“The Italian Job”, proprio così: tutti noi appassionati conosciamo le peripezie e le imprese degli Italiani oltreoceano, nel mondo a stelle e strisce della NBA (quattro di loro) oppure in quello universitario della NCAA (il quinto), ai giorni d’oggi.

Fiumi di inchiostro sono stati virtualmente versati a riguardo, sviscerando ogni dettaglio contemporaneo possibile ed immaginabile da quando, in quello storico draft del 2006, David Stern si é trovato a pronunciare un nome italiano per la prima chiamata assoluta…

Vorrei porre l’accento sull’aggettivo “contemporaneo”.

Quello che vi voglio proporre nelle righe qui sotto, infatti, é qualcosa di diverso: quanti di voi sarebbero interessati a conoscere qualche dettaglio relativo ai nostri “da piccoli”?

Ho avuto l’onore, anni ed anni…ed anni fa, di giocare contro tutti loro, e mi accingo a raccontarvi qualche curiosità legata a queste esperienze.

Ve li presenterò come uno starting five, il cui ordine non é dettato dai ruoli ma dalle rispettive età (o ad esser più precisi dalle “annate”), dal più giovane al più senior.

 

Ciò che leggerete é contenuto che, pur non essendo stato scritto all’epoca ma solo un paio di giorni fa, é stato a lungo nella mia mente candidato ad essere un capitolo “jolly” del libro che ho scritto (Basket: I Feel This Game” di Valerio D’Angelo), ma ne é alla fine rimasto fuori. Sarete voi a dirmi se sia stata una decisione saggia o meno. Ma ora “bando alle ciance”, e sotto con le storie!

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1)  DANILO GALLINARI (‘88)

Contro il predestinato nato l’8-8-88, che tutti aspettiamo di rivedere prestissimo sul parquet, ho giocato una sola volta. Eravamo davvero piccoli: é accaduto infatti talmente tanto tempo fa, che il nostro ancora non indossava la canotta numero 8. La location é stata la Toscana, per la precisione San Giovanni Valdarno.

In uno dei più classici tornei pasquali, quelli per intenderci in cui il più delle volte i ragazzi vengono ospitati dalle famiglie dei piccoli giocatori locali (la mia squadra ad esempio ad Arezzo), insieme le varie selezioni provenienti un pò da tutta Italia e non solo (ricordo ad esempio una rappresentativa di mini-talenti croati), c’erano anche due squadre del posto: i cosiddetti Galli A e Galli B (proprio così: questo il nome della polisportiva di San Giovanni Valdarno, curiosamente simile al cognome del giocatore in questione ed al soprannome che si sarebbe portato appresso su palcoscenici ben più importanti negli anni a venire). Nelle fila della compagine B (più piccoli di un anno ma comunque partecipanti ad un torneo prettamente ‘87) militava “Gallinari junior”, ovvero il giocatore più chiacchierato del torneo in quanto figlio del grande Vittorio.

A quell’età, quando i ragazzi iniziano lo sviluppo vero e proprio, un anno pieno fa la differenza, e la squadra in cui militavo io stravinse l’incontro. Buffo ricordare come all’epoca dessi davvero una bella manciata di centimetri al buon Danilo, non ancora altissimo ma instancabile trascinatore del suo gruppo, nel quale ovviamente emergeva già allora.
Se io ero solo una dozzina di centimetri più basso di quanto non sia ora, lo stesso non si può dire di lui: all’epoca sensibilmente più basso di me, ad oggi mi mangia ovviamente in testa dall’alto dei suoi 2.08 (contro 1.90m).

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2)   LUIGI DATOME (‘87)

Contrariamente a quanto avvenuto con il Gallo, contro Gigi mi é capitato di giocare spesso (essendo della stessa annata, ovvero entrambi dell ‘87). E’ accaduto più di una volta, sia a livello di club che di rappresentative regionali, ovvero rispettivamente contro la Santa Croce Olbia (che Luigi avrebbe portato poi alla conquista dello scudetto Allievi) e contro la Sardegna.

Prima di raccontarvi un paio di aneddoti, non posso esimermi dal fare una menzione davvero meritata alla sua famiglia (papà Sergio, il David Bowie della Gallura, su tutti) che nel loro hotel “Il Gabbiano Azzurro” di Olbia hanno ospitato vere e proprie frotte di famiglie a seguito di piccoli cestisti con un’affabilita’ genuina e fuori dalla norma, facendole davvero sentire a casa propria.

La prima curiosità é relativa al fatto che, già all’età di 14 anni o giù di lì, Gigigante, pur non essendo ovviamente cresciuto pienamente in termini di altezza, aveva già una buona “base”, laddove per “base” intendo vere e proprie pedane al posto dei piedi.
Io, abituato a ricevere quei commenti tanto prevedibili quanto la presenza di Javalone nella classifica settimanale di Shaqtin a’ Fool (della serie “ma i tuoi genitori ti annaffiano la notte?” e simili…) per il mio al confronto modesto 47.5, mi sorpresi un pò nel sapere che calzasse già un numero che iniziava col 5 anziché col 4… Credo fosse 50.5 (ma potrebbe essere anche un numero in più), se ci pensate leggermente difficile da reperire… A tal proposito ricordo che noi di Roma ci impegnammo a cercare e fare avere voce a lui ed alla sua famiglia di qualsiasi ciabatta o scarpa grande abbastanza per lui e di eventualmente spedirgliela.
Nel corso degli anni poi, una parte di me ha probabilmente sempre inconsciamente pensato che un fattore, seppur infinitesimale, nella sua abilità nel costruirsi il tiro in situazioni di equilibrio precarie nonostante la sua altezza, fosse dovuto proprio alle “pedane” in questione.

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Il secondo aneddoto risale invece al Trofeo delle Regioni, tenutosi a Viterbo (le rappresentative maschili e femminili alloggiavano nelle camerate della caserma locale) e per la prima volta con sponsor roboanti (divise e vestiario Nike, etc.) ed una organizzazione degna di nota, almeno stando all’invidia ed agli insulti ricevuti da parte di chi fosse nato nelle annate che vi avevano partecipato nelle edizioni precedenti.

La curiosità che vi voglio raccontare non é relativa ad una delle partite in cui io gli abbia giocato contro (in questo specifico torneo, si tratterebbe della semifinale Lazio-Sardegna in cui la spuntammo noi per poi perdere in finale contro la Lombardia), ma ad un acceso match del raggruppamento iniziale tra la Sardegna e, se non ricordo male, la Toscana (ma il punto non é quale fosse la squadra avversaria). Nell’ultimo quarto, dopo aver tagliato le gambe agli avversari con una mortifera tripla dando il via all’allungo finale per la propria selezione, Datome mimò la classica “L” con la mano (indice e medio uniti, pollice a formare un angolo retto) a mò di pistola, se la portò alla bocca e vi soffiò sopra da buon cecchino.
L’indomani mattina, in una delle attività di allenamento e clinic in cui i prospetti (o presunti tali nel mio caso) vengano allenati e seguiti da grandi coach ed addetti ai lavori (es: sessione di tiro con Renato Pasquali, etc.) nella suggestiva location degli hangar della caserma, Sandro Gamba tenne un discorso e volle spaventare (anche troppo) il buon Gigi: senza mai chiamarlo per nome, lanciò numerose frecciatine legate all’episodio della sera prima, sottolineando come si possa essere i più forti di tutti, ma per meritare la canotta della Nazionale si debba sempre essere umili e rispettosi degli altri sul parquet, etc. etc.

Non c’è bisogno di segnalarvi come Gigi sia cresciuto come un giocatore posato, con la testa sulle spalle, rispettoso degli avversari e dei valori dello sport se c’é n’é uno: un esempio davvero che lo ha portato ad essere capitano della Nazionale maggiore e che mi rende orgoglioso di poter ricordare le volte in cui ci siamo sfidati sul campo una vita fa.
Nel video qui sotto (di 6 o 7 anni fa), un Gigi ovviamente piu’ grande rispetto a quello degli eventi menzionati, ma al contempo sensibilmente piu’ piccolo o comunque diverso da quello che ammirate oggi, esegue una schiacciata da bendato:

 

 

 

3)  DANIEL HACKETT (‘87)

La stessa considerazione fatta per Gigi vale anche rispetto a Daniel: essendo coetanei, abbiamo giocato contro più spesso, con l’attuale giocatore dell’Olimpia Milano che vestiva allora la canotta della Scavolini Pesaro (sia coi più grandi, 1986, che con la nostra annata) oppure alternativamente quella delle Marche.

L’aneddoto che vi voglio raccontare però, riguarda la NPL (Nike Playground League). Per chi non la ricorda o non sappia di cosa si tratti, questo video dovrebbe bastare:

Insieme ad una banda di amici, ho avuto il piacere di passare un’estate di puro basket, bottigliette d’acqua svuotate in testa e sportellate sul playground, iniziata a Roma e conclusasi a Pesaro alle Finali Nazionali che avremmo poi vinto. Dopo esserci laureati campioni su Roma e Lazio, e prima dell’atto conclusivo (in occasione del quale, da capitano di squadra vincente, ho potuto giocare a calcetto con Gianmarco Pozzecco e Scottie Pippen… Questa storia sì, è contenuta nel libro di cui sopra), fummo inseriti nella cosiddetta “Conference Tim Duncan” che stava a rappresentare il Centro Italia.

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Al Big Gym di Roma si presentarono quindi quelle squadre che avevano vinto in regioni come la Toscana, le Marche, la Campania, etc. La vincente delle Marche era, come avrete già capito, il team di Daniel.

Non dimenticherò mai cosa accadde quando ci ritrovammo a giocare contro: solita dose di sole che a lungo andare può dare alla testa, soliti innaffiamenti d’acqua, e soprattutto solite sane randellate con gli arbitri che, nello spirito del torneo, non si facevano problemi a lasciar correre una vasta gamma di contatti. Nella seconda metà dell’incontro, mentre cercava di smarcarsi da me, il nostro si fermò e cacciò un urlo che lì per lì lascio tutti basiti, prorompendo in una serie di: E basta! Così no!!! Non si può giocare così!!! Non é possibile!!!.  Non trovando supporto da parte degli arbitri, che un pò sorpresi dalla scenata fecero segno di proseguire a giocare, il nostro allora eruppe in un: “Voi non sapete chi sono io!!! Sapete che vi dico? Ce ne andiamo! Ritiro la squadra!”, rastrellò i suoi compagni e ci lasciò lì così. Per dovere di cronaca però e per completezza, riporto ciò che mi disse prima che ripartissero col pullman: “Ride bene chi ride ultimo”.

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Per vostra curiosità personale, in un certo senso aveva ragione: quando ci rivedemmo a Pesaro in occasione delle Finali Nazionali (giocate a casa sua), mi passò davanti sventolandomi in faccia il paio di Nike appena ottenute come premio in una qualche attività collaterale, mentre il mio team, laureatosi campione, si ritrovò solo con un asciugamano ed un orologio, e senza il tanto agognato paio di scarpe. Rompemmo il cazzo talmente tanto a tal proposito che un addetto Nike disperato, pur di liberarsi di noi, ci chiese di lasciargli nomi, contatti e numeri di scarpe, se li segnò uno ad uno e ci assicurò che ci sarebbero state spedite… Non c’è bisogno che vi dica se il pacco sia poi arrivato o no.

That said, onore al giocatore: in una caldissima partita di Interzona in quel di Bosco Reale (NA), nonostante l’asfissiante difesa disegnata per sfiancarlo e tenerlo che avevo eseguito con discreto successo durante la partita, la portò a casa con uno step-back negli istanti finali in un match in cui la sua Scavolini era stata inizialmente sotto anche di 20 punti.

 
4)  MARCO BELINELLI (‘86)

Cambiamo nuovamente annata (1986), passando all’italiano che, pur essendo non molto tempo fa quello meno considerato, da professionista si é tolto più soddisfazioni, lottando più di tutti per farcela, con le unghie e con i denti, nonostante le feroci critiche costantemente riservategli e nonostante un fisico tutto sommato ordinario, o comuque più ordinario degli altri (il Mago, il Gallo, etc.).

Quando la mia squadra (o meglio la squadra di quelli più grandi di un anno della mia società, alla quale poi sarei stato aggregato per le Finali Nazionali), ci ha giocato contro nel raggruppamento dell’Interzona, io non c’ero… Ho potuto però interagire e vederlo da vicino alle Finali Nazionali stesse, in canottiera Virtus Bologna.

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E’ sempre facile a posteriori dire: “Eh, io l’ho sempre saputo…”, “[…] era evidente come sarebbe diventato uno dei più grandi […]”, etc. etc.
D’altronde poi, specialmente dopo che si sia messo un anello al dito ed il trofeo di miglior tiratore da 3 all’ASG sul comodino, lo sport di salire sul carro dei vincitori alletta molti…
A me piace pensare di averlo seguito e guardato sempre con l’occhio di chi dice: “ce la sta mettendo tutta, non é detto che ce la faccia, ma giù il cappello per la passione/tigna/impegno”.

In tutta sincerità, mi impressionò ovviamente, ma all’epoca pronosticare che avrebbe giocato in NBA sarebbe stato impossibile. Sicuramente avrebbe avuto ottime chances di fare carriera in Italia, magari anche in Europa, ma allora il mondo dei professionisti a stelle e strisce era davvero inarrivabile (era pre-Bargnani), soprattutto per una guardia (con buona pace di ‘El Diablo’ Vincenzino Esposito).

Marco ha smentito tutto e tutti, e non potrei essere più contento e fiero del fatto che l’abbia fatto. D’altro canto, posso sempre dire di aver fatto più di una volta merenda insieme, sugli spalti del palazzetto di turno, a spese della Kinder (che, in quanto sponsor della Virtus, riforniva in tal senso la squadra bolognese, i cui componenti dimostravano sempre generosi nel condividere con i coetanei delle altre societa’).

Nel video qui sotto, Marco che schiaccia a due mani in una partita avvenuta anche qui qualche anno dopo gli eventi narrati e che mi han visto coinvolto in prima persona, ma che si può pur sempre ascrivere alla sua “infanzia”:

 

 

 

5)  ANDREA BARGNANI (‘85)

Contro l’uomo oggi noto come ‘Il Mago’, invece, ho avuto meno occasioni di giocare: a quell’età è facile magari essere convocati con quelli più grandi di un anno, ma capita raramente di essere aggregati al gruppo di chi abbia due anni di più (1985 vs 1987).
Di rado, ma puo’ capitare, tanto per fare presenza e per sventolare l’asciugamano, inveire contro qualche chiamata arbitrale e dare pacche a destra e a manca durante i time-outs.

In una di queste occasioni, in un acceso derby romano (Andrea militava allora nel Basket Roma) giocato in campo neutro nel palazzetto di Monterotondo, era una delle prime volte che fossi aggregato alla squadra e, contrariamente a quanto avrei potuto dire relativamente ai nati nella mia stessa annata (sapevo chi fossero tutti gli ‘87 degni di nota nel Lazio), non ero così ferrato riguardo agli ‘85. That said, non ci volle molto a capire che qualcuno in campo fosse davvero spanne sopra gli altri.

 

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Quando lo vidi alzarsi ed inchiodare a due mani in mezzo a numerose canotte avversarie per poi esultare in modo vistosissimo mentre rientrava nella propria metà campo difensiva, dissi al compagno seduto alla mia sinistra: “Ma guarda questo oh… C’é bisogno di tutta ‘sta scena?”. Ricordo bene la sacrosanta risposta che ricevetti: Cazzo dici! Se fossi in grado di farlo io, di certo non mi darei un contegno!, e devo dire che aveva proprio ragione.

Quella esultanza così sentita e quella foga mi é sempre rimasta impressa, ed é la prima cosa che mi viene in mente ogni qualvolta nel corso degli anni abbia sentito commenti sul fatto che ad Andrea non fregherebbe nulla del basket, o che sia clamorosamente mollo, etc. etc.

D’altronde, il riuscire a far incazzare uno come Kevin Garnett qualcosa dovrà pur voler dire, o no?