È il 20 di un novembre qualunque, sonnacchioso e anonimo come solo l’autunno sa essere. La profonda periferia americana è altrettanto anonima, oggi come nel 2002: Winston-Salem, North Carolina, duecentomila anime e una grossa fabbrica di sigarette. La squadra di casa è forte: i Mustangs della Parkland High School hanno vinto il titolo della 3A State tre anni prima e raggiunto la finale nell’ultimo campionato. È la prima partita della nuova stagione e non vogliono sfigurare. Il terreno di gioco è la palestra di un liceo americano così come l’avete sempre immaginata: parquet lucido da condividere con la pallavolo, due muri di mattoni rossi dietro i canestri, una sfilza di magliette e memorabilia sulle pareti, due ali di gradoni come tribune. Sugli spalti si sta abbastanza larghi in verità, è pur sempre modesta pallacanestro liceale, si conta un centinaio abbondante di persone più una nutrita pattuglia di cheerleader. Si chiama Tom Muse Court, e i Mustangs giocano lì ancora oggi. Fin qui, siamo sul set di una commedia adolescenziale. Ciò che cristallizza questo pomeriggio e lo consegna alla storia è che dall’altra parte, in verde e giallo, scendono in campo i Titans di West Forsyth.

Hanno viaggiato poche miglia per raggiungere la Parkland, ma uno dei loro giocatori ha preso la strada lunga e con la mente, con tutta probabilità, è ancora altrove. Ventiquattrore prima sedeva in chiesa al funerale del nonno, Nathaniel Jones, 61 anni ma l’energia di un ragazzino. Dovettero trasferirsi al volo in una più grande, perché era accorsa troppa gente a salutarlo. “Muore il padre, muore il figlio, muore il nipote”: secondo un proverbio zen è il migliore destino che ci si possa augurare, significa che il ciclo della vita non si è interrotto. La saggezza giapponese però non teneva conto della brutalità umana. Nonno Jones è stato rapinato, legato e infine ucciso a forza di percosse vicino alla sua stazione di servizio. I colpevoli sono già in manette, un gruppetto di criminali male assortiti, due anni più giovani del nipote. Che sarebbe quel ragazzo piccolino col numero 3 sulla schiena, tra i migliori 20 senior secondo la stampa nazionale e titolare di una borsa di studio con Wake Forest, quindici minuti da casa, per l’esordio in NCAA. Appena un giorno prima sull’inserto sportivo dei giornali locali c’era la sua foto, mentre firmava la letter of intent, raggiante con indosso il cappellino dell’università. Gliel’aveva messo in testa proprio Papa Chili, grande fan dei Demon Deacons. Lo chiamavano tutti così nel circondario, il nonno di Chris Paul.

Anche i Titans di West Forsyth erano una squadra ambiziosa. Chris Paul quell’anno li trascinò con una media di 30 punti, 9 assist, 6 rimbalzi e 5 palle rubate. Insieme a lui un plotone di emeriti sconosciuti. C’era il bianchiccio Matt Criner. Tim Crews, che riprovò con la pallacanestro al college e adesso fa l’infermiere. David Gelatt, buon realizzatore, attualmente ingrassato e impegnato nel torneo della parrocchia. Non mancava nemmeno il nome esotico: Martynas Versinskas, lungagnone lituano, che qualche anno di professionismo se l’è guadagnato in patria e nel poco competitivo campionato inglese. Il coach si chiamava David Laton. Quando quel 20 novembre si vide arrivare Chris Paul negli spogliatoi, credeva che la sua stella non avrebbe giocato. “Coach, I want to play the whole game tonight” gli disse, invece. “No matter how many we get up tonight, I want to play”.

Consigliato da una zia, si è messo in testa di segnare un punto in onore di ogni anno di vita del nonno ma non vuole svelarlo a nessuno, nemmeno ai compagni. “I didn’t actually believe I might be able to do it”, rivelò in seguito. Chris era atletico, schiacciava con facilità, e sapeva segnare in mille modi compreso dalla distanza. Ma il suo massimo alla high school era 39.

Secondo David Laton, quel centinaio di presenti sul parquet della Parkland assistette a un fenomeno irripetibile. Non era palese che Chris stesse cercando di fare canestro a tutti i costi, racconta il coach. Tutto gli veniva naturale, era nel ritmo della partita. Si libera del difensore con una hesitation move e conclude in sottomano. Schiaccia indisturbato in contropiede. Si avvita su se stesso nel pitturato e segna in acrobazia. Palleggio, arresto e tiro dall’arco. Canestro.

 

Nel solo secondo quarto il tabellino personale dice 24 punti, e West Forsyth prende il largo. “Mi sentivo come non potessi sbagliare, quella sera” commentò più tardi. “Potevano difendere come volevano, ma nessuno mi avrebbe fermato”. Alcuni tiri sembravano fuori misura, gli fecero osservare i compagni, ma poi finivano in fondo alla retina dopo una lunga danza sul ferro. Agli occhi di Chris, era Papa Chili che gli dava una mano. “Sapevo che mi stava guardando dal cielo. Aveva chiuso in anticipo la pompa di benzina per venirmi a vedere, come sempre. Per tutta la partita era come averlo lì accanto sugli spalti, che strepitava e si arrabbiava con gli avversari ogni volta che mi facevano fallo”.

Nell’ultimo quarto la partita è ormai in cassaforte per i Titans. Chris non si è seduto in panchina nemmeno un minuto. Ne ha messi 59, ha sbagliato solo otto dei trentatré tiri tentati. È in piena corsa per superare il record dello stato: 67, a firma di Bob Poole nel lontanissimo 1960. Tra il pubblico non si parla d’altro. Inizia a farsi strada l’idea che esista un fine più profondo ad animare la prestazione di Chris Paul. Una mano che lo guida.

Due minuti sul cronometro, l’ennesima galoppata tra le linee dei Mustangs. Stacca in terzo tempo e un difensore lo atterra con le cattive. Con la stessa, magica abilità che ci ha mostrato centinaia di volte in NBA, assorbe il contatto e lascia andare un tiro morbido appena prima di cadere. È canestro. 61. Lo spirito di Papa Chili è libero dalla maledizione e abbandona il corpo di Chris. Lui resta a terra, esausto, i compagni che devono alzarlo di peso.

C’è un tiro libero da battere, c’è il record di Bob Poole in attesa di uno sfidante, ma non è il tempo di guardare a simili dettagli. Chris prende in consegna il pallone dall’arbitro, poi lo lancia senza sfiorare nemmeno il ferro. A testa bassa si rifugia in panchina, tra le braccia del padre. 61 punti. Segnarne anche uno in più sarebbe stato un affronto.

 

I demoni, come quello di un amico morto troppo presto, si annidano tra i ricordi e ci vuole tempo per scendere a patti. A furia di lacrime si possono ammansire, imparare a conviverci. È quello che fa Chris Paul nei mesi seguenti, portandosi sul parquet il necrologio del nonno, ritagliato dal giornale e conservato in un laminato, per stringerlo al petto durante l’inno nazionale. Sono passati quindici anni e nel frattempo ha scalato l’Olimpo della NBA. Ogni tanto torna a parlare di quel novembre uggioso. “Una partita speciale, che nessun successo, individuale o di squadra, potrà mai eguagliare”. Qualcosa che va oltre alla pallacanestro. Ci sono altri cinque ragazzi la cui vita ha preso una netta svolta dal novembre di quindici anni fa. Christopher Bryant. Dorrell Brayboy. Jermal Tolliver. Nathaniel Cauthen. Rayshawn Banner. Gli assassini di Papa Chili. Alcuni usciranno di prigione tra qualche tempo, altri sono condannati all’ergastolo. E Chris Paul odia il fatto che non siano liberi.

“These guys were 14 and 15 years old at the time, with a lot of life ahead of them. I wish I could talk to them and tell them, ‘I forgive you. Honestly.’ I hate to know that they’re going to be in jail for such a long time. I hate it”. Così ha rivelato a Rick Reily di ESPN, poi è passato ai fatti suggerendo al governatore del North Carolina di commutare la pena. Vorrebbe che almeno quei ragazzi potessero vivere la vita che hanno sottratto a suo nonno, e farne tesoro. Avevano la sua stessa età, lo stesso colore della pelle, frequentavano lo stesso quartiere, ma forse erano nati dalla parte sbagliata della strada. È uno che si chiede chi sia veramente la vittima e chi il carnefice, Chris Paul. Uno che crede alle seconde opportunità e ai miracoli. Uno che crede che si possano segnare 61 punti. Basta volerlo.