illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Marco Pagliariccio

 

“Carlton più che un giocatore è stato un’emozione”

Valerio Bianchini alla partita d’addio di Carlton Myers, giocata nel 2011 a San Patrignano

 

Primavera 1995, non saprei ricordare giorno e mese, avevo poco più di 12 anni. Al palasport di Porto Sant’Elpidio faceva tappa un tour promozionale Nike con ospite speciale Bob Morse e le squadre giovanili del circondario erano tutte invitate all’evento, durante il quale l’ex stella di Varese avrebbe fatto un clinic incentrato sulla meccanica di tiro. All’epoca non sapevo chi fosse Bob Morse (mio padre sì, eccome), per cui andare a quel clinic mi sembrava qualcosa che non riuscivo benissimo ad afferrare. Al palas però c’erano anche esposte le nuove uscite brandizzate Nike e una valanga di gadget: adesivi, cappellini, poster dei campioni NBA.

Uno di questi però colpì la mia attenzione. Aveva una forma strana per essere un poster, essendo alto al massimo mezzo metro ma largo forse il triplo. Era di un arancione che sfumava dal chiaro verso lo scuro e al centro c’era una foto di un giovane fenomeno che era diventato l’idolo di noi ragazzini: Carlton Myers.

In realtà scoprii che non era un vero e proprio poster, ma un gioco: sfidare se stessi a segnare almeno 87 punti in cinque partite, annotando negli spazi bianchi del poster le proprie prestazioni settimana dopo settimana. Perché proprio 87 punti? Domanda retorica di quei tempi: erano quelli che Carlton aveva rifilato a Udine qualche mese prima, sbriciolando il record italiano di punti in una singola partita.

Lo appesi in camera e “mi” sfidai. Ero uno dei giocatori migliori della squadretta del mio paese, per cui pensai “ok, ce la faccio”. Niente, mi fermai a 72. Forse avrei dovuto stare più attento agli insegnamenti di Morse che al poster. Ma chi se ne fregava di quel signorotto di cui aveva sentito parlare solo mio padre: io volevo essere Myers, tutti i miei compagni volevano essere Myers, quello che fa 87 punti in una partita.

 

PRE-GARA

Il caso Myers aveva tenuto banco nella sessione di mercato dell’estate 1994. Dopo due stagioni alla Scavolini Pesaro che definire abbacinanti è riduttivo, l’astro nascente del basket di casa nostra è costretto a ritornare in A2 nella sua Rimini, la città dove è cresciuto e che detiene il suo cartellino. Carlton, infatti, era sceso a Pesaro, città di origine della madre, nell’estate del 1992 con la formula della comproprietà biennale, uno dei costrutti contrattuali spazzati via dall’avvento dei parametri Nas nel nuovo millennio. La Vuelle non trova l’accordo economico per riscattare il cartellino di Myers e riprovare a dare l’assalto a quello scudetto sfuggito solo in finale contro la Virtus Bologna targata Buckler.

Ci rimettono tutti: Rimini, che tiene in una gabbia dorata il suo fenomeno, il quale aveva persino rifiutato un provino con i New York Knicks pur di continuare il suo percorso nel Vecchio Continente («Perché non sono andato in NBA? Alla fine della stagione 93/94 ricevetti un fax dei New York Knicks che mi invitavano ad un tryout. Non andai: anzi, non risposi proprio. Volevo stare a casa, concentrato su quello che stavo facendo. Non mi interessava proprio», svelò anni dopo); Pesaro, che lo sostituisce con un Antonello Riva che sta imboccando il lungo viale del tramonto della sua incredibile carriera; Myers, relegato in esilio lontano dal basket che conta per davvero.

Foto carltonmyers.it

Ad ogni modo, col ritorno di Carlton ad affiancare quella “generazione di fenomeni” che aveva portato lo scudetto juniores in riva all’Adriatico qualche anno prima (oltre a Carlton, Massimo Ruggeri, Franco Ferroni, Max Romboli e Renzo Semprini) e un rampante play americano con un futuro in NBA come Emanual Davis, la Teamsystem Rimini sembra la grande favorita per il salto in A1. D’altronde è probabilmente l’unica squadra della storia che, pur militando in A2, ha due giocatori della Nazionale a roster (oltre a Myers, c’è anche Ruggeri, reduce dall’argento ai Goodwill Games di San Pietroburgo superando in semifinale gli USA dei giovanissimi Tim Duncan e Damon Stoudemire).

I romagnoli partono al ralenti inanellando tre sconfitte nelle prime sei partite. La pressione che li circonda è così spasmodica che gli stop che arrivano strada facendo, anche se siamo a inizio stagione, fanno storcere più di qualche naso. Myers, da parte sua, è semplicemente “troppa roba” per la pur ottima A2 di metà anni Novanta. Nelle prime 10 giornate ha già scollinato quattro volte oltre quota 40, tra la 7° e l’11° giornata vola a 38,6 punti a partita, 5,8 rimbalzi, 3,6 assist per una fantascientifico 40,4 di valutazione. Un atletismo da NBA unito a un talento con pochi eguali: un giocatore venuto dal futuro per il basket europeo, figuriamoci per la seconda lega italiana.

Rimini ingrana la marcia nel mese di novembre infilando sei vittorie consecutive e sale nei piani alti della classifica, issandosi per la prima volta in testa alla 14° giornata, quando la caduta di Caserta permette l’aggancio alla Teamsystem, corsara a Pavia. La classifica resta però cortissima, anche se Rimini dà una grande prova di forza vincendo il derby contro Forlì con un Myers alla quarta consecutiva oltre i 30 punti ma seduto in panca nel finale a guardare Ruggeri prendersi la scena con i canestri decisivi.

Ordinaria amministrazione in una annata che è ancora lontana dall’esprimere i verdetti che contano per davvero.

 

PALLA A DUE

Il 26 gennaio 1995, quando al Flaminio arriva la Libertas Udine, pare insomma una domenica come tante altre. I friuliani giacciono sconsolati in penultima posizione in classifica, anche se nel match di andata avevano tirato un brutto scherzo alla Teamsystem battendola al Carnera per 79-73. Era stato quello splendido cigno che rispondeva al nome di Francesco Orsini a infilzare una Rimini ancora da plasmare, ma la sfortuna si era accanita sui bianconeri togliendo di mezzo nel giro di una settimana prima Orsini stesso (che in quell’infortunio al ginocchio troverà l’inizio della fine di una carriera che sembrava destinata a splendere), poi lo spilungone centrafricano Richard Bella. A inizio gennaio anche Giovanni Setti finisce ai box e nonostante gli innesti dell’esterno Nenad Trunic nello spot di unico straniero e del veterano Lauro Bon ad allungare le rotazioni la stagione sembra volgere al brutto. E non solo sul campo. «Eravamo in piena smobilitazione, con il presidente che era sparito e tutte le difficoltà del caso – ricorda il “cecchino” Leonardo Sonaglia, che di quella squadra era il capitano e che oggi, dopo un decennio sulla panchina della Vigor Matelica tra Serie C e D, non è raro trovare a commentare qualche partita della “sua” Fabriano – avevamo gravi problemi soprattutto nel reparto lunghi, con i soli Bonamico e Cipolat e adattato a giocare anche da 4».

Chiaro quindi che i favori del pronostico, nonostante a Rimini manchi l’influenzato Ruggeri, siano tutti per la squadra di coach Mauro Di Vincenzo, che ha bisogno dei due punti per tenere il passo in vetta alla classifica.

Alla palla a due i quintetti riservano poche sorprese: La Teamsystem si schiera con Davis in cabina di regia, Ferroni a riempire lo spot di ala piccola al fianco di Myers, quindi Semprini ad affiancare nel pitturato il contestato Damiano Brigo (sostituito dopo appena 30” da capitan “Bob” Terenzi), mentre la Libertas replica con Trunic, Sonaglia, l’artista (oggi è critico d’arte) Leonardo Conti, un Marco Bonamico ormai a fine corsa e il solido Roberto Cipolat.

Cipolat che con Myers condividerà una ventina d’anni dopo il via dell’esperienza della HSC Roma. Ma questa è un’altra storia…

I primissimi minuti di gara (trovate il video completo qui) non sembrano proprio suggerire la serata storica che verrà Il primo tentativo di Myers è un’avventurosa penetrazione sul fondo di mano destra cercando gli effetti speciali che però si spegne senza trovare nemmeno il ferro, mentre sul fronte opposto cinque punti in fila di Cipolat scrivono il sorprendente 0-5 con il quale Udine apre le danze.

Ci mette poco, però, il numero 10 riminese a scaldare la mano: Conti gli lascia due metri ed ecco la prima bomba, poi arriva la seconda tirando da 7 metri e mezzo dietro al blocco di Semprini, quindi la terza aprendosi in angolo in faccia a un Conti nuovamente in ritardo, infine la quarta con uno step back da posizione centrale. 3, 6, 9, 12 in rapida successione e la Teamsystem in pochi minuti ha già preso possesso della gara sul 16-11.

Dopo la sfuriata iniziale, Carlton sembra eclissarsi dalla partita, lasciando fare i suoi compagni. Smazza un paio di assist (uno al bacio in transizione senza guardare per il rimorchio di Terenzi), finta qualche iniziativa ma per lo più ciondola stancamente per il campo.

Una pantera che aspetta il momento propizio per affondare gli artigli nella carne di una preda dal destino già segnato.

La prima avvisaglia del fatto che possa essere una partita diversa dalle altre arriva verso la metà del primo tempo, quando Myers riceve un ribaltamento di lato all’apparenza innocuo da Terenzi, abbrancando il pallone a 10 metri da canestro. Trunic gli concede due metri, temendo più il tritolo delle sue gambe che l’effettiva pericolosità di un jumper da quella distanza. Myers non mette nemmeno la palla a terra, esita un attimo, si alza in una frazione di secondo e scocca la tripla: il rumore è solo quello del cotone che vibra nell’aria rarefatta del Flaminio.

I punti diventano 15 e Carlton ha colpito finora solo dall’arco, non proprio la specialità della casa del Myers di inizio carriera. Il linguaggio del corpo è di colui che ha messo a malapena la seconda marcia mentre i suoi compagni costruiscono un vantaggio che lievita velocemente oltre i 20 punti. Oltre i 20 punti sale anche la guardia riminese, che ingrossa il bottino iniziando a collezionare falli (in mezzo c’è pure il doppio tecnico con conseguente espulsione del coach dei friulani Giulio Melilla) e giri in lunetta. Curiosamente, Myers segna il suo primo canestro da due quando siamo già in vista della fine del primo tempo: penetrazione mancina, Conti è battuto netto, arriva in ritardo l’aiuto di Cipolat, arresto e tiro dai 3 metri restando in aria un’eternità e appoggiandosi alla tabella con fallo dello stesso Conti. Con il libero segnato i punti sono 28 e di minuti ne sono passati poco più di 15. «Stasera ci sono tutte le possibilità affinché Myers arrivi a quota 50», azzarda il cronista di Vga Telerimini che commenta la gara in diretta.

La prudenza non è mai troppa.

Sprofondata ormai a -30, Udine cerca di rifugiarsi in una improvvisata zona 2-3 che possa mettere almeno qualche granello di sabbia negli ingranaggi riminesi, ma non ce n’è. I bianconeri riescono solo a collezionare falli nel vano tentativo di arginare Myers, che specie quando prende velocità in campo aperto o anche solo dopo un paio di palleggi di penetrazione è semplicemente micidiale. Con un appoggio da sotto a punire l’amnesia della difesa udinese sulla rimessa arriva il 32° punto e d’un tratto Rimini, con un paio di minuti ancora da giocare prima dell’intervallo lungo, inizia addirittura a pressare a tutto campo. «Probabilmente i biancorossi hanno in testa qualcosa: o un risultato record nel punteggio oppure riuscire a far realizzare a Carlton punti intorno ai 50-60», insinua il sospettoso telecronista del quale non è saltato fuori il nome. «Di questo passo Rimini può segnare 140 punti e Carlton battere il record di quest’anno di Booth, che ne ha fatti 56. È tutto pronto per fare qualcosa di simile, anche se bisogna vedere se nel secondo tempo, avanti di quasi 40 punti, i riminesi riusciranno a mantenere questa concentrazione. Saranno bravi se riusciranno a farlo, perché molti probabilmente al loro posto avrebbero la testa già sotto la doccia», fa eco la spalla tecnica Alessandro Ceccoli.

«Noi, senza lunghi veri sotto canestro, facevamo fatica a tenere a bada un giocatore con il fisico e l’esplosività di Myers– inquadra la situazione Sonaglia – ma credo che al record lui abbia iniziato a pensare solo a fine primo tempo, quando in pochi minuti è schizzato da una ventina a 36 punti». Già perché all’intervallo il tabellone luminoso del Flaminio dice 73-38 in favore della Teamsystem, con un Myers, per l’appunto, salito poco prima della sirena a quota 36 (con 5/6 da 2, 5/10 da 3 e 11/11 dalla lunetta) con un paio di quei palleggio-arresto-tiro dalla media che oggi ricordiamo come un’icona del nostro basket degli anni Novanta.

Foto carltonmyers.it

 

DI CORSA VERSO LA STORIA

L’incognita sulla caccia ai record di Rimini e Myers è principalmente quella della tenuta mentale, in particolar modo di una squadra come la Teamsystem che più volte durante la stagione ha dimostrato di riuscire ad accendere e spegnere con la stessa repentinità: tanto abile a mostrare la faccia cattiva se stimolata da sfide intriganti, quanto capace di down inspiegabili. E poi ci sono sempre gli avversari, per quanto in comprensibile difficoltà. «All’intervallo abbiamo iniziato a pensare non dico a passargliela sempre, ma almeno con una certa continuità visto che aveva fatto quanto, 20-25 punti? – ricorda con un’approssimazione per difetto Roberto Terenzi, che di quella Teamsystem era il capitano e la chioccia e che oggi, quando non agguanta qualche pusher, gestisce la sua edicola a Pesaro – quando a metà partita abbiamo visto la situazione allora abbiamo iniziato a credere che poteva essere una giornata storica. Ma voglio sottolineare una cosa: Udine ha fatto il possibile per non entrare dalla parte sbagliata della storia».

I friulani presero la cosa come un punto d’onore. «Cipolat di quel giorno poi mi raccontò cosa si dissero in spogliatoio all’intervallo – svela Myers – in praticaBonamico, che in campo non era certo tenero e che era furibondo perché riteneva inaccettabile che mi avessero concesso oltre 30 punti nel primo tempo, fece promettere a tutti i compagni che avrebbero fatto di tutto per non farmi ripetere nel secondo. Cipolat ride ancora a parlarne: “Invece di fermarti ce ne hai fatti ancora di più”».

Foto carltonmyers.it

Ad ogni modo, la montagna, al rientro sul parquet, sembra ancora molto irta. Meglio andare per step. Il primo obiettivo per Carlton è migliorare sé stesso. Nella stagione precedente a quella del ritorno in A2, il fenomeno riminese era stato MVP del campionato di A1 e aveva fissato il suo career-high a quota 51: 2 aprile 1994, l’Acqua Lora Venezia-Scavolini Pesaro per 93-92. Bastano 16 punti: nel primo tempo li ha firmati in meno di 10’.

Il Flaminio, in realtà, non sembra curarsi molto della cosa. Un silenzio distratto accoglie il gioco da 3 punti col quale Carlton dà il benvenuto nella seconda metà di gara e solo qualche applauso in più arriva quando il solito palleggio-arresto-tiro dai 4 metri vale quota 41 con ancora 17’ abbondanti da giocare. Il primo errore dalla lunetta dopo 13 cesti filati strappa un “oh” al palazzo, poi quando arriva il successivo 2/2 per i punti 43 e 44 l’odore di storia inizia a farsi sempre più forte e il tifo biancorosso si riaccende. Udine non vuole lasciare campo libero, ma per fermare Myers può solo mandarlo in lunetta a ripetizione. Con 48 punti sul tabellino (che sarebbe comunque season-high e quinta partita stagionale oltre quota 40) e ancora ben più di metà tempo da giocare, coach Di Vincenzo lo richiama in panchina. In condizioni normali, con un vantaggio che si tiene serenamente intorno ai 40 punti, la sua partita sarebbe finita.

Non stavolta. Il Flaminio non lo permette.

Dagli spalti parte prima da qualche tifoso isolato, poi da tutto il palazzo il coro “Carlton, Carlton”. La curva, la città lo vuole in campo a furor di popolo. E Di Vincenzo acconsente. «Decidemmo verso i 10’ dalla fine di provare a dare l’assalto al record di punti– ricorda Carlton – è impensabile oggi e lo era allora pianificare una cosa del genere prima della palla a due. Ma visto che quel giorno stavo facendo molto canestro, a un certo punto, con il resto della squadra, ci siamo detti: proviamoci. La disponibilità dei miei compagni fu determinante per consentirmi di farcela».

Myers entra al posto di Ferroni e mette una marcia ancora più alta. Prima azione: difesa da mastino che costringe il suo avversario a un semigancio scagliato contro la parte laterale del tabellone, palla recuperata e coast to coast completato in cinque palleggi prima di venire steso dal fallo duro di Dimitri Agostini che scalda gli animi della platea. Messaggio ancora più chiaro: nessuno sconto sulla strada verso la leggenda. «Myers si meritò tutto perché non gli regalammo niente – conferma Sonaglia – noi facevamo il possibile a livello fisico, ma si dovette guadagnare tutto, canestro dopo canestro».

Un’altra striscia di tiri liberi vale il primo obiettivo: il nuovo record in carriera. Un altro recupero difensivo si trasforma in una lunga volata verso il ferro degli ospiti, dove arriva al momento del lay-up l’ennesima mannaiata sulle braccia: è strapotere puro quello del numero 10. «Una caccia all’uomo», la definiscono i telecronisti. Ma Myers non se ne cura, supera anche il secondo scalino, quello del record stagionale di punti tra Serie A1 e A2 (i 56 punti dell’ala americana di Pavia David Booth nel match contro Fabriano di tre settimane prima) e con più di 9’ ancora da giocare mette nel mirino i grandissimi del nostro basket: Oscar Schmidt, Joe Bryant, Bob Morse, Michael Young, Drazen Dalipagic.

E poi quel nome. Rimin… Rimini, sì.

«Io dico che Carlton si è messo in testa di battere qualche altro record per quanto riguarda i punti segnati in Serie A. Penso che il record sia di Riminucci con 73 punti se non sbaglio», si avventura il telecronista, subito corretto dalla sua spalla: 77. D’altronde il record è così datato (risale a Simmenthal Milano-Ddm La Spezia del 3 maggio 1964) e pareva così inarrivabile fino a qualche istante prima che 73 o 77 non doveva fare grande differenza. Ma ora Carlton ha 60 punti in carniere con 8’ abbondanti sul cronometro c’è ancora tutto il tempo per provare l’assalto finale.

A questo punto, la squadra si mette apertamente al servizio del suo fuoriclasse. La tattica è chiara: alzare il ritmo il più possibile per dare tante possibilità a Myers di andare a bersaglio. Per cui la difesa si fa molto aggressiva, arrivando anche a raddoppiare sugli esterni e lasciando più volte liberi i giocatori udinesi sotto canestro (con 50 punti di vantaggio problemi non ce ne sono), mentre in attacco si cerca Carlton fino all’esasperazione. «Loro ad un certo punto si toglievano proprio, ma non è che ci fosse un accordo per far raggiungere a Myers il record, anzi– precisa Sonaglia – semplicemente volevano perdere il minor tempo possibile per dare a Carlton il maggior numero di possibilità di andare a canestro.Arrivavamo al ferro in 5 secondi senza che ci fermasse nessuno, infatti mi ricordo che alla fine in quella partita arrivai a 20 punti e ne feci parecchi in quella maniera».

La Libertas non ci sta a mollare, a sua volta tenta coi raddoppi sistematici di togliere il pallone dalle mani a Myers che però sembra inarrestabile. Un jumper dalla lunetta, poi un paio di tiri liberi e l’ennesimo slalom fino al ferro in rapida successione lo fanno salire a 66 punti, affiancando il record personale di Oscar. Anche lo speaker del palas romagnolo, Mario Alvisi, a 6’ dalla sirena, ricorda che però Riminucci è ancora 11 punti più in alto. La Teamsystem praticamente il campo aperto ai giocatori della Libertas per avere la palla di nuovo in mano il più velocemente possibile. Ora l’odore di storia si è fatto decisamente pesante al Flaminio.

L’unico problema sembra ormai nelle condizioni fisiche di un Myers che sembra davvero sfinito. «Al di là della prestazione tecnica e balistica in sé, fu anche uno sforzo fisico enorme. Anche perché dall’altra parte non è che ci stessero tanto a rendermela facile», conferma il golden boy riminese. A 5’21” dalla sirena, Di Vincenzo capisce il momento e chiama timeout per dargli una boccata d’ossigeno: Carlton si piega con le due mani sulle ginocchia mentre il massaggiatore gli poggia la borsa del ghiaccio sul collo: la lancetta della benzina è vicina al rosso.

La ricarica lampo vale un 1/2 in lunetta dopo l’ennesimo fallo subito e un canestro da sotto raccogliendo un rimbalzo in attacco sul suo stesso errore dopo un arresto e tiro nel cuore del pitturato: 69 punti, come quando il papà di Kobe, il 9 novembre 1986, siglava il record all-time della A2 in un Facar Pescara-Standa Reggio Calabria. Con un altro giro a metà dalla linea della carità (restando a lungo ciondolante sulle ginocchia) ecco l’aggancio ai 70 che Dalipagic firmò il 25 gennaio 1987 nella vittoria della sua Giomo Venezia contro la Dietor Bologna. Ora manca solo lui, l’Angelo Biondo, colui che racchiude in sé le due anime del Myers di inizio carriera: nel cognome (Riminucci) la sua squadra attuale, nella città di origine (Pesaro) la squadra che lo ha catapultato tra i grandi d’Europa.

Un altro rimbalzo d’attacco su suo stesso errore vale il punto numero 72, ma ora Carlton è davvero sfinito. Di Vincenzo si gioca anche l’ultimo timeout a 4’29” dalla fine quando vede il suo ragazzone piegato in due e accompagnato in braccio fino alla panchina da Ferroni e Terenzi. Myers si siede in panca e respira profondamente, mentre Ferroni si gira verso la curva a chiedere ai tifosi di incitare l’amico-compagno ad un passo dall’immortalità. Si alzano tutti in piedi, un applauso tambureggiante accompagna l’ultimo sprint verso il traguardo.

Altri due liberi e sono 74. Ora l’impensabile è davvero a portata di mano. Anzi, a portata di tripla. Udine non regala niente: raddoppia, cambia, fa fallo. E si prende ciò che la difesa riminese lascia. Ma tutti aspettano il guizzo finale di Carlton. L’ennesimo giro in lunetta serve per preparare il terreno al sorpasso issando il bottino a quota 76 con ancora 3’ da giocare, ma la storia si compie con una delle sue giocate più iconiche: raddoppio spezzato di forza in mezzo ai due difensori, palleggio raccolto, sospensione infinita.

Ciuff.

Sono 78, le mani scorrono verso il cielo: anche Riminucci deve inchinarsi al ragazzo prodigio germogliato a pochi chilometri da casa sua. «Non ho mai parlato con lui ma credo non l’abbia presa benissimo– aggiunge Myers –da una partec’è chi dice che il suo record era stato preparato a tavolino prima della partita. Dall’altra chi sottolinea che il mio record dovrebbe valere solo per la A2 e che io avevo a disposizione il tiro da 3 e Riminucci no. Di questo si può disquisire a lungo, ma a me interessa relativamente. Quello che mi resta dentro è il senso dell’impresa». 

Foto carltonmyers.i

Sfinito dallo sforzo e svuotato dalle emozioni, Carlton si lascia andare per qualche secondo tra le braccia di Ferroni, chiude gli occhi e li stropiccia sul petto dell’amico. È solo un attimo, ma che racchiude un’eternità e sembra volerlo catturare senza poterlo fare. Se la gode per qualche secondo, gusta il calore della sua gente e si prende il giusto tributo del leader degli avversari, che lo abbraccia sinceramente. «Non potevo che riconoscere la sua fantastica prestazione», minimizza il bel gesto l’allora capitano dei friulani.

Liberatosi dal peso della leggenda che si fa storia, Carlton rinasce. Dopo un errore di Davis, la palla carambola lontano scavalcando tutti. Una calamita divina lo accompagna nelle mani di Myers, che si trova a 10 metri buoni dal canestro. Non ha nessuno davanti a sé, ma ormai è in trance totale: bomba siderale (oggi diremmo alla Curry o alla Lillard), facciamo 81. Passano un paio di azioni, ennesimo coast to coast, arresto e tiro da 3 con due uomini addosso: bang, siamo a 84 e Carlton mima qualcosa che abbiamo già visto da qualche altra parte, qualche anno prima…

Sì, lo avete visto fare da un tipo dalle parti di Chicago

Per dare l’assalto ai 100 di Wilt Chamberlain o ai 99 di Radivoj Korac ormai è troppo tardi, ma manca la ciliegina. E allora Carlton chiude i conti arrestandosi di nuovo dai 10 metri e con la benevolenza della tabella infila un’altra tripla, la terza nel giro di un minuto: sono 87, stop the count. «Ricordo che ha finito la partita con i piedi coperti di sangue a causa delle vesciche per quanto ci aveva dato dentro– rammenta Terenzi – era letteralmente stravolto a fine gara, ha dato anche quello che non aveva pur di battere il record di Riminucci. Ed è vero che noi lo abbiamo aiutato molto nel secondo tempo, ma la palla nel canestro la infilava lui. E’ stato qualcosa di incredibile».

La partita (il tabellino completo lo trovate a questo link) si chiude col surreale punteggio di 147-99, le statistiche di Carlton Myers recitano:

38’ giocati

87 punti (record)

3 falli fatti

21 falli subiti (record)

14/22 da 2

9/19 da 3

32/35 ai tiri liberi (record sia per tentati che realizzati)

7 rimbalzi

4 palle perse

4 palle recuperate

3 assist

94 di valutazione (record)

(P.S.: se avete pensato “eh ma non c’era il tiro da 3 punti quando Riminucci segnò 77 punti”, avete le vostre buone ragioni, ma tenete presente che se tutti i canestri da 3 di Myers fossero stati da 2 avrebbe comunque segnato 78 punti, 1 in più di Riminucci).

Foto carltonmyers.it

 

POST-GARA

«Credo che nei giorni immediatamente successivi nessuno si rese conto della portata di quella impresa– evidenzia Myers – mi sembra che più passino gli anni e più venga riconsiderata. È il tempo che pone le cose nella prospettiva che meritano. Oggi, girando l’Italia, quando i fan mi fermano e mi chiede qualcosa è quasi sempre per parlare di tre momenti della mia carriera: l’Europeo del ’99, il ruolo di portabandiera alle Olimpiadi del 2000 e quella partita da 87 punti. Sono le tre cose che sono rimaste impresse a tutti parlando di Carlton Myers». Ma non serviva certo quella prestazione per rendere evidente quanto Carlton fosse un alieno in Serie A2. E chiaramente l’eco di una performance del genere, anche senza i social network, fece subito il giro d’Europa.

Tuttavia, la stagione della Teamsystem e di Myers non finì in trionfo, anzi. Finì con una bruciante delusione nella finale promozione contro la Olitalia Forlì dell’altro grande fuciliere italiano del campionato, Andrea Niccolai. Rimini finì sconfitta seccamente per 3-0 nella serie che valeva un posto in A1 e Myers, dopo i 36 punti di gara 1, chiuse la sua avventura in A2 con una modesta prova da 4 punti in 18’ nella conclusiva gara 3, decisa proprio dalla bomba sulla sirena di Niccolai.

L’amaro finale non rovinò ovviamente il luminoso destino che lo aspettava: l’estate del 1995 lo vede lasciare Rimini insieme allo sponsor Teamsystem per raggiungere la non lontana Bologna e sposare il progetto della rampante Fortitudo. Sul resto della storia si potrebbe realizzare una serie tv o scrivere un’enciclopedia, peschiamo uno dei momenti più significativi, tra i tanti:

 

A Bob Morse ricordo che quel giorno di 26 anni fa chiesi un autografo, che lui molto gentilmente mi fece su un block notes che mio padre mi aveva obbligato a portare per l’occasione. L’ho perso da qualche parte tra un trasloco e l’altro. Morse ne mise 62 in una Varese-Napoli del 1975, 8° prestazione di tutti i tempi in Italia. Figo, ma vuoi mettere Carlton? I suoi poster non li ho persi mica…