A volta capita, che sei sul water e pensi “ma quanto sarebbe figo prendere su, mollare tutto e trasferirsi in America?”

Ecco, io l’ho fatto.

 

Ciao a tutti, mi presento, mi chiamo Matteo Marchi, ho 35 anni e sono venuto a vivere a New York.

Sono un fotografo di basket e in 14 anni di carriera ho praticamente fotografato tutto l’immaginabile: 2 Olimpiadi, 5 Europei, 2 Mondiali, 3 Europei femminili, 2 Mondiali femminili, Campionati Asiatici, Africani, almeno 20 Europei Giovanili, Campionati di A, A2, B, C, le finali amatori. Tutto, insomma.

Qualcuno di voi già mi conosce, specialmente chi segue assiduamente queste pagine. Ho prodotto un orrendo articolo dove spiegavo la giornata tipo di un fotografo alle Olimpiadi di Rio: siete pronti per un altro orrendo pezzo dove vi racconto le mie disgrazie?

Tutto è cominciato circa 2 anni fa, quando stanco della calma piatta che regna nel nostro Paese, del livello dei nostri campionati (e dei suoi dirigenti) e alla ricerca di stimoli nuovi, sono venuto per qualche mese nella Grande Mela per vedere che aria tirasse. Al mio ritorno ho cercato di capire in che modo potessi tornare negli States, soprattutto dal punto di vista legale (serve un visto per lavorare, sennò tanto vale rimanere nella mia adorata Imola). Sono riuscito dopo svariati mesi ad ottenere un visto lavorativo di 3 anni… ed eccomi qua.

Sono venuto qua sì con dei contatti, sì con delle conoscenze, ma senza un contratto e fondamentalmente senza un lavoro. Me lo devo cercare, mi devo costruire tutta la mia fortuna da solo; tutti voi penserete “ma che figata, bellissimo…bravo come sei troverai in un attimo!”.

Ecco, non è esattamente così.

Venire a vivere qua è davvero pesante: ti devi scontrare con tutto. A cominciare dallo stile di vita completamente diverso, anche solo parlando degli spazi: vivere in una stanza grande come il bagno di una discreta casa italiana (per 900 dollari al mese, per giunta) non aiuta, e se vogliamo aggiungere le differenze dal punto di vista umano sono enormi. Qua la gente ti chiede come stai, ma in realtà non gliene frega niente. A New York riceverai gli “how are you?” con meno sentimento della storia! Per me, abituato a relazioni interpersonali piuttosto calde (non pensate male, non sono un erotomane), la cosa fa la differenza.

Degli affetti, amicizie e tutto quanto lasciato a casa, meglio non parlarne. Sono una persona abituata a viaggiare, a stare via anche periodi di tempo lunghi… ma questo è diverso.

E’ diverso perchè so bene che questa cosa che sto andando a cercare è davvero difficile, complicata e per certi versi quasi impossibile. E per fare tutto ciò avrei bisogno di avere vicino chi conta: ma quando ti siedi sul bordo del letto e vedi che sei da solo… beh lo sconforto ti assale, specialmente in questi momenti iniziali di questa avventura.

Ma la domanda che vi starete ponendo tutti sicuramente è: SI, MA QUINDI?

COSA SEI ANDATO A FARE IN AMERICA?

Il basket scorre nelle mie vene da quando sono piccolo: gioco da quando ho 7 anni, ho allenato, ho arbitrato, ho asciugato il parquet con lo spazzolone (bei tempi, l’Andrea Costa Imola di Steve Burtt). Il mio “love for the game” è al di sopra di ogni sospetto; ho visto partite di basket in tutti i continenti, a tutte le latitudini e a tutti i livelli. Ho fatto fotografie a tornei di dubbio gusto (Campionato Africano femminile, Camerun 2015: un esempio su tutti) e ad eventi incredibili, e solo una soddisfazione mi manca per chiudere il cerchio… il mio vero sogno.

Io voglio diventare un fotografo NBA.

 

@matteomarchiph http://matteomarchi.it

@matteomarchiph http://matteomarchi.it

Seguo i fotografi della Lega da quando ho iniziato questo terrificante mestiere, e ne ammiro le gesta da almeno 15 anni; anche solo il fatto di poterli incontrare, di parlarci e poter scambiare quattro chiacchiere mi emoziona nel profondo… un po’ come un appassionato di porno che si trova davanti Rocco Siffredi.

Per raggiungere questo obiettivo che mi sono posto, sono venuto qua, in America. Faccio all-in con la mia vita, mi gioco tutto; ho lasciato casa, amici, un torneo di basket che funzionava a meraviglia, mia mamma, 25-30 ragazze in lacrime per la mia dipartita. Ho messo da parte un po’ di soldi con vari lavoretti per poter sopravvivere agli inizi qua, dove sarà dura e dove non mi cagherà nessuno. Mi sono armato di pazienza, di tenacia e di ambizione, e sono pronto a scendere in campo.

Proprio come l’altro giorno, dove grazie a Rivista Ufficiale NBA sono riuscito ad avere accredito e posto in campo per Brooklyn-Atlanta. Sì, avete capito bene, posto in campo.

Non era la prima partita che facevo da lì, quindi l’emozione era sì alta ma non a livelli da sudarella. L’ansia da prestazione c’era invece, perchè in campo c’era il mio quasi compaesano Beli, al quale ho dedicato grossa parte del mio tempo, scattandogli circa un migliaio di foto. L’unico momento di tensione c’è stato quando ho cominciato a scattare mentre era in bagno dopo averlo seguito… inspiegabilmente non mi sembrava contento. Bah, vai a capire sti campioni NBA.

Essendo a bordo campo sotto al canestro, un altro grande vantaggio era che mia madre poteva cosi vedermi in tv in alto a destra, e rendersi conto che sono ancora vivo, che mangio e che non sono scappato in Brasile con dei travestiti, come lei temeva facessi visti i primi periodi difficili qua negli USA.

Vi terrò compagnia per un po’, periodicamente, per raccontarvi quello che mi succede in questa avventura incredibile. Spero di avervi fatto venire voglia di seguirmi.

 

NELLA PROSSIMA PUNTATA: quale giocatore riuscirò a fotografare? Da quali Arene NBA mi cacceranno a pedate? Mi accetteranno nel loro buco di casa tre amici gay con cui ho iniziato a vivere?