Veni, vidi, vici. Animo da moderno Giulio Cesare, fisico da guerriero ellenico, chioma bionda di caniggiana memoria, nato nella cittadina di Venado Tuerto (letteralmente “Dagli occhi di cervo”) I poeti classici avrebbero innalzato Walter Herrmann ad eroe immortale. “Ho imparato a non guardare al passato”, ripete appena può. Un mantra nella vita del guerriero argentino, nel bene e nel male.

Veni, vidi, vici, dicevamo. Arrivare, vedere, vincere. Esattamente quelle che ha fatto qualche giorno fa. Chiusa l’esperienza al Mondiale con la maglia dell’Argentina (9,0 punti col 53% da 2 e il 50% da 3 più 4,7 rimbalzi), un po’ di riposo e poi, all’inizio della scorsa settimana, lo sbarco a Rio de Janeiro per indossare la canotta del Flamengo campione del Sudamerica. Una settimana di tempo per preparare la finale di coppa Intercontinentale contro il Maccabi. Problemi? Zero. 9 punti e 5 rimbalzi nella sconfitta di misura di gara 1, 8 con 5 carambole in gara 2 e la coppa, dopo 6 successi europei consecutivi, torna in Sudamerica per la pacata esultanza dei tifosi rubronegros:

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Veni, vidi, vici. Walter è un ragazzone di 206 centimetri che gioca ala piccola quando, 21enne, approda agli Atenas de Cordoba, la più prestigiosa squadra argentina. Primo anno: Mvp della regular season, oro sia ai Campionati sudamericani che ai Panamericani con la Albiceleste. Secondo anno: titolo ed Mvp delle finali del campionato argentino. Lo notano gli spagnoli del Fuenlabrada, che lo portano nella Liga Acb. Altra annata memorabile: Mvp della stagione regolare alla prima stagione fuori dai confini nazionali. Va tutto a gonfie vele nella vita del guerriero di Venado Tuerto: è una stella nascente del basket mondiale, Scariolo lo vuole a Malaga che lo firma per farlo sbarcare in Eurolega, ha una famiglia unita e felice, una compagna che lo adora, un bimbo di 3 anni avuto da una relazione precedente.

Il suo mondo, per come lo conosce, va in pezzi il 18 luglio 2003. Herrmann, insieme a quella che negli anni ha preso il nome di “Generacion Dorada” del basket argentino, si sta preparando ai Campionati sudamericani che scatteranno 4 giorni dopo in Uruguay e in serata lo aspetta un’amichevole contro il Venezuala a Mar del Plata. “La città felice”, la chiamano gli argentini. Da quel giorno, per il Guerriero dagli occhi di cervo non sarà più così.

Sono le 4 di pomeriggio, Walter si butta a letto per un riposino. È sereno, sa che sua madre, sua sorella e la sua ragazza, 700 chilometri più in là, sono in viaggio insieme verso casa di quest’ultima. La sveglia è alle 6, per avere tempo di scuotersi un po’ e filare in palestra. Prima, però, vuole sentire la voce della fidanzata, che per quell’ora dovrebbe essere arrivata a casa. Dall’altro capo del telefono, però, non c’è la voce che si aspetta. Ce n’è una fredda, sconosciuta, che gli parla di un incidente nel quale hanno perso la vita tutte le sue donne: sorella, madre, fidanzata. È stordito, fa armi e bagagli, la Federazione argentina sospende l’amichevole e gli mette a disposizione un volo per Buenos Aires, dove ad aspettarlo c’è l’altra sua sorella, che gli racconta i dettagli di quanto successo. Un colpo di sonno, forse una distrazione e la Ford Ka con a bordo le tre donne finisce frontalmente contro una Golf che arriva in senso opposto.

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Di colpo, Herrmann si ritrova senza mezza famiglia. È a pezzi, vuole lasciare il basket. Ma proprio la sorella maggiore lo convince a continuare a giocare, a tornare in Spagna dove Malaga lo aspetta a braccia aperte. “Tutto il paese era triste per me – ricorda il biondo guerriero di Venado Tuerto in un’intervista a Espn datata 2004 – ovunque andavo in Argentina questa tragedia mi perseguitava. I primi mesi in Spagna sono stati duri, ma sono andato avanti. Non ci si abitua mai all’idea di aver perso la tua famiglia e la tua ragazza”.

Eppure, il suo rendimento non risente della tragedia vissuta. In maglia Unicaja si conferma giocatore di livello mondiale, portando Malaga alle Top 16 di Eurolega e in semifinale nella Liga. A ridargli serenità contribuisce Elena, dottoressa malaguegna figlia del podologo del club, con la quale inizia una relazione che poi sfocerà nel matrimonio.

Veni, vidi, vici. Arriva l’estate del 2004, la più gloriosa nella storia del basket argentino. È l’estate dei Sudamericani di Rio de Janeiro, in casa dei rivali di sempre del Brasile, preludio alle Olimpiadi di Atene. A Rio coach Magnano porta una selezione “B” dalla quale pescherà tre nomi per la selezione olimpica. Manco a dirlo, trascinata da un sontuoso Herrmann (22,5 punti di media) l’Argentina arriva fino in finale, dove ad attendere, ovviamente, c’è il Brasile che li aveva battuti nella prima fase. E’ un giorno speciale per Walter: è il 18 luglio, un anno esatto dopo l’incidente che gli ha portato via tre pezzi di cuore. “Ho dormito molto male la sera prima della partita, non riuscivo a prendere sonno – raccontò pochi giorni dopo quella gara – sentivo che sarebbe stato un giorno speciale per me”. E speciale lo fu davvero. Herrmann trascina di forza i suoi al titolo davanti all’attonito pubblico del Campos con una prestazione semplicemente sovraumana: 37 punti con 10/15 da 2, 5/9 da 3 e 11 rimbalzi in 35’. L’Argentina vince in Brasile dopo ben 56 anni. Raggiante per aver commemorato come meglio non avrebbe potuto la memoria delle sue care, Walter se ne va a cena con la squadra. Tornato in albergo, un altro shock: papà Hector è morto per un attacco di cuore. Un anno dopo, un’altra tragedia.

Il rapporto col papà, che aveva lasciato da tempo il resto della famiglia, non era così stretto. E il Guerriero ha imparato la lezione: “Stavolta non soffrirò”, si impone. Passa una settimana e accetta la chiamata di coach Ruben Magnano, che lo vuole nella squadra olimpica albiceleste con legittime ambizioni di medaglia. Herrmann salta le prime due partite del torneo, contro Serbia e Spagna, esordisce senza incantare contro Cina e Nuova Zelanda e resta di nuovo a guardare nel successo degli Azzurri per 76-75 che relega i sudamericani al terzo posto del girone al termine della prima fase, alle spalle di Spagna e Italia.

Nei quarti per l’Argentina c’è la Grecia padrona di casa, la Grecia dei Papa (-dopoulos e –loukas). I biancoazzurri, dopo le sofferenze della prima fase, si compattano e ritrovano anche il contributo del biondo guerriero (8 punti e 6 rimbalzi) per approdare in semifinale, dove ad attendere c’è la corazzata americana di Duncan e un giovane James, di Iverson e Marbury. Il “matador” della sfida è Manu Ginobili, che con 29 punti fa impazzire la difesa americana, ma Herrmann è determinante nel secondo tempo della sfida, nei quali griffa 11 punti in 14’ dando il contributo decisivo alla vittoria per 89-81 che vale la prima finale olimpica della storia agli argentini. Come andò a finire lo sappiamo. Il 28 agosto 2004 la Generacion Dorada completa il suo capolavoro travolgendo l’Italia nell’atto conclusivo della rassegna, con Herrmann, come nella sfida della prima fase, seduto in panca per tutti i 40 minuti. 40 come i giorni che sono passati dalla morte di papà Hector, cui Walter dedica il suo trionfo più scintillante, sofferto, voluto.

Herrmann sembra Pollon e Oberto un maniaco che vuole violentarla

Herrmann sembra Pollon e Oberto un maniaco che vuole violentarla

Il decennio successivo è una lunga cavalcata verso la definitiva consacrazione per l’ala da Venado Tuerto. Alter due stagioni da dominatore a Malaga, che porta prima alla vittoria della Coppa del Re (2005) e poi a quella storica del titolo (2006), poi la Nba, dove però non riesce ad esplodere davvero. Un’ottima prima stagione a Charlotte, quella 2006/2007, nella quale viaggia a 9,2 punti a partita, venendo nominato anche rookie del mese a marzo, con anche i 30 punti rifilati a Milwaukee che resteranno suo career-high. Le stagione successive, tra Bobcats e Pistons, non conferma quanto di buono fatto vedere nella sua prima annata così nel 2009 torna in Spagna, al Baskonia campione della Liga in carica.

Resiste metà stagione, poi molla. Non ha più stimoli, è diventato padre per la seconda volta di una bambina cui dà il nome di Barbara, la sorella morta nell’incidente del 2003. Non vuole togliere tempo alla famiglia che si è costruito dopo averne persa già una. Così torna nella sua Venado Tuerto, ristruttura la vecchia casa di famiglia, apre un negozio di articoli per il fitness e l’alimentazione sportiva con sua moglie Elena. Ogni tanto si allena con la squadra locale, quella nella quale aveva esordito da giovanissimo e della quale è sponsor per il settore giovanile. Il presidente, però, è un suo caro amico ed ex compagno di squadra, Guillermo Andreani. Stesso discorso per il coach della prima squadra, Gonzalo Bogardo. I due ci lavorano un po’ ma alla fine lo convincono.

Dura un anno, poi torna dalla sua famiglia a tempo pieno. Sembra il suo ritiro definitivo. Ed invece a marzo 2013 il nuovo ritorno, ancora con una sua ex squadra, quella degli Atenas de Cordoba con i quali era esploso. Solo un passatempo? Direi di no: 12 anni dopo l’ultima volta, nell’aprile scorso, è di nuovo Mvp del massimo campionato argentino, viaggiando a 22,4 punti e 7,1 rimbalzi di media e una prestazione discreta contro il Lanus:

La passione sembra ritrovata: Walter torna anche in Nazionale per i Mondiali di Spagna e ora è pronto ad una nuova sfida addirittura in terra nemica, in quella Rio de Janeiro che lo ricordava bene per i 37 punti di 10 anni fa. Non è ancora giunta l’ora del riposo per il Guerriero di Venado Tuerto.

hermann