a fare le fortune delle franchigie NBA, ed uno di essi porta il nome di Malik Monk.
Anche per i meno appassionati di College, questo nome non suona di certo nuovo. Monk era tra i più quotati prospetti già ai tempi della Bentonville High School nell’Arkansas, e dagli addetti era considerato come il futuro della pallacanestro a stelle e strisce. Ma lo ricorderete sicuramente di più per i vari mixtape che sono iniziati a circolare sull’infinito ed incantevole mondo dell’internet di questo ragazzino filiforme che con il suo ball handling, le sue virate e le sue schiacciate, violentava i ferri delle high school dello stato centro-occidentale americano.

Malik nasce a Lepanto (niente ottomani né alleati, siamo negli Stati Uniti) il 4 febbraio 1998. Quasi 2000 anime compongono la sconosciuta cittadina arkansiana, fatta di larghe e deserte strade costruite in mezzo a campi incoltivati e poco altro.
Un’immagine abbastanza triste, priva di panorami entusiasmanti e viste mozzafiato.
Un’immagine che Monk si tatua sul petto a 18 anni, l’età che mamma Jacaynlene aveva posto come termine minimo per inchiostrarsi la pelle. Il primo tatuaggio glielo paga interamente, come gli aveva promesso, suo fratello Marcus, prima fratello maggiore poi angelo custode di Malik sia nella vita che nella sua crescita cestistica. Per lui è sempre stato un punto di riferimento: dall’infanzia, quando già adolescente Marcus lo portava con sé al playground di The Woodz.
Un campo in mezzo ad un parco, retine penzolanti e tabelloni senza qualche pezzo, che se per caso qualcuno avesse stoppato un avversario si sarebbe dovuto fare uno slalom tra querce secolari per andare a riprendere il pallone. Dall’età di 11 anni lo ha sempre sottoposto ad allenamenti personalizzati, e la routine non cambia di certo oggi, nella fase più importante della sua giovane vita.

Malik è devoto a Marcus, e lui ha il dovere morale di continuare a crescere suo fratello minore.
Sudore che cade sul parquet ogni dannato giorno a qualsiasi ora, anche di tarda sera.
Non c’è orario che tenga per la strada verso il successo.

Già dai 14 si riusciva ad intravedere tutto il talento che il corpo di Malik Monk possedeva, e lo metteva in mostra sul cemento del playground di Lepanto. Ma oltre quello non riusciva ad arrivare.
Il motivo? Semplice: Lepanto, a livello di visibilità, era quasi pari a 0.
Bruciare le retine della piccola palestra della high school di East Poinsett County non bastava più. Jacaynlene, con grande cuore, prese allora la decisione più difficile della sua vita: era giunto il momento, per il bene di Malik e per il suo, di lasciare Lepanto e trasferirsi a Bentonville, nel Nord Arkansas. Lì ci sarebbero state più opportunità lavorative per lei e soprattutto per Malik, che avrebbe potuto far leva su una maggior preparazione nella high school sia a livello educativo che, soprattutto, a livello cestistico.
Ma a Lepanto avrebbero lasciato tanti parenti e soprattutto quell’ambiente familiare, dove tutti conoscevano tutti e si viveva in tranquillità, che ormai era la quotidianità.
Gli allenamenti con Marcus, il percorso a Bentonville, il debordante talento in quel fisico esile da 194 cm…
Ed ora?

Mamma Jacaynlene, un giovane Malik e suo fratello Marcus

Ora Malik Monk è uno dei tanti freshmen arrivati lo scorso autunno al college e già pronti per fare il grande salto verso l’NBA al prossimo Draft. Dopo aver preferito Kentucky ad Arkansas, scatenando l’ira e le polemiche dei tifosi del college “di casa” del ragazzo da Lepanto, la giovanissima carriera di Monk si prepara a prendere il volo in questo finale di stagione collegiale, sempre più vicini al torneo NCAA.
Insieme a De’Aaron Fox e Bam Adebayo (altri 2 prospetti da lottery per il Draft ’17) è la colonna portante della squadra di Calipari, che l’ha voluto a tutti i costi per farlo diventare il perno del suo attacco. E quando la palla non arriva nelle sue mani, diciamo che non la prende poi così bene: “Durante una partita, ci siamo trovati in un momento in cui Malik non ha toccato il pallone per 6 minuti consecutivi. Tutta colpa mia. Così ho costruito un paio di schemi dove la palla deve per forza andare nelle sue mani”.
E nella sfida del 17 dicembre tra Kentucky e North Carolina, uno dei più grandi classici del College Basketball, Monk ha riscritto la storia del suo ateneo e di tutta l’NCAA. Come? Segnando 47 punti, con 2 triple decisive nell’ultimo minuto e mezzo, compresa quella del vantaggio a 30’’ dalla sirena e la difesa decisiva sull’ultima preghiera di UNC. Nuovo record per un freshman ed ingresso nell’élite degli Wildcats fatta di soli 5 giocatori ad aver raggiunto tale cifra: Jodie Meeks, Dan Issel, Cliff Hagan, Bob Burrow e… Malik Monk.

Nell’azione finale gli urlavo ‘Attacca il canestro, vai a prenderti un fallo!’. Poi ha fatto partire la tripla e… Beh, gli ho detto ‘Bel tiro ragazzo, questo è segnare!’. Era semplicemente in the zone”.
Disobbedire ad un coach come Calipari e fare di testa propria, sintomo di un ragazzo dotato di spiccata personalità già a 19 anni: cosa che certamente ha pro e contro, ma per un giocatore così…

Offensivamente è, al pari (forse) di Markelle Fultz, il giocatore più dominante degli Stati Uniti collegiali. Un anno fa al momento del recruiting coach Cal aveva paragonato il suo atletismo a quello di Derrick Rose, e con quello che ci ha fatto vedere possiamo soltanto confermare le sue impressioni iniziali.

Due propulsori al posto delle gambe gli permettono di galleggiare in aria e schiacciare con violenza anche a difesa schierata.

Ma qual è il suo forte?
Da come avrete già visto per tutto l’internet, il tiro.
Piazzato o in transizione, dal palleggio o in stepback, da 8 metri… Monk non fa differenze. Tre parole: pick your poison.

L’esecuzione di tiro è semplicemente perfetta. Meccanica impeccabile, a cui si aggiunge un’elevazione che gli permette di rilasciare la palla ad altezze impensabili da raggiungere per un difensore. E gli basta una finta per far saltare mezza squadra avversaria…

Soffermiamoci un istante su quello che fa PRIMA di ricevere il pallone. L’arte del gioco sui blocchi è una dote che non tutte le guardie hanno, ed è una delle caratteristiche che contraddistinguono un buon tiratore da uno specialista del mestiere.
I movimenti e le scelte di Monk tra i blocchi dei suoi compagni sono sopraffini: quello che salta all’occhio è la velocità che mette nel cambio di direzione e l’abilità di disorientare sempre e comunque il diretto avversario, che non sa più dove girarsi per ritrovare il contatto visivo.
Il tutto, sempre con un tempismo che rasenta la perfezione.

Nel primo caso fa letteralmente andare fuori di testa il suo difensore, ma Briscoe vanifica il tutto non servendolo sull’uscita dal blocco. Poi vediamo come è in grado di usare un semplice blocco verticale per prendere un vantaggio per un tiro da 3 ed una delle cose in cui eccelle, ossia andare ad occupare le posizioni lasciate dai compagni che tagliano, mettendosi in visione: passaggio scolastico e tiro pulito. 

Il 41.2% da 3 punti, dato buono ma assolutamente migliorabile, rispecchia la precisione di Monk dal perimetro. È anche uno dei migliori in tutta l’NCAA per punti per possesso (1.12), con spiccate preferenze per uno spot-up shot o un jumper dal palleggio. Ecco, parlando di jumper… Il catch-and-shoot è senza dubbio il metodo migliore per far muovere la retina per il buon Malik: il 40.8% dei suoi tiri in sospensione arrivano direttamente da assist di un compagno. E, udite udite, i punti per possesso quando è marcato stretto sono DI PIÙ (1.51 con il 51.2% di realizzazione) rispetto a quelli in cui ha diversi metri di spazio davanti a sé (1.11 ed il 38.5%).

Insomma, una vera e propria macchina da canestri, che fino ad ora non ha trovato nessun difensore che potesse metterlo minimamente in difficoltà. Nelle 24 partite disputate ad oggi, infatti, non è mai andato in single digit per punti realizzati, e soltanto due volte ha terminato una gara con nemmeno un canestro da 3 punti: contro Mississippi State e… Arkansas.
Un caso?
Forse.
Ma sicuramente la scelta del ragazzo da Lepanto di snobbare il college locale per dirigersi a Lexington si è rivelata quella giusta.

Il suo tiro pesante è un’arma fondamentale (il 49.7% dei suoi tiri totali in una partita valgono 3 punti, quasi la metà), ma limitare Monk con la sola etichetta di guardia tiratrice sarebbe però totalmente sbagliato. Il 5 di Kentucky infatti ha un arsenale offensivo davvero esteso, e grazie all’agilità ed alla verticalità di cui dispone può mandare in crisi la difesa avversaria in più modi oltre al tiro, specialmente con la penetrazione (più frequenti quelle sul lato sinistro del campo rispetto a quelle sul lato destro) ed il contropiede, molto bravo a scappare nelle corsie laterali del campo e dare linee di passaggio per la transizione primaria. Poi le gambe fanno il resto.

Ha un primo passo fulminante, con cui riesce a prendere un cospicuo vantaggio sull’avversario. Fa ottimo uso di finte di tiro per sbarazzarsi del difensore, e grazie ad un ottimo equilibrio del corpo quando attacca il canestro con decisione arriva spesso fino al ferro con semplicità.

Diciannove anni e talento debordante, dicevamo. Ma anche Monk, come i più grandi giocatori di sempre, ha i suoi difetti da correggere. Al primo posto c’è quello che non è un difetto ma più una tendenza: quella di “accontentarsi” del tiro da lontano e prendere pessime decisioni in attacco quando, con i suoi mezzi atletici, potrebbe aprire in due la difesa ed andare per una conclusione a distanza ravvicinata dal ferro. È una cosa su cui Calipari insiste molto dall’inizio della stagione, e che spesso non trova riscontri dal nativo di Lepanto.

Il tiro è croce e delizia di Monk. Se è vero che quando va in ritmo diventa un rebus irrisolvibile anche alle menti più brillanti, è altrettanto vero che fa troppo affidamento sulle sue doti di shooter, a discapito di quelle penetrazioni (rare) che tanto elogiavamo poco più su. Ciò comporta scelte di tiro molto discutibili, che non fanno né il suo bene né quello dei suoi compagni.

Capitolo difesa.
Come spesso capita, la parte difensiva del gioco è un vero e proprio tabù per un giocatore dalle doti offensive comuni a pochi. Ed anche nel caso dell’arnaksiano si può dire altrettanto.
Monk non è uno di quei giocatori completamente nulli in difesa, perché grazie al suo fisico, la sua esplosività e le lunghe leve riesce ad intercettare passaggi da una parte all’altra del campo, tenere qualche scivolamento o (più raramente) stoppare qualcuno, cosa che riesce a fare molto bene come ha dimostrato il 31 gennaio scorso contro Georgia, stoppando 3 conclusioni avversarie compresa quella che ha consegnato agli Wildcats la W sul calendario.

Non lo vediamo spesso lavorare in difesa a gambe piegate, ma quando succede si percepisce tutto il potenziale per diventare un perfetto 3&D in NBA già dai primi anni. È vero che le braccia lunghissime (195 cm di apertura alare e 253 cm di standing reach) lo aiutano molto…

Diciamo però che quanto visto sopra succede decisamente di rado.
Nella maggior parte dei casi, Monk in difesa è una lacuna continua. Sulla palla, lontano da essa, sul lato debole…  Errori su errori che se fatti al piano di sopra con la stessa costanza con cui vengono commessi sui parquet collegiali, farebbero ridurre notevolmente il suo minutaggio in campo.

Quando si trova contro avversari atleticamente validi fatica a tenere più di 2 palleggi, faticando molto anche ad assorbire i contatti sui blocchi. Andare a rimbalzo non è certamente tra le sue priorità (2.3 a partita, decisamente pochi), ma almeno un tagliafuori, caro Malik, ce lo farai mai vedere?

Il problema di fondo della parte difensiva del gioco di Malik Monk non è tanto la mancanza di nozioni difensive, ma l’incostanza e la scarsa concentrazione: con quel corpo e quelle doti atletiche potrebbe essere uno dei migliori difensori sul perimetro dell’intera nazione universitaria.
D’altronde, se fosse perfetto sia in attacco che in difesa, non sarebbe proiettato nei mock draft degli esperti americani tra la scelta numero 7 e la 9…
Ma oltre alle lacune difensive, nelle partite di Monk ci sono anche dei momenti in cui non riesce ad ingranare nemmeno in attacco. Non per tiri sbagliati, non per scelte scriteriate, ma per palle perse banali derivanti da pigrizia, superficialità o passaggi sbagliati.

Se non è nel fulcro del gioco per qualche azione consecutiva tende a prendere pessime decisioni in attacco, che spesso terminano o con un tiro affrettato (vedi video 5) o con un tentativo di passare tra 4 uomini che equivale ad una palla persa. Anche avventurarsi in passaggi al di fuori di quelli di routine può rivelarsi una cattiva idea.

Per quanto concerne il passaggio, però, non tutto è da buttare.
Quando è concentrato e si focalizza su ciò che sta succedendo in campo Monk è infatti un abile passatore, anche se il mero dato statistico (2.3 assistenze a partita) non parrebbe sostenere questa tesi. La bravura del ragazzo sta tutta nel trovare il compagno libero al momento giusto, dopo essersi attirato su di sé le attenzioni della difesa, magari muovendola con una penetrazione o sul fondo o verso il centro. Viste le sue capacità di scorer, la difesa rivolge il proprio sguardo sempre sul ragazzo di Kentucky, a volte dimenticandosi del proprio diretto avversario, e per Monk servirlo e spianargli la strada verso il canestro è semplice dovere da buon compagno di squadra.

Se si limitasse a fare il passaggio giusto al momento giusto, dopo aver mosso la difesa nei tempi e modi giusti come vediamo qui, sarebbe tutto oro colato, e probabilmente guadagnerebbe anche qualcosa in più agli occhi degli scout NBA.

Un giocatore unico nel suo genere, che fa del letale mix tiro+atletismo la miscela vincente per risultare uno dei migliori attaccanti dell’intera NCAA.
Guardando alla storia recentissima del College Basketball mi stuzzica fare un paragone un po’ provocatorio, ma nemmeno tanto.
Il paragone voglio farlo con Buddy Hield, stella degli Oklahoma Sooners che non sono riusciti a raggiungere la finale “solo” a causa di Villanova, poi laureatasi campione. Due giocatori molto simili nel loro stile, nel talento e se vogliamo anche nel destino. Buddy più grosso fisicamente (96 kg contro i 91 di Monk), Malik più rapido e verticale. Hield che, però, solo all’età di 22 anni e nell’anno da senior è riuscito ad avere un impatto così forte sulla sua squadra, mentre Monk è solo al suo primo (e ultimo) anno al college: 5 anni di differenza tra i due.


Il tatuaggio della sua città sul petto continua ad esporlo fiero, perché come dice lui “Lepanto ti entra dentro”, e la passione per l’inchiostro sulla pelle la porta ancora più avanti, riempendosi quasi interamente il suo braccio sinistro. Tanto ora mamma Jacaynlene non può dirgli nulla, ha 19 anni…
Gli allenamenti con Marcus, i sacrifici, le Instagram stories dove si esibisce in performance canore abbastanza rivedibili (@ahmad_monk per chi volesse seguirlo).

Malik Monk è questo e molto, molto di più.
Per conoscerlo meglio non c’è altro da fare se non attendere: quindi…
Stay tuned.

 

 

articolo di Eugenio Agostinelli

grafico di Fabio Fantoni