16:07, Mercoledì. Torno a casa dalla biblioteca, fare una mezza pennichella è impossibile, metto due stracci griffati con il nome della società, prendo foglietti e fischietto. Accendo la macchina, scorro i canali radio, mi piacerebbe sentire qualcosa di diverso, ogni tanto. Peccato.

Fra meno di un’ora devo essere in palestra, oggi abbiamo sia gli scoiattoli che gli aquilotti. Sono contento, ma anche un po’ teso. Ho cominciato ad insegnare minibasket l’anno scorso, lavoravo con dei gruppi che, esattamente come Reggie Evans, facevano fatica ad arrivare alla doppia cifra. Non è che io abbia tutta l’esperienza che serve: soprattutto, cambiando squadra a Settembre, adesso me ne ritrovo quasi il triplo di quanti erano prima! E la lezione inizia appena scendi dall’auto: c’è Filippo, con la nonna al seguito, che mi saluta proprio davanti alla porta. “Da grande voglio diventare come Lebron James.” Sorridendo, gli faccio notare che è un po’ più biondo. “Vabbé, mi tingio.”  Voce del verbo tingiere, evidentemente.

 

Entro in campo e mi fermo a parlare con Matteo, il mio super collega di nanoreparto. L’idea è quella di farli correre e giocare tanto, specialmente le prime volte, anche perché li dobbiamo invogliare allo splendido giuoco della pallacanestro: se gli facessimo fare cose come piegamenti e gradoni, non solo i sempre presenti genitori ci sputerebbero in faccia, ma i grandi capi della FIP ci spedirebbero al manicomio o a Guantanamo. Giustamente.

Gli scoiattoli non sono altro che i bimbi di 7/8 anni. Trovare dei giochi per loro è abbastanza semplice, ce ne sono almeno un paio che accontentano tutti: il primo è Pac-man, dove uno di loro deve cercare di ‘mangiare’ gli altri toccandoli, muovendosi soltanto sulle linee all’interno del campo da basket, usando il palleggio. L’altro è il gioco dello scalpo: ciascun bambino ha una coda attaccata ai pantaloncini (che può essere una molletta, una corda, un pezzo di giornale), e al nostro ‘via!’ parte il più classico dei tutti contro tutti. L’ambiente è ottimo e i parenti si fidano, loro però sono in 21, e il pericolo è sempre dietro l’angolo… ecco, appunto: Nadia viene da me in lacrime, le è arrivata la palla sul dito. Piange, la conforto un attimo e le dico di seguirmi in bagno, mano nella mano, facendola correre in modo strano. Prova a ridere, vede che faccio lo scemo, l’acqua non fa effetto però, e siamo al punto di prima. Chiedo del ghiaccio in segreteria, non c’è. Cerco e trovo la mamma, è l’unica. La riporta a casa e mi ringrazia. Sono passati 30’ e sto già facendo aquaplaning nella maglietta, ma non chiederei mai il cambio. Chiederei un cambio, sì. Quello sì.

Io e Matteo ci dividiamo poi sulle due metà campo, provare a giocare delle partite sarebbe impossibile. Mi chiedo come faremo per le partite vere, e le convocazioni. Di stereotipi ne abbiamo finché volete: quello che non ne ha voglia, quello che non ne ha un’idea, quello firmato dalla testa ai piedi e quello ciccio, più largo che alto (dico sul serio), che è ovviamente il primo che vorrei farmi amico lì in mezzo. Facciamo delle gare a squadre, in fondo quello che conta per loro è fare canestro. Tirano quasi tutti a due mani, e quando segnano esultano come Tardelli a Spagna ’82. Vengono a fare l’urlo alle 18 spaccate, si danno il cambio con i bimbi del turno dopo. Sono stupendi. Vorrei sempre un cambio, e un amplifon. Ma sono davvero bellissimi.

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Subito dopo arrivano gli aquilotti (9-10 anni). Ho più sete di un touareg anoressico ma non c’è tempo, hanno già tutti la palla in mano. Come avrete potuto capire, i gruppi di minibasket si suddividono per fasce di età: oltre agli scoiattoli e agli aquilotti, ci sono i pulcini (5-6) e gli esordienti (11-12). Lavorare con i primi è un’esperienza che ti cambia il mondo: mi arrivano alla coscia, usano un pallone giallo ancora più leggero, di solito la lezione tipo consiste nel raccontare una storia che abbia una qualche vaga attinenza con la pallacanestro, la cosiddetta fabulazione (ad esempio: partire con l’idea che siamo tutti delle automobili in una grande città, e che possiamo spostarci solamente usando il motore del nostro palleggio). Con gli esordienti, che utilizzano i canestri ad altezza regolare, ci si concentra invece sui 4 fondamentali: palleggio, tiro, passaggio e difesa. Ce n’è uno che piace molto meno degli altri, li capisco.

La prima cosa che noto è che oggi sono in 12, il numero preferito dagli istruttori per la sua divisibilità. Cominciamo a lavorare un po’ sul ball-handling, niente di particolarmente difficile anche perché sono un lungo, e io stesso andrei in crisi dopo 30 secondi! Palleggiamo seduti, con entrambe le mani, facciamo passare la palla dietro la testa. Matteo è preoccupato, secondo lui sono molto indietro, sarà la seconda, terza volta che li vedo e non riesco a dargli delle conferme. Propone un esercizio semplicissimo che non capiscono, si arrabbia. “Fate dei campi di corsa, avanti!” Stupendo, perfetto. Dobbiamo reinventarci tutto l’allenamento. Il nostro schemino accurato va da Datome a farsi benedire.

Come fare? In questi casi, c’è una regola che vale per qualsiasi allenatore: ogni lezione va preparata su un singolo fondamentale. Sarebbe sbagliato iniziarne una partendo dal palleggio, e continuarla con delle gare di passaggio a squadre, ad esempio. Appurato che non saremmo stati in grado di organizzare dei 2vs2 o dei 3vs3, decidiamo in corso d’opera di lavorare sui cambi di mano, mettendo alla fine di ogni gioco il tiro a canestro perché, come sappiamo benissimo, è ciò a cui tutti puntano veramente. Risolto il problema, l’oretta che segue diventa molto più scorrevole. Sappiamo già che la prossima volta dovremo pensare ad esercizi più semplici, e che sarà ancora più dura di quanto immaginassi. Loro sono contenti, i genitori pure. Loro hanno un sorriso a 6 denti stampato sulla faccia che è fantastico. Alzo i canestri e ci salutiamo, esco. Va tutto bene.

 

Insegnare minibasket è assurdo, è paradossale. Molti bimbi fanno fatica a dirti ciao!per la timidezza, se c’è riconoscenza non è mai immediata, e i frutti del tuo lavoro li raccoglierà qualcun’altro in futuro, non te di certo.  Però è stupendo, vedere quel branco di nani che giocano, che stanno bene insieme e si appassionano, usando una palla più grande di loro. Vado a casa contento, la radio stavolta mi aiuta: passa ‘Basta un giorno così’, uno dei miei pezzi preferiti degli 883.  In effetti è vero, sono le 20 e vorrei solo un letto. Ma prima dovrei fare una doccia…