di Marco A. Munno e Davide Romeo

 

 

Quando si pensa al papabile vincitore del premio di miglior giocatore stagionale della massima Lega cestistica al mondo, alcuni profili sembrano semplicemente fatti su misura per entrarne nel prestigioso circolo.
Basta pensare a coloro che hanno conquistato l’onorificenza nell’ultima decade: Russell Westbrook con un atletismo pound-for-pound fra i migliori di sempre, Stephen Curry con un’origine familiare già dedita alla palla a spicchi, Kevin Durant con un’architettura simbolo del giocatore del nuovo millennio, LeBron James con un’aura da predestinato, Derrick Rose con un’età verde da record.
Il primo parametro di giudizio però è rappresentato dalle prestazioni in campo: allora anche un ragazzo che non fa dell’esplosività il suo pezzo forte, dalle origini non cestisticamente nobili (anzi, in generale così poco onorevoli tanto da aver ripudiato il padre ex galeotto), dal fisico non slanciato, dall’immagine non certo cesellata (come dimostra l’iconica barba incolta) e dall’esplosione come leader non immediata può iscriversi alla lista: a pieno titolo nell’albo d’oro degli MVP troviamo da stanotte James Harden, uno che per arrivare al suo picco di carriera ha seguito un percorso dalle tappe quantomeno particolari.

 

Agosto 1989: la nascita

E’ mamma Monja Willis a prendersi cura da sola del piccolo James Edward Jr. (che ha poi abbandonato il suffisso a causa della poca stima per un babbo dai vari passaggi dentro e fuori dalla galera), visto che James Harden Sr. non riesce a stare lontano dai guai, chiamandolo spesso “Lucky”, dato che arriva al mondo 14 anni dopo il suo primo figlio Akili Roberson e 10 dopo il secondo nonostante questo pessimo contesto familiare. Dopo un primo periodo in cui si appassionò al baseball, si innamorò della palla a spicchi intorno agli 11 anni, quando nei momenti in cui non si dedicava ai videogiochi non faceva altro che tirare nel canestro sopra la porta del garage di casa, senza curarsi delle lamentele del vicinato, ispirato dal suo idolo James Kapono e dalla sua squadra del cuore dei Lakers. Al momento dell’iscrizione alla high school venne portato fuori dal malfamato sobborgo di Rancho Dominguez; per il ragazzo, che fra l’altro presentava frequenti attacchi d’asma, dalla signora Monja fu scelta, posta in quel di Lakewood a 15 minuti di distanza, quella Artesia High School famigerata per l’ottima istruzione fornita agli studenti, dal rassicurante motto “Times change, values don’t.”.

 

Agosto 2003: inizio alla Artesia High School

Quello che Harden scopre quando vi approda è che anche i programmi cestistici della scuola sono d’élite, scorgendo nella Hall of Fame di fianco alla palestra d’allenamento della scuola, fra le foto dei fratelli Ed e Charles O’Bannon, ce n’è una foto proprio di Jason Kapono. Fu l’unico freshman ad essere selezionato da coach Scott Pera per far parte della squadra della scuola, nonostante l’unica cosa che all’inizio facesse in campo dall’alto dei suoi 183 centimetri d’altezza fosse sparare triple piedi a terra dagli angoli. La fiducia dell’allenatore riposta negli istinti cestistici che vedeva nel ragazzo negli allenamenti, a volte anche particolari come quando scommetteva di acquistargli degli hamburger (invece degli sprints da lui dovuti) se avesse tirato almeno sei tiri liberi a partita, iniziò col tempo ad essere ripagata.

Con un’asma sotto controllo migliorando la forma fisica, e una crescita di oltre 10 centimentri, dopo la sconfitta nella gara d’esordio del suo anno da junior, nel dicembre del 2005, Pera si ritrovò a chiedere a James di tirare di più ed essere più aggressivo in attacco. Il ragazzo non fu troppo convinto, desideroso di non sembrare un egoista agli altri compagni, finchè non intervenne la signora Monja col monito di seguire tutto ciò che dicesse il coach prima di vedersela con lei. Quella risultò l’unica gara persa di una stagione conclusa con 33 vittorie consecutive.
Un giorno, alla madre stessa fece trovare un biglietto con scritto: “Could u wake up at 7:00. And could u leave me a couple of dollars. – James Harden. P.S. Keep this paper. Imma be a star.” Fu profetico.

 

Agosto 2007: approdo ad Arizona State

In uscita da Los Angeles, James avrebbe potuto accasarsi in atenei di primissimo livello, come Washington o UCLA, ma intraprese un percorso differente, scegliendo il programma di Arizona State. Coach Herb Sendek riuscì ad accaparrarsi i servigi di Harden aiutato sicuramente dall’assunzione di qualche mese prima del suo coach di high school Scott Pera, a cui Harden stesso a 16 anni aveva promesso di seguirlo nel momento dell’approdo in una realtà universitaria, nonchè del playmaker di Artesia Derek Glasser, compagno dentro al campo di James, particolarmente contento del suo approccio pass-first al gioco grazie al quale diventò il leader per assist di tutti i tempi di Arizona State e amico inseparabile fuori, passato l’iniziale contrasto in cui Glasser in un’intervista lo descrisse come “fat” per poi passare a definizioni più miti per Harden quali “lazy” o “could barely touch the backboard”.

 

Gennaio 2009: The Beard

Definito il miglior mancino visto ad Arizona State dal golfista Phil Mickelson, nonostante una prima ottima stagione in cui porta i suoi Sun Devils dalle 8 vittorie dell’anno precedente a 24, vide il suo team mancare nuovamente l’invito al torneo NCAA, in cui non partecipavano dal 2003 e una minor considerazione di altri freshman quali Kevin Love o OJ Mayo, anche a causa di un individualismo meno spiccato messo in mostra, con poco meno di 11 tentativi di tiro a partita mentre Steph Curry a Davidson arrivava a 18 o lo stesso OJ Mayo a USC si attestava intorno ai 16. Decise quindi di non lasciare subito il college per passare al piano superiore ma di tornarvi per un secondo anno, così da affinare il proprio talento seguendo i consigli di un nuovo mentore, il famigerato coach NBA Doug Collins. Migliorò nei vari aspetti del gioco e con 20.8 punti, 5.5 rimbalzi, 4.2 assists e il 50.2% al tiro (nonostante un sistema noto per i pochi possessi) si aggiunse ad un esclusivo club di soli 5 giocatori che dal 1995 avevano registrato almeno 20 punti, 5 rimbalzi, 4 assists con oltre il 50% dal campo: Dwyane Wade (Marquette), Brandon Roy (Washington), Reggie Williams (Virginia Military Institute), Ricky Minard (Morehead State) e George Hill (Indiana University-Purdue University Indianapolis). Ad un impegno aumentato sul campo, corrispose uno diminuito con il rasoio: con la confessata pigrizia nel radersi, comincia a lasciare incolta la barba che inizia a crescere senza essere più tagliata.

 

Giugno 2009: arrivo in NBA

Per James è il momento dell’approdo nella Lega: terza scelta al Draft, risultò il primo giocatore selezionato nella storia degli Oklahoma City Thunder, trasferitisi nel corso dell’anno precedente da Seattle. In un’annata dal buon talento generale (da quella nidiata Blake Griffin, Stephen Curry, DeMar DeRozan, Jrue Holiday hanno partecipato ad almeno un All Star Game) non essere chiamato come prima scelta assoluta era possibile, molto meno plausibile era invece risultare selezionato dopo Hasheem Thabeet.

Bastarono due mesi scarsi della stagione d’esordio dei due, e nel primo confronto diretto James e Hasheem si ritrovarono nello stesso poster, con ruoli diversi.

 

Maggio 2012: sesto uomo dell’anno

Le stagioni da rookie e da sophomore di Harden non furono particolarmente felici per il giocatore, che poco gradiva partire dalla panca a causa della concorrenza di giovani talenti. Fu provvidenziale la partenza di Jeff Green e Nenad Krstic in direzione Boston, in cambio di un Kendrick Perkins nel suo prime. Green, infatti, giocava quasi 40 minuti di media, e la sua assenza permise ad Harden di registrare un notevole incremento nel suo minutaggio nel corso del 2011.
La stagione successiva fu la prima iniziata ufficialmente da sesto uomo: nonostante la guardia titolare fosse Thabo Sefolosha, per ragioni di equilibri difensivi, James giocò circa 30 minuti di media, e coach Brooks lo definì “il suo sesto titolare”. Era sempre in campo nei momenti difficili e nei finali di partita, e diede un grande contributo alla cavalcata di OKC verso le Finals.

Si potrebbe dire che fu l’anno della consacrazione di Harden, che iniziò finalmente ad affermarsi come uno scorer di altissimo livello, un vero e proprio lusso da avere in uscita dalla panca.

Il suo exploit fu premiato col premio di Sesto Uomo dell’Anno, diventando il secondo vincitore più giovane di sempre, dietro al fu (sportivamente) Ben Gordon.
Un award sicuramente più gradito della gomitata alla tempia ricevuta, poche settimane prima, dal mite Ron Artest/Metta World Peace.

 

Ottobre 2012: trasferimento a Houston

Nonostante una prestazione deludente durante le Finals contro Miami, i Thunder avevano ogni interesse a rinnovare il contratto del Barba: con un nucleo di talenti under 25 composto da lui e dai già blindati Westbrook, Durant e Ibaka, potevano aspirare al ruolo di contender anche per l’imminente stagione, e potenzialmente per le successive.

Harden era ancora in rookie scale, quindi era possibile pareggiare qualunque offerta avesse ricevuto durante la free agency. In una mossa che destò parecchie sorprese, tuttavia, i Thunder decisero di scambiare Harden, e spedirlo a Houston per Jeremy Lamb, Kevin Martin e tre scelte al draft che diverranno Mitch McGary, Alex Abrines e Steven Adams.
Solo gli ultimi due si sono rivelati in grado di dare un contributo per diverse stagioni, visto che Martin che si fermò solo per un anno, McGary ebbe diversi problemi fisici che lo hanno portato a restare fuori dalla lega e Lamb non ha mai realizzato il potenziale che aveva all’epoca della trade. E per quanto Abrines e soprattutto Adams siano dei buoni giocatori, decisamente non valgono un All Star come Harden.

Il vero problema che portò il front office a questa scelta fu il rischio che Harden iniziasse a domandare un ruolo più di primo piano all’interno delle gerarchie della squadra, potenzialmente causando dei dissidi all’interno dello spogliatoio. In particolare, non era ben visto un eventuale dualismo tra lui e Westbrook, l’uomo su cui la franchigia aveva deciso di puntare. Anche il denaro è stato certamente un fattore, visto che probabilmente non c’era la volontà di liberare dei contratti per tenere il giocatore. Il più indiziato probabilmente sarebbe stato Perkins, ma all’epoca – giuro – ricopriva un ruolo fondamentale all’interno delle rotazioni dei Thunder per la sua abilità difensiva.

Sei anni dopo, la trade in sé rimane ancora piuttosto brutta, e i Thunder non sono più arrivati alle Finals. Ma possiamo dire che è stata la mossa giusta per la carriera di Harden, che difficilmente avrebbe mai vinto un MVP restando in squadra con Westbrook e Durant.

 

Settembre 2014: Mondiali in Spagna

Anche con la canotta di Team USA addosso per Harden si riscontra il trend di escalation delle prestazioni; nelle Olimpiadi del 2012 fu convocato un pò a sorpresa, completando il trio dei Thunder ma risultando il giocatore NBA meno impiegato con soli 9.1 minuti in campo a gara (meno di lui solamente Anthony Davis con 7.6, il quale però scelto al draft di quella estate non aveva ancora messo piede sui parquet della lega).
Passati due anni, nel 2014 fu invece addirittura capitano della squadra, unico reduce come lo stesso Davis dal team campione olimpico; in quintetto base in tutte le partite, risultò miglior realizzatore dei suoi con 14.2 punti a partita, ma soprattutto nell’unico momento di vero bisogno della squadra, a soli +8 dopo l’intervallo della semifinale con la Lituania, con un terzo quarto da 16 punti (tutti quelli messi che da lui messi a segno nell’intera gara) fu lui a spalancare ai suoi le porte all’atto finale della manifestazione poi dominato contro la Serbia.

 

Luglio 2015: Kardashian curse

La leggenda vuole che qualunque atleta intrattenga una relazione amorosa con una delle sorelle Kardashian subisca una sorta di “maledizione”, e veda la sua carriera andare rapidamente a rotoli.
Vere e proprie icone fashion negli Stati Uniti, diventate famose per ragioni che non è meglio esplicitare su queste pagine, le figlie dell’avvocato Robert Kardashian – difensore di OJ Simpson – hanno affascinato diversi giocatori NBA, da Kris Humphries al più recente Tristan Thompson, passando per Lamar Odom, Jordan Clarkson e, appunto, Harden.

Il Barba ricorda il periodo in cui è uscito con Khloé Kardashian come il peggiore della sua vita, e non è poco se consideriamo che sia cresciuto nelle strade di Compton.
A causa di un infortunio arrivò al training camp decisamente fuori forma, in più i Rockets ebbero un pessimo inizio, che portò al licenziamento di coach McHale con un record di 4-7. Le tensioni con Dwight Howard, nate perché il centro non accettava di essere il secondo violino di Harden, arrivarono al punto di non ritorno: sebbene non ci fosse mai stato un vero e proprio scontro aperto – e forse fu proprio questo il problema – lo spogliatoio si spaccò in due.

I Rockets finiranno con un mediocre record di 41-41, arrivando ai playoff da ottavi per essere rapidamente mandati a casa dai Golden State Warriors.
Se a tutto ciò aggiungiamo che, durante la relazione avuta con Harden, Khloe Kardashian era presa dalle attenzioni verso l’ex marito Odom, un altro ex Sesto Uomo dell’Anno decisamente caduto in disgrazia, possiamo comprendere perché il Barba abbia voluto fuggire in fretta dalla Kardashian. Senza guardarsi troppo indietro.

 

Maggio 2016: connubio con coach D’Antoni

Dopo una stagione decisamente deludente dal punto di vista tecnico, il front office dei Rockets ha compreso la necessità di affidarsi ad una guida forte per rivitalizzare la squadra. I mediocri risultati del coach ad interim Bickerstaff non convinsero i dirigenti, che preferirono affidarsi a Mike D’Antoni, offrendogli un triennale con l’opzione per il quarto.

L’ex playmaker di Milano, noto per i suoi anni ai Suns, con tanto bel gioco e poche soddisfazioni in post season, non aveva avuto più ruoli da head coach dopo il mediocre stint ai Knicks e il disastroso biennio ai Lakers, e ciò faceva nascere qualche dubbio sulla sua capacità di ritrovare l’antico “smalto” che pareva ormai perduto.
Tuttavia anche i più critici si sono dovuti ricredere piuttosto in fretta: 55 vittorie alla prima stagione, in un Ovest estremamente competitivo, non è affatto poca roba. La 7 seconds or less 2.0 si è rivelata una strategia perfetta per i texani, sicuramente aiutati anche dalla partenza del “disturbatore” Howard.
Il più grande achievement di D’Antoni è stato intuire le potenzialità di Harden, schierandolo in campo nell’inedita posizione di playmaker e mettendo in luce le sue sottovalutate abilità di creatore di gioco. Il Barba ha disputato una stagione da MVP, realizzando ben ventidue triple doppie, e non ha vinto il premio solo perché c’è stato un suo certo ex compagno che ne ha realizzate quarantadue, e gli ha soffiato il titolo.

 

Novembre 2016: prima linea Adidas dedicata

Il contrattone firmato da Harden con adidas nell’estate del 2015 è stato una vera e propria scommessa per l’azienda tedesca: ben 200 milioni in tredici anni per assicurarsi una partnership con il talento dei Rockets, per il quale hanno dovuto rinunciare a rinnovare quella con John Wall.

Sembra tuttavia una scelta azzeccata, viste le grandi prestazioni di Harden nelle ultime due stagioni, e il successo della sue prime signature shoes, le Harden Vol.1 e Vol.2. A tempo di record l’adidas ha realizzato il nuovo modello dedicato all’MVP, le trovate qui sotto.

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Giugno 2017: coppia da record con Chris Paul

Con il duo Harden-D’Antoni a funzionare così bene, l’asticella per i Rockets si sposta ancora più in alto: l’obiettivo dichiarato per la stagione appena conclusa era diventato quello di andare a strappare il titolo dalle mani dei Warriors schiacciasassi. Morey calò l’asso aggiungendo nel roster Chris Paul, ma all’eccitazione per l’arrivo di un All Star di quel livello si sovrapposero i dubbi sulla convivenza di due dominatori dei possessi offensivi, proprio quando Harden sembrava essere arrivato al suo picco gestendo il playmaking della squadra. E’ la prova del campo a decretare la bontà della scelta: la coppia funziona a meraviglia, portando l’intera squadra a vette mai raggiunte durante la regular season con una valanga di record all time per l’intera franchigia dei Rockets raggiunti, da quello di vittorie a quello di triple segnate in stagione; forse il più indicativo raggiunto dal team è quello di esser diventata la prima squadra con più tentativi da 3 punti che da 2 nella storia dell’intera NBA. E James? Il suo rendimento è salito ancora: primo nella lega per punti segnati, liberi e triple realizzate e, fra i tanti altri, Player Efficiency Rating, indice statistico riepilogativo globale. Per indicare un momento simbolico, si può prendere la tripla doppia da 60 punti segnati: unica con tutti questi punti realizzati nella storia della NBA (oltre ad essere record realizzativo di franchigia), a rappresentare il totale dominio esercitato nelle partite con il pallone fra le mani.

Sfortuna ha voluto che nei playoffs, dopo essere diventati l’unica squadra ad aver condotto una serie contro i Warriors dall’arrivo di Durant, Chris Paul abbia dovuto saltare la serie che avrebbe potuto portarti a conquistare la Western Conference e, chissà, l’anello di campioni. Con la situazione salariale attuale la squadra dovrà riorganizzarsi, ma fra le tante incognite resta un punto fermo: pochi sono i limiti alle ambizioni che una squadra può porsi quando viene costruita intorno al magnifico talento del Barba, diventato ufficialmente uno dei migliori giocatori che l’intera NBA possa vantare, finalmente incoronato Most Valuable Player.