“Che coss’è l’amor?” , canta Vinicio Capossela. Ce lo spiegano i bimbi di 5/6 anni con il fiorellino in mano, i vecchi di 70/80, che festeggiano le nozze d’oro. Sono innamorati mariti e mogli conosciuti a scuola ai tempi di Leopardi, o delle derivate. L’amore è “un sasso nella scarpa”, notti bianche, litigi, tradimenti, lui che è perso di lei che non ci starà mai. L’amore è la Signora Sterling, che continua a presentarsi alle partite dei Clippers. Viste le corna, forse avrebbe fatto meglio a prendere i Bucks.

 

Quelli della mia età di anni ne hanno 25, e sull’argomento sono sempre un po’ combattuti. C’è chi vive delle scorie dell’adolescenza, c’è chi di storie d’amore ne ha avute, e le ha scartate tutte. Ce ne sono tantissimi che pensano che non esista, ma io ci credo, ci credo davvero. La Domenica di campionato ne è un puro esempio, quando i miei amici parcheggiano la fidanzata in tribuna prima di entrare in campo. Solitamente, funziona così.

 

Dopo aver spiegato in modo più o meno accurato cos’è il basket, bisogna far capire alla morosa che si gioca una volta alla settimana. Se le piace, è fatta. Mettiamo che non le piaccia. Il giocatore prova a convincerla: può “fare amicizia” con le altre ragazze, magari dopo si resta a mangiare fuori una pizza, piuttosto che un Crispy McBacon. Passa una mezz’oretta, lei accetta perché in fondo due, tre ragazzi da guardare non fanno mai schifo. In cambio, c’è quella stupenda conferenza sul cinema muto giovedì sera. Nonché, proprio sabato, la bellissima festa del suo migliore amico.

Riuscito in un’impresa titanica, a questo punto la pressione ricade sul giocatore, che deve cercare di dare il meglio di sé. Cerca di farsi bello sin dalla ruota, tirando da 10 metri o facendo un clamoroso terzo tempo, dove sfiora addirittura la parte inferiore del ferro. Lei è lì, dolce, innamorata ma totalmente riluttante a qualsiasi contesto cestistico. Non gliene frega un cazzo, insomma: dopo aver sfogliato “Elle” o “Donna Moderna”, finalmente saluta qualche faccia nota, mentre viene disturbata da qualche fischio arbitrale o dal suono della sirena. Si forma il suo gruppettino e da qua in poi si trova a suo agio, nulla le è più facile di parlar di niente. Ogni tanto butta un occhio al match solo per vedere se lui sta giocando, se ci sono altri giocatori carini, oppure il punteggio in parità, se la risveglia il casino assordante degli altri tifosi. A volte può chiedere in giro situazioni tecniche, scoprendo stupita che l’arbitro non è un fan dei Village People, ma ha segnalato un’infrazione di passi.

 

Quasi sempre la partita finisce male e, quando si vince, lui ha comunque giocato la peggior gara della sua vita. Prova – invano – a buttarsi in doccia il prima possibile, cercando nell’acqua calda le scuse per una prestazione agghiacciante. Nel momento in cui esce dallo spogliatoio, la vede circondata da altre dieci, venti persone fra le altre fidanzate, qualche tifoso e parte della dirigenza, con cui ha socializzato durante il match. Non lo dirà mai, ma SI E’ DIVERTITA. “Andiamo a cena con loro, amò?” Certo, non c’è problema. Vorrebbe solamente mettersi una corda al collo e attaccarsi al lampadario, ma “va bene”. La pizzeria diventa l’equivalente del salone della parrucchiera per due ore abbondanti, mentre, dalla parte opposta del tavolo, ci sono gli altri, con la tipica faccia distrutta dei pendolari delle 6:30 del Lunedì.

 

Nel corso del tempo, lei mostrerà progressi abbacinanti sulla conoscenza del gioco: la palla arancione, la linea laterale, il cronometro dei 24’’. Superato lo shock della prima partita, lui si dovrà adeguare per forza: le partite della squadra diventano una tappa fissa. In realtà lei, essendo una donna, potrebbe tranquillamente trovarsi qualcosa di meglio da fare, in qualsiasi momento. Non è vero amore, questo? Non è stupendo?