Non è la prima volta che mi guardo indietro a vedere quello che mi è successo, e non sarà nemmeno l’ultima. Però è la prima volta che lo faccio condividendolo ed il momento è quello giusto. Perché quando uno smette di giocare è automatico guardare al passato.

Ho avuto la fortuna di cambiare tutto sommato poche squadre, la fortuna di essere stato allenato da grandissimi allenatori, di aver collaborato con dirigenti illuminati, di aver giocato al fianco di campioni, di aver giocato contro campioni. Ovviamente ci sono stati anche compagni di viaggio non proprio memorabili, alcuni li ho profondamente disprezzati, ma sono stati in un numero ampiamente inferiore rispetto alle persone di valore che ho conosciuto.

C’è una cosa che spicca su tutte: mi sono divertito da morire.

Allenarmi non mi ha mai pesato, nemmeno quando l’età me lo avrebbe giustificato. Arrivare al palazzo e sapere che, indipendentemente da cosa sarebbe successo, avrei riso, mi ha reso un uomo appagato. Ha reso l’impegno fisico quotidiano un momento di condivisione e non di “sofferenza”. Non vorrei però passasse il messaggio che non ho mai tirato porconi quando alcuni allenamenti erano tostissimi: ne va del mio orgoglio…

Ho provato a pensare ad alcune delle tappe che più mi sono rimaste in mente lungo questi anni e ve le voglio raccontare. Voi direte: “Ma sti cazzi?”. E io vi rispondo: “In effetti…”

 

Mantova

11 anni. La mia prima esperienza con la palla a spicchi. Durante una lezione di ginnastica a scuola, un’allenatrice era venuta a farci vedere cosa fosse la pallacanestro. Dopo i primi palleggi e i primi tiri ci ha fatto giocare 1vs1. Ero contro un compagno che faceva già minibasket, mi marcava con le gambe un po’ aperte ed io ne ho approfittato per fargli passare la palla in mezzo e andare a segnare. Amore a prima vista.

13 anni (in piena tempesta ormonale). Durante un allenamento (credo fosse la categoria propaganda) sugli spalti della palestra c’era la squadra femminile della nostra età. La più carina aveva dei jeans strappati, come andavano al tempo e come vanno oggi visto che la moda è ciclica. I jeans erano strappati sul retro, io mi sono un attimino distratto e mi sono preso sul muso un passaggio che ovviamente non ho visto arrivare.

15 anni. Ho esordito in serie D. Prima di una partita contro il capocannoniere del girone, il coach mi ha detto “Teo, oggi ti faccio giocare e devi stare attaccato a quello ovunque vada, non staccarti mai!”. Preso in parola, durante i tiri liberi lui andava già nella metà campo offensiva e io gli stavo a 10 cm di distanza. Lui camminava e io gli camminavo dietro come un automa. Ad un certo punto si è messo apposta in un angolo del campo ed io mi sono messo lì con lui. I tifosi avversari già mi insultavano, come è successo poi molto spesso in carriera (perché anche l’insulto è ciclico), mentre i miei compagni e i nostri tifosi ridevano.

 

Cremona

16 anni. Alla prima di campionato delle giovanili, faccio un po’ il fenomeno (come atteggiamento), faccio 5 falli e faccio schifo. Il giorno dopo il capo allenatore della prima squadra mi accoglie così: “Brutta testa di cazzo! Chi ti credi di essere a fare tutte quelle scene? E cosa cazzo ti togli la maglia in panchina?”

Era la prima volta che un allenatore mi insultava in quel modo (e nemmeno l’ultima) però fu efficace perché capii subito dove stava l’errore. Ogni metodo può essere utile.

16 anni. Segno 7 punti in 45”. Campionato di B2 (che poi abbiamo vinto), siamo avanti di tanto e il coach mi fa provare l’ebbrezza di giocare. I veterani fanno di tutto per farmi segnare, sbaglio subito due tiri liberi, mi si avvicina il play e mi fa: “Tranquillo Teo c’è tempo per fare un canestro”. In tre azioni faccio un contropiede, due tiri liberi e una bomba alla fine. Sono il ragazzo più felice del mondo.

 

Pistoia

21 anni. Il mio esordio in Serie A. Al fianco di giocatori che mi hanno insegnato tanto, allenato da un fenomeno dei fondamentali, Vujosevic, oltremodo esigente. L’etica del lavoro che mi sono portato avanti negli anni è nata sicuramente durante quell’anno. Allenarsi molto e con metodo non era per me solo funzionale al miglioramento e alla professionalità, era anche, o forse soprattutto, funzionale al mio umore. Se mi allenavo forte stavo bene. Punto.

22 anni. Ho visto il sedere della mia futura moglie (come ho già avuto modo di raccontarvi) e mi ha cambiato la vita (mia moglie, non il sedere). Mi ha dato stabilità, fatto maturare, insegnato ad amare senza condizioni. Vi domanderete cosa c’entri con la mia carriera di cestista, ed invece è stata fondamentale perché mi ha permesso di pensare solo al basket mentre al resto pensava tutto lei.

 

Barcellona Pozzo di Gotto

23 anni. Vinciamo il campionato di B1. L’anno prima sono arrivato in Sicilia piangendo e spaventato, è bastato un giorno ed ero già trattato come un figlio e come un compare, ho imparato quella lingua meravigliosa che è il siciliano, conosciuto amici che tutt’ora sono punti di riferimento e ho iniziato a costruire dal basso la mia carriera. Certo che mi sarebbe piaciuto giocare in Serie A da subito, ma aver fatto la strada dal basso mi ha permesso di formare la personalità da protagonista (anche se ad un livello minore) e di apprezzare maggiormente tutti i traguardi raggiunti successivamente.

 

Biella

25 anni. Vinciamo il campionato di A2. Per tutta la stagione sono stato in camera con Antonio Granger, giocatore pazzesco (di gran lunga il migliore del campionato) e personaggio simpaticissimo. La sua caratteristica prima di addormentarci? Mi lanciava le caccole sul letto facendo poi la risatina di Muttley, il cane di Dick Dastardly. Se avete meno di 30 anni probabilmente non saprete chi è. Andate subito su YouTube e capirete…

25 anni. Esordio in Nazionale. Al primo raduno della mia vita tremavo, non in senso figurato però. Perché?? Iniziavo ad allenarmi con Meneghin, Myers, Marconato, Galanda, Abbio… Nel ’99, quando hanno vinto l’oro agli Europei, io ero sul divano a ridere e piangere contemporaneamente dalla gioia. Basta come motivo?

27 anni. Vinciamo il bronzo agli Europei in Svezia, la mia prima manifestazione internazionale e subito mi metto qualcosa al collo. L’asta per aggiudicarsi i numeri di maglia, le lacrime in spogliatoio, i cinque cerchi disegnati sulla nuca, il viaggio di ritorno a cercare di capire quello che fosse successo. L’essenza della felicità sportiva.

28 anni. Vinciamo l’argento ad Atene. Posso anche non commentare, che dite?

 

Treviso

29 anni. Esordio in Eurolega con il CSKA. Per anni l’ho guardata in tv e finalmente ho la possibilità di giocarci. Subito in terra russa, viaggio meraviglioso di per sè anche senza la partita (che perderemo) e impatto con quel livello. Poco dopo faccio un’intervista dove dico che allenarsi per Messina fa venire il mal di testa per quanto è esigente. All’allenamento successivo Ettore si avvicina e mi chiede: “Teo, vuoi un moment?”

30 anni. Mi rompo la mano durante i play off e non posso giocare le finali che ci faranno vincere lo scudetto. La più grande delusione sportiva della mia carriera, ancora oggi quando mi chiedono come è stato vincere lo scudetto dico che ne ho vinto metà, perché senza le finali giocate non lo sento proprio del tutto mio.

30 anni. Durante quelle finali, con il gesso alla mano, mi viene un pensiero improvviso: quell’estate ci sono i Mondiali, non è che Recalcati ha in mente di farmi riposare visto che vengo da un infortunio? Lo chiamo e gli dico (parole testuali): “Sia chiaro Charly, se non mi porti in Giappone dò fuoco a casa tua”. Poi ai Mondiali ci sono andato…

31 anni. Vinciamo la seconda coppa Italia. Non che la prima non fosse importante, anzi, è che quella bomba in semifinale, allo scadere, facendo un salto che non ho più rifatto in tutta la carriera è stata decisamente emozionante. Ancora oggi quando vedo il video godo come un riccio. Ho come la sensazione che a quel canestro non esultarono solo i tifosi di Treviso…

 

Biella

34 anni. È finita la mia esperienza in Nazionale coincisa con la fine dell’esperienza di Charly, a cui devo tantissimo perché ha creduto in me e mi ha fatto vivere il sogno di ogni sportivo. Voi avete ricevuto una chiamata, anche informale, che vi comunicava che non avreste fatto parte del nuovo progetto azzurro? Nemmeno io…

35 anni. Ho vissuto una seconda giovinezza con “Canc” in panchina e quasi co-inquilino, un bravo allenatore ma soprattutto un grande amico, leale e onesto. Purtroppo vegetariano, ma uno non può essere perfetto.

37 anni. Mi sono rotto entrambe le spalle (ed entrambe le palle) a distanza di quattro mesi e quasi lesionato il tendine di Achille. Quella stagione siamo retrocessi ed ancora oggi mi brucia da morire, non solo per me, ma anche per tutto il popolo di Biella che non si meritava quella delusione.

 

Capo D’Orlando

38 anni. Vengo allenato dal Poz. Avrei dovuto smettere prima di quel momento!!! Due stagioni al fianco anche del Baso e di Sandro Nicevic, due amici e compagni che rispetto ogni altro limite. Capo è un posto unico, un piccolo angolo di paradiso e se tutti (e dico tutti) ci tornano spesso, un motivo ci sarà.

 

Piacenza

40 anni. Dopo tanto tempo sono tornato in serie B. Avrei voluto vincere il campionato ma lo sport spesso non perdona, e un bel po’ di delusione c’è stata. Dal punto di vista umano due anni con dei ragazzi spettacolari, a parlare di nuovo sempre e solo italiano in spogliatoio e in partita.

41 anni. In maniera molto naturale (grazie al cielo), è arrivato il momento di lasciare a terra la palla e non farla più rimbalzare. Solo per le partite ufficiali si intende, perché non sarò mai uno di quelli che dice “Non toccherò mai più un pallone da basket, sono arrivato ad odiarlo”. Io quell’arancia la amo ancora, ci vedremo al campetto come ho fatto praticamente ogni estate.

 

Da quando ho toccato per la prima volta il pallone da basket sono passati 30 anni. Da piccolo pensi a divertirti, da adolescente inizi a sognare, da ragazzo pensi ad allenarti dandoti un obiettivo e cerchi di perseguirlo, da professionista cerchi di raggiungere il livello più alto possibile, da “veterano” vuoi dimostrare a tutti di poter competere con i giovanotti e poi arriva il momento di dire stop. Sono grato a tutte le persone che mi hanno supportato, a tutte quelle che mi hanno accompagnato in questa meravigliosa avventura, a quelle che mi hanno fatto incazzare ma che mi hanno stimolato, a quelle che mi hanno fatto ridere e aiutato nei momenti più complessi.

Un pensiero a parte riguarda anche tutti i tifosi che hanno fatto parte del mio percorso. Per quelli che mi hanno insultato e fischiato dico una cosa: “Vi capisco”. Nel senso che mi rendo conto che da avversario non ero propriamente simpaticissimo. Questo non vuol dire che chiunque vada al palazzo per insultare i giocatori faccia bene e sia uno realizzato nella vita, potrebbe usare quelle risorse sicuramente in altro modo.

Per tutti quelli che invece hanno tifato per le squadre in cui giocavo ne dico un’altra: “Grazie!”. In campo sono stato uno poco espansivo, fa parte del mio carattere, ma dovete sapere che ad ogni urlo, ad ogni applauso, ad ogni coro, dentro di me ho saltato, cantato e urlato con voi. Un palazzetto che esplode è la gioia del giocare.

Sono felice perché questa professione è un dono.

Non è un lavoro, è scorretto chiamarlo così. Va affrontato con professionalità e impegno come un lavoro, ma non lo è. Non lo è perché noi possiamo scegliere in qualsiasi momento di smettere e andare a fare qualcos’altro. Ma chi fa qualcos’altro non può scegliere di smettere e andare a fare il professionista di basket.

Questo è sempre bastato a farmi capire di essere (stato) un privilegiato. Tutto qui.

 

Pace, Amore e Felicità.