leggi i 5 precedenti episodi di American Portraits

di Matteo Marchi

 

 

 

La birra in spiaggia.

La salsedine.

Il cornetto Algida.

L’abbronzatura del primo giorno di mare, che quando premi col dito sulla pelle rossa rimane il segno bianco.

I giri in macchina sui colli vicino casa, di notte, con tutti e 4 i finestrini abbassati.

I messaggi vocali tra amici che da quanto sono lunghi sono diventati audiolibri.

Le serate che quando rientri a casa albeggia.

Le scorpacciate di tagliatelle al ragù e di carne al sangue, che quando ti alzi da tavola devi allentare la cintura di un buco, sennò scoppi.

Le cose semplici.

Ecco, la Matteo Marchi Enterprises vi ha appena offerto un approssimativo elenco di quello che per lui è l’estate a NY. E cioè l’elenco di quello che gli manca.

Ci mancherebbe, sono tutte cose che puoi fare anche qua in America, ma non hanno lo stesso sapore. Manco lontanamente.

Con l’arrivo della bella stagione, e purtroppo con l’arrivo delle Instagram Stories (degli altri), la mia psiche è sotto attacco: vedo in continuazione video di piadine crudo squaquerone e rucola consumate in spiagge adriatiche con lettino, racchettoni e mare. Il tutto annaffiato a suon di spritz: capirete anche voi che sono tutte botte al cuore, coltellate in un addome già provato da abbondanti hamburger che sia chiaro, sono buoni eh, ma niente hanno a che vedere con Nostra Signora di Piada.

Tante persone mi stanno dicendo in questo periodo che mi lamento troppo, che dovrei essere positivo e guardare avanti con ottimismo. Ma io guardo a quello che ho adesso… e mi faccio una domanda:

E se quello che ho non mi bastasse? 

E se essere un signor nessuno in una terra dove c’è un sacco di gente peggiore di me in posizioni di gran lunga superiori alla mia non mi stesse bene?

Cosa devo fare? Arrendermi e tornare a casa, e fare un bel lavoro di ufficio dalle 8.30 alle 17.00?

No, cazzo. Qui si continua, a costo di giocarsi il cervello. O i polmoni, in quanto per la tensione posso dichiarare con vergogna di aver cominciato a fumare alla veneranda età di 35 anni (bel coglione) e di essermi qualificato già come wild card per i Mondiali di Camel Light che si svolgeranno a Città del Messico a Novembre.

La cosa che fa arrabbiare di più qua in America è che i problemi sono gli stessi identici a quelli che ci sono da noi: il nepotismo e i raccomandati ci sono, le persone che si fanno strada a suon di chinotti (non San Pellegrino) ci sono, quelli scarsi “ma che la raccontano” ci sono (e sono davvero tanti).

Io purtroppo posso essere anche bravino, ma a PR di me stesso sono una pippa. E forse pago questa cosa ancora di più qua negli US, terra di apparenza se ce n’è una.
Leggevo qualche tempo fa un articolo di un ragazzo italiano (che non conosco) che vive qua a NY, e che raccontava la sua versione di questa città;

“In questo primo anno a New York ho imparato che la sostanza vale più dell’apparenza. Che l’apparenza, prima o poi, si sgonfia. E che il sistema americano e newyorkese, l’apparenza, la punisce. Magari non oggi, magari non domani. Ma dopodomani di sicuro sì. Ho imparato che certo, ti devi vendere ed essere social media manager di te stesso per avere successo, ma devi vendere quello che sei, non quello che fingi di voler essere. Perché non c’è spazio per la finzione o per il fumo, a New York. Mai.” (Davide Mamone)

Il totale opposto di quello che vedo io, qui, con i miei occhi. Io vedo fumo, fumissimo.

Ecco, io in questa esperienza ancora breve (8 mesi, ricordiamo), al momento posso dire di avere visto davvero tanta, ma tanta fuffa. Ho visto fotografi molto più scarsi di me avere lavori al posto mio, sulla base fondamentalmente di chiacchiere. O di follower sui social. Vi sembra di averla già sentita da qualche parte, magari su latitudini italiche? Eccovi serviti, o giovani fotografi che mi scrivete “quanto ti invidio” oppure “beato te che sei arrivato”: volete venire in America? Aspettatevi tutto ciò, e armatevi di pazienza.

Forse è davvero solo un problema di dover aspettare dopodomani, di stare sul pezzo aspettando l’occasione, ma (e mi ripeto la domanda di inizio articolo):

… e se io non avessi la pazienza di aspettare dopodomani?

Tanti mi dicono che è solo questione ti tempo, che devo avere fiducia in me: io la fiducia in me ce l’ho (ed è pure troppa), mi manca la fiducia negli altri!!!! Non vorrei esaurire le scorte di pazienza prima dell’arrivo di questa fantomatica occasione. Incrociate le dita per me, altrimenti mi vedrò costretto a scartavetrarvi le gonadi anche nei prossimi articoli, nei quali tra gli argomenti che tratteremo ci saranno le classiche #solocosebelle #top #cool ma soprattutto la cara buona e vecchia FAIGA (cit). Numero imperdibile se mi aiuterete a ottenere ciò che voglio.

Lo so ragazzi, mi dovete perdonare, voi magari vi aspettavate un elenco di cose fighe fatte durante questo mese e mezzo di intervallo tra un diario e un altro, ma checcedevofà, questo angolo della posta è per me anche una valvola di sfogo, un modo di esprimere quello che ho dentro, e che un paio di volte mi ha pure salvato dal cominciare a dare testate contro il muro.

Volete un esempio di una BELLA (ironico) giornata della mia avventura americana?

Dai, salite a bordo:

23 maggio, esterno giorno. E che giorno, era pure il mio compleanno.

Sto salendo sull’autobus che mi porterà da NY a Boston, per scattare gara 5 di finale di conference tra i Celtics e i Cavs. Nei giorni precedenti mi ero posto il problema se fare gara 5 o gara 7 (che ovviamente non si sapeva ancora che avrebbe avuto luogo), e avevo deciso tragicamente di optare per la prima delle 2.

Qualche avvisaglia del fatto che sarebbe una giornata complicata mi avrebbe già dovuto colpire al momento della prenotazione dell’hotel su Boston: ovviamente la partita coincideva con tutte le varie lauree delle università della zona, ergo zero posto per me, e quindi avevo trovato una sistemazione solo in un hotel con un nome sinistro, in un paesino con un nome sinistro nei sobborghi della città, ad un prezzo però poco sinistro (nel senso che si sono fatti pagare, e non poco).

All’inizio il viaggio sembrava svolgersi scorrevolmente, nel senso che i miei 5 sensi, soprattutto olfatto e udito, si sono dovuti sforzare per far scorrere il più velocemente possibile il tempo, visto che alla mia destra avevo asiatici che mangiavano qualcosa molto somigliante ad aglio a tocchetti, saltato nell’aglio con contorno di aglio; dietro di me, all’angolo rosso, avevo il campione mondiale di scaracchio acrobatico (avete presente quelli che tirano su da in fondo ai bronchi prima di sputare nel loro sacchetto?), mentre all’angolo blu, col peso di 107 kg, avevo il detentore del titolo WBC-WBA di russata modello trattore John Deere. Cos’altro poteva andarmi storto???

Infatti.

Bloccati nel traffico.

Se mi avete seguito fino ad ora, saprete benissimo che io amo andare alle partite almeno 3 ore prima, per fare i miei ritratti e le mie cose. Quel giorno la partita era alle 20.30, e io sono arrivato al Garden alle 19.40. 

Consapevole del fatto che non poteva andare peggio di così, mi sono detto, cercando un qualche ottimismo dentro di me “dai almeno sarà una partitona”.

Infatti.

+30 Celtics e Cavs inesistenti.

Credo sia stata l’unica partita nelle ultime 15 stagioni dove Lebron non ha fatto una schiacciata, una stoppata, un salto. Vi ricordate quella partita dove LBJ sembrava senza benzina, sfatto, come se avesse fatto serata la sera prima????? Ecco, l’ho beccata ioooooooooooo!

Già triste per queste cose, mi dirigo verso il lussuoso hotel che avevo prenotato.

E qui, amici, si chiude il cerchio: io sapevo di non aver preso esattamente l’Hilton, ma da quello all’alloggiare ad una struttura “alberghiera” stile Twin Peaks, sinceramente no. Cioè, mi spiego, Twin Peaks con direttamente il cadavere di Laura Palmer in stanza (o perlomeno l’odore era quello, l’avranno inumata nel muro).

Lo confesso. Mi sono seduto sul bordo del letto, e mi sono messo a piangere. Poi, senza neanche cambiarmi, mi sono messo sul letto. Vestito, perchè non ho avuto le palle di cambiarmi per dormire in quel luogo.

Buon compleanno, Matteo.

(ah, ovviamente anche il giorno dopo al ritorno l’autobus ha tardato 2 ore e mezza… ma son dettagli).

Basta con le tragedie greche, dai: questo periodo ha riservato una serie importante di incazzature, anche pesanti, ma anche un paio di note super-positive: la prima è stata che ho avuto il privilegio di passare quasi 2 settimane in California, girandone una gran parte nel modo migliore in cui la puoi vivere… e cioè in macchina. Devo ammettere che la prima volta che ti immetti sulla freeway a Los Angeles a 34 corsie ti senti un po’ sperduto, ma chenesannoloro della coda in A14 a tornare dal mare all’altezza di Faenza la domenica sera di luglio alle 20… quello sì che è l’inferno!

Sono stato mandato là da un fotografo italiano, per seguire il mio secondo amore sportivo dopo la pallacanestro, e cioè il ciclismo, più precisamente il Tour of California.

Questo qui non è né Froome né Nibali. Sono io.

Sono partito da Long Beach, subito sotto LA, per finire dopo quasi 14 giorni a Sacramento, non esattamente una città dove spenderei il resto dei miei giorni: l’unica cosa bella è la nuona arena dei Kings, in centro e circondata da strutture nuove (e che sorge su David J. Stern boulevard… chissà cosa vorrà dire), che ovviamente sono andato a visitare nel poco tempo libero avuto; l’arena nuova molto bella sì, ma io che sono oramai un vecchio non potevo non andare a vedere quella vecchia, la mitica ARCO Arena, luogo di culto per un appassionato di NBA come me. Lì si sono svolte pagine storiche della pallacanestro americana, come la serie Kings-Lakers con protagonisti Divac, Kobe, Bibby, Webber, Stojakovic, Fisher… potevo io non passare di lì?

La situazione che ho trovato non è esattamente bellissima, in quanto è quasi tutto abbandonato (a parte l’arena in sé, che comunque non scoppia di salute), e nel parcheggio sconfinato (il palazzo è stato costruito letteralmente in mezzo al nulla), oltre a erbacce altissime e rifiuti, ho incontrato anche fagiani (non scherzo) in libertà e pure qualche animale randagio di dubbia provenienza. Abbastanza triste come visione…ma la storia è la storia. E comunque c’èra in In & Out a 1 chilometro. Mi sono consolato con gli hamburger e patatine migliori di questa costellazione.

Andando a ritroso nel tempo, non posso non parlarvi della cavalcata ai playoff dei Philadelhia 76ers, della quale ho avuto il privilegio di essere testimone per alcune gare giocate in casa. Finalmente ho avuto la possibilità di fotografare, seppure dall’alto, delle gare di post-season, e posso dire che la differenza si vede, e anche un bel po’; il livello fisico si alza del 200%, assieme al livello delle mazzate che i giocatori si tirano e al livello delle minacce ai parenti e simili che i giocatori si rivolgono. E’ come se da ottobre a aprile avessero scherzato: incredibile.

Il gioco è proprio diverso, cambiano molti aspetti; ho letto tante critiche agli arbitri, sia qua negli States che in Italia, ed ho sviluppato una teoria. Secondo me questo sport sta diventando sempre più inarbitrabile: i giocatori sono sempre più potenti, sempre più veloci e sempre più furbi, e vedendo l’azione dal vivo, se devi decidere senza supporto tecnologico e in pochi instanti, ho come l’impressione che ogni singola decisione sia una specie di lancio della moneta: non sai mai se ci prenderai o no, e anche se non ci hai preso non ci puoi fare niente, perchè succede tutto così in fretta e nessuno dei giocatori ti aiuta, tra chi simula, chi accentua e chi prova a fregarti. Periodaccio, se sei un arbitro con solo due occhi, due orecchie e un fischietto. Solidarietà.

Ovviamente ho seguito le vicende del nostro (non ricordo se ve ne ho mai parlato, c’è uno di Bologna che gioca a Philly) Marco Belinelli, che si è fatto più che onore ed è uno di quelli che ha tenuto su la baracca anche quando barcollava, e soprattutto mi ha regalato un momento di grande tensione: sto parlando del buzzer beater contro i Boston Celtics che ha fatto tremare il palazzo, e soprattutto ha fatto tremare me, perchè ero quasi convinto di non avere la foto.

 

Dovete sapere che il posto dove mettono gli sfigati come me che non hanno posto in campo durante i playoff (ho provato a chiedere un posto in campo per quelle partite, l’addetto si è messo a ridere: chissà cosa avrà voluto dire) è praticamente la tribuna disabili, alla fine del primo anello. Come posto non sarebbe neanche male, ho anche fatto qualche amicizia interessante, ma il problema è che  la posizione è quasi in linea col canestro (quindi ti ostruisce la visuale), e soprattutto che se qualcuno di quelli che sono seduti subito sotto di te si alza in piedi, si oscura la vallata e non si vede più niente. Inutile sottolineare che in una serie di playoff, perlopiù tirata, il caldissimo pubblico del Wells Fargo Center era sempre in mezzo ai maroni, e io dovevo fare la gara a studiare gli indigeni locali per capire quando si sarebbero alzati, e quindi essere pronto a dribblarli.

Quando ci fu quella famosa rimessa per il tiro di Beli, ovviamente io seguivo la palla, e appena ho scattato le foto del tiro, mi sono accorto che era esattamente dietro alla struttura del tabellone, dalla mia posizione. Ho scattato, lanciando la moneta, ma ero quasi convinto di non avere niente se non una foto da buttare via: il tiro è andato dentro, e il mio telefono è impazzito, tra amici che mi scrivevano HAI VISTOOOOOO (si, ragazzi, sono qui sul posto, come faccio a non vedere) oppure CACCIA LA FOTOOOOOOO (ho due mani e due braccia, datemi tempo). In tutto ciò avevo anche la pelle d’oca, perchè ero sicuro che il tiro avrebbe fatto vincere i Sixers.

E invece era da due, quindi overtime. Però avevo la foto!

Un filo ostruita dalla struttura, però Beli era a fuoco! Che culo! (sì, amici fotografi e non, è stato culo. In una situazione del genere è solo questione di millimetri, quindi farla buona o no, è un attimo. Si, certo, ci vuole la mano, ma non basta a volte).

Per concludere, come avete potuto vedere, le montagne russe emotive continuano. Solo all’interno di questo articolo ci sono stati almeno 4 cambi di umore, e questo dovrebbe farvi capire quanto grandi siano gli sbalzi che passano dalla mia testa. Sono dolcemente complicata, come direbbe Fiorella Mannoia.

Il futuro è molto vago, al momento all’orizzonte ci sono progetti segretissimi, che spero di riuscire a portare a termine, anche se molto difficili, e un lavoro interessante, che adesso provo a spiegarvi:

non so se conoscete, ma la lega di palla al canestro americana (che per semplicità chiameremo NBA) organizza un evento che si chiama DRAFT, che si svolge al Barclays Center di Brooklyn (a 1 km da casa mia), e dove sembra scelgano i migliori giovani. A quanto pare, sembra che il sottoscritto vada a scattare per questi sedicenti americani della NBA.

Seguirà buffet.

Sembra una cosa carina, no?

A presto amici, fatevi sentire che ogni tanto mi sento solo.

m.

 

PS. a proposito di sentirmi solo, dovete TUTTI aiutarmi per il mio ultimo progetto di solidarietà. Tutto il ricavato del progetto andrà a favore della associazione Marchi&Marchi ONLUS, una associazione che si propone come scopo quello di far avvicinare il famoso fotografo imolese (io) alla irraggiungibile e impegnatissima pattinatrice pluri-olimpica Valentina Marchei. Cosa dovete fare?? Mettere una buona parola per me.

Commentate su Instagram le sue foto, le stories, quello che vi pare con l’hashtag #perchèMatteoMarchivale , e aiutatemi in questa campagna di sensibilizzazione: ovviamente potete arricchire il tutto con tanto di faccine a vostro gusto e ovviamente un bel cuoricino rosso, che non fa mai male.

Inutile sottolineare l’importanza di questa iniziativa, perchè la mia vita sarà nelle vostre sapienti mani. Senza esagerare eh. Siate cortesi e rispettosi, ma perorate la mia causa.

Mi fido di voi ragazzi… datevi da fare. E non deludetemi!