Premessa, e forse è già la parte più importante dell’articolo: non voglio e non vorrò MAI fare un qualsiasi tipo di classifica sui giocatori più forti della NBA perchè

  1. non voglio finire accoltellato
  2. ritengo sia la discussione più inutile del mondo
  3. non si possono paragonare epoche e pallacanestro differenti
  4. (e più importante) si sa da anni che Lebron James è il più forte.

LOL.

 

Ieri notte non avevo voglia di star sveglio, troppo sonno, solito weekend impegnativo dove Bacco ha accompagnato le mie serate e Oki mi ha dato il buongiorno.

Mezzo occhio aperto e automatismo collaudato: mano che prende il cellulare e NBA Game Time che si apre, Cleveland ha vinto 114 – 111 dts.

Segue qualche istante di esitazione: ho quasi paura a vedere le stats di Lebron James. La partita d’orgoglio di Atlanta era quasi prevedibile, ma ho imparato che quello che non puoi mai sapere è come il ragazzo ex stempiato di Akron deciderà di giocare.

37 punti, 18 “Rodman” e 13 assist.

 

Rileggo.

 

Gli highlights li hanno visti tutti, un inizio disastroso poi la messa. Andate in pace cari Hawks, in Ohio c’è un signore che, col suo cavaliere (in tutti i sensi) Della Vedova (quello che Lebron ripudiava a Settembre, proprio lui) ha deciso di arrivare fino in fondo per affrontare in finale l’altro eroe di questi orribili playoff… che però possono svoltare proprio sul più bello, in una finale a sorpresa, ma non troppo, che renderebbe orgoglioso persino Keyser Söze.

Le statistiche sono impressionanti, ok ha tirato molto, troppo, ma il fine giustifica i mezzi e se vinci, se metti la bomba decisiva e il tiro per chiudere… beh allora parliamo davvero di niente.

Cerco di parlare il meno possibile di percentuali, shooting chart, spaziature o altro e preferisco concentrarmi su come il “prescelto” sia passato da dominare le partite fisicamente a dominarle mentalmente… oltre che fisicamente.

Penso che la prestazione di questa notte sia la cosa più simile a quanto visto 8 anni or sono, a Auburn Hills. Fu probabilmente la prestazione più incredibile di un singolo giocatore nei playoff, un Lebron James capace di portare in Finale dei disperati più il suo Varejao.

Azioni di potenza pura quando contava, affidandosi alla penetrazione, alla convinzione dei propri mezzi, sapendo che la difesa altrui non poteva fare nulla o quasi per fermarlo.

Ieri è successo di nuovo, se possibile con maggior consapevolezza dei propri mezzi.

Lo si vede bene negli ultimi minuti quando Teague sembrava avesse dato ad Atlanta il primo insperato punto.

Have no fear ‘cause your King is here.

Esultanze, poche. Determinazione, tanta.

Lebron James non ha più bisogno di saltare l’impossibile, non prende quei tiri da 10 metri che facevano impazzire (di gioia) tifosi e (per disperazione) allenatore. Lebron James adesso lavora ai fianchi dell’avversario. Il campo forse adesso per la fisicità dei 10 attori è troppo piccolo, e allora Blatt lo allarga all’ennesima potenza: solo Thompson in mezzo pronto a tagliare come nessun altro lungo è in grado.

Sull’arco, anche abbastanza distanti dalla linea, gli altri 3.

Così c’è spazio, la difesa si deve adeguare ma non può sempre andare in raddoppio perchè Jr Smith da quando è a Cleveland pensa solo al campo, Shumpert è costantemente in ritmo, DellaVedova sembra il sequel di Voglia di Vincere.

E allora Lebron lavora ai fianchi, va in post più spesso, segue i suoi tiri a rimbalzo, e pesca i suoi compagni meglio di qualunque altro play visto in questa postseason.

Ecco, quando intendo che attacca il canestro, intendo questo… (best dunk of these playoffs?)

Le similitudini con il 2007 non finiscono mai, il Prescelto sta portando anche in questo caso una squadra senza esperienza all’atto conclusivo di una stagione sfigata tra infortuni e difficoltà (più che normali) di un gruppo che solo adesso ha trovato la quadratura.

I playoff per i Cavs e per lo stesso James sono svoltati proprio nella partita più brutta dell’anno per il 23, gara 4 a Chicago.

Con le spalle al muro, nella prestazione più brutta mai vista, quando tutti gli haters erano con lo champagne in mano… una partita come se ne sono viste un po’ troppe, con Lebron in 1 vs 5 per ore, non secondi, creando più palle perse che canestri.

All’improvviso poi un lampo: bump su Butler e canestro dall’angolo. Dalle stalle alle stelle, da un 1-3 ad un 4-2, da un’eliminazione a un 3-0 in finale di conference, dalla Gloria (James, che lo aspetta a casa sperando sia sola) alla gloria di una post season che comunque vada ha esaltato il valore di un giocatore che ha cambiato la storia del gioco, poco importa se in bene o in male come alcuni possono sostenere.

E forse proprio come nel 2007 questo straordinario effort potrebbe non bastare perchè dall’altra parte arrivano i Warriors, squadra con dinamiche quasi opposte ma con una facilità offensiva tale che sembra sia innescato il pilota automatico. E il fattore campo se si gioca nella Baia conticchia.
Ancora 1 W e finalmente vedremo la sfida nella sfida, consapevoli che, indipendentmente da preferenze o odi, si sarà testimoni del basket nella sua purezza estetica e mentale. #witness

curry lebron