grafica di Davide Giudici
articolo di Marco Pagliariccio

 

 

«Paglia sei un bravo ragazzo. Studia, la pallacanestro è un’altra cosa».

 

Il trash talking agli under è una delle costanti negli spogliatoi di tutte le squadre del mondo. Esperienze che bene o male ti induriscono la pelle quando sei uno sbarbatello che sogna la NBA. Sono stato anch’io un under nelle serie minori e me le ricordo bene quelle parole che un allora compagno di squadra mi rivolgeva di tanto in tanto. Mi incazzavo perché in cuor mio sapevo che aveva ragione, ma provare a fare di più e meglio era una sfida con me stesso. Col senno di poi, è andata proprio come diceva lui: studiare ho studiato, anche se la pallacanestro è rimasta comunque sempre e comunque un pezzo enorme della mia esistenza.

A Will Shields studiare non sarebbe servito: il talento per il football americano era talmente grande e la straordinaria carriera che ha avuto (parliamo di un Hall of Famer NFL) ne è stato il sigillo. Nonostante tutto, ai tempi del college a Nebraska University, alla laurea ci teneva davvero e prima di lasciare il college per sbarcare tra i professionisti il pezzo di carta l’ha voluto conseguire per davvero. Un insegnamento ha voluto lasciare al figlio Shavon sopra ogni altra cosa: «Arriverà un momento in cui non giocherai più a basket e allora dovrai essere pronto per ciò che verrà dopo».

Foto: Big Ten Network

Scelta di principio ma anche di necessità. Perché il primo approccio con lo sport non è stato dei più felici per il nuovo astro nascente del basket europeo, come raccontava egli stesso in una lunga intervista di un anno e mezzo fa, ai tempi di Francoforte. «I miei genitori non mi hanno permesso di giocare a football fino a 12 anni e quando ho provato mi hanno messo nel ruolo in cui giocava mio padre, quello di offensive guard. Ma io ero troppo minuto, facevo fatica e non mi divertivo. A basket giocavo sin da piccolo e così, dopo un paio d’anni col football, ho deciso che la mia strada sarebbe stata questa».

Foto: Big Ten Network

Hard work pays off, dicono gli americani. E il giovane Shavon ci dà dentro come un matto: nella squadra della sua high-school, Olathe Northwest (periferia di Kansas City), è all’ombra del talento dell’amico fraterno Willie Cauley-Stein, ma finisce comunque nel radar di molti college di Division I. Caso vuole che tra gli atenei che lo cercano ci sia anche quella Nebraska che ha un legame particolare con la famiglia Shields: è lì che papà Will, stella della squadra di football, conobbe una giovane calciatrice danese trasferitasi per gli studi, Senia, e se ne innamorò. Entrambi sportivi, entrambi laureati. Ripercorrerne le orme non è stata una forzatura da parte di mamma e papà, ma una volontà. «Non mi hanno esortato in alcun modo ad andare, ho solo ritenuto che fosse il posto migliore per la mia crescita. Sin dall’inizio volevo giocare ma anche laurearmi: non volevo completare il percorso al college senza farcela».

La sfida di essere leader dei Cornhuskers, ma anche uno studente modello, Shavon la prende tremendamente sul serio. Anche perché mamma Senia non concede distrazioni, per sua stessa ammissione: «L’istruzione è la priorità, quando si parla di questo divento un sergente di ferro». E così quel ragazzo che si sta facendo uomo si ritaglia subito un ruolo importante in biancorosso: nel secondo anno è la spalla privilegiata di Terran Petteway nella squadra che riporta Nebraska al torneo NCAA dopo 16 anni dall’ultima apparizione, ma al contempo allenamenti, trasferte e cheerleader non lo distraggono dai libri: nelle ultime due stagioni al college viene inserito altrettante volte nell’Academic All-America Team, il quintetto dei migliori giocatori della nazione ad avere almeno 3,30 di media voto (il massimo è 4). Shields si laurea in scienze biologiche con addirittura 3,77 di gpa (Grade Point Average).

Ah già, il basket. Tra una formula e l’altra, Shavon cresce, non è più il nanerottolo che era troppo piccolo per giocare a football. Ora sfiora i due metri e anno dopo anno monta pezzi al suo gioco. Certo, il tiro da fuori ancora va e viene (nell’anno da junior la percentuale dice appena 19,5% dall’arco) ma le movenze eleganti, il jumper vellutato e la spiccata verticalità lo trasformano pian piano nel leader dei biancorossi. La sua produzione parla per lui: 8,6 punti, 5,1 rimbalzi e 0,9 assist da rookie, 12,8+5,8+1,6 al secondo anno, 15,4+6,0+2,2 al terzo e infine da senior una stagione da 16,0 punti, 5,1 rimbalzi, 2,7 assist e l’inserimento nel secondo quintetto della Big Ten, conference tra le più competitive nel panorama collegiale americano. La sua ultima stagione, peraltro, rischia addirittura di finire anzitempo per questo tremendo incidente:

Per fortuna, nulla di grave: un paio di settimane ai box e poi le ultime gare di una carriera universitaria che lo vede entrare tra i grandi dell’ateneo: 5° miglior realizzatore di tutti i tempi, mettendosi alle spalle gente tipo Chuck Jura, Tyronn Lue ed Erick Strickland. Insomma, dire Shields a Lincoln dopo il quadriennio di Shavon non significa più parlare necessariamente di papà Will.

Il sogno, dopo una carriera universitaria del genere, manco a dirlo è la NBA. Ma le titubanze nel tiro da fuori pesano troppo sulle sue chance al draft ed allora l’estate 2016 Shavon la trascorre a cercare di strappare un contratto passando da workout vari, PIT e Summer League.

Niente, porte chiuse.

E allora è tempo di prendere l’aereo, lasciare le distese del Midwest per provare la carta europea. No, non nella Danimarca di mamma Senia (già visitata nel 2013 vestendo la casacca della Nazionale Under 20 biancorossa, trascinata di peso al titolo nel Nordic Championship), ma nel cuore finanziario della Germania: Francoforte. «Al college il mio obiettivo primario era fare canestro e andare al ferro. A Francoforte farò ciò che il coach mi chiede». Ma a conti fatti, Shavon continua a fare quello che sa fare meglio: di tutto un po’. Si presenta da rookie in Bundesliga con 14,0 punti (con un rassicurante 37,5% da 3, segno di un lavoro costante che inizia a pagare) e 5,3 rimbalzi di media, cifre di un soffio inferiori in Champions League. Ma la competizione gli regala soprattutto un momento “Carramba che sorpresa”: il 15 novembre 2016 gli Skyliners decollano verso la Danimarca perché ad Aarhus c’è la sfida contro i Bakken Bears. Shavon viene accolto come un eroe, la tv danese gli dedica addirittura un piccolo documentario, ma soprattutto in tribuna ci sono anche il nonno e lo zio materni. «Era la prima volta che mi vedevano giocare, ero molto emozionato», ricorda. E l’emozione gli tira un brutto scherzo: i francofortesi cadono nel finale per 71-65 con Shavon che non va oltre i 10 punti con 0/5 dall’arco.

La stagione teutonica finisce presto: fuori agli ottavi in Champions, fuori di un soffio dalla corsa playoff in Bundesliga, ai primi di aprile di un anno fa Shields sarebbe praticamente già in vacanza. E allora ecco l’intuizione trentina: con Marble, a sua volta giunto a gennaio ai piedi delle Dolomiti, out per un grave infortunio al ginocchio, l’Aquila se lo accaparra in prestito fino al termine della stagione. «Voglio aiutare la squadra a conquistare i playoff», dichiara appena sbarcato al PalaTrento, il 10 aprile 2017. La promessa è mantenuta: tra alti e bassi a livello personale, Trento entra nella post season come una delle squadre più calde del momento (12-3 il record nel girone di ritorno, 3-1 con Shavon nel motore), butta fuori subito Sassari e in semifinale trova sulla sua strada Milano. Scoglio che sembra sin troppo irto per i bianconeri.

E invece…

Il figlio di Will è cruciale nella fase più delicata, quella a cavallo tra secondo e terzo periodo, di gara 1, quella che vede l’Aquila sbancare il Forum in rimonta. Trento si ripete a gara 2 pur con uno Shields in ombra e soccombe in gara 3 tra le mura amiche. Gara 4 può essere la svolta della serie e l’uomo da Overland Park la marchia a fuoco insieme a Beto Gomes, graffiando in difesa per lanciare il fantastico secondo tempo trentino che significa 3-1 nella serie.

Trento chiude i conti travolgendo l’EA7 a casa sua in gara 5 e vola per la prima volta nella sua storia in finale scudetto. Venezia ha la meglio in sei partite ma la stagione in archivio è ovviamente super positiva tanto per la squadra di coach Buscaglia quanto per Shields, che però teoricamente dovrebbe rientrare a Francoforte. Evidentemente però l’aria di Trento (e una sfida di nome Eurocup) gli piace sul serio e allora decide di uscire dal contratto con gli Skyliners e restare in bianconero con contratto biennale.

Taciturno e concentrato com’è non è facile carpire così gli passa per la testa. Ma sta di fatto che lo Shields che approccia la stagione 2017/2018 ha un’altra sicurezza, un’altra convinzione nei suoi mezzi. Il mesetto in bianconero nel finale della stagione precedente è servito a conoscersi reciprocamente e nella nuova Trento Shavon calza a pennello. L’ala da Overland Park ha la stazza del 3 (è due metri abbondanti) ma capacità di trattamento e abilità sul pick’n’roll della palla da point guard, il che rende il suo utilizzo estremamente fluido nei quintetti di coach Buscaglia, che può spenderlo praticamente in tutti i ruoli.

In Serie A suona il primo squillo già alla prima stagionale, nella quale ritocca subito il suo career-high con i 19 punti rifilati nel successo in rimonta sulla Virtus Bologna, ma è in Eurocup che suona il campanone e in una partita tutt’altro che banale. Al rientro da un piccolo infortunio alla caviglia che lo tiene ai box un paio di settimane e con la Dolomiti Energia che vede da vicino l’eliminazione già al primo turno, Shields sfodera una prestazione da 23 punti e 8 rimbalzi contro uno Zenit tramortito dall’energia del prodotto di Nebraska.

L’altalenante Trento della prima parte di stagione si ferma però alle Top 16 e i bianconeri allora focalizzano le energie sul campionato. Come 12 mesi prima, l’Aquila cambia marcia nel girone di ritorno e Shields, stavolta, è assoluto protagonista nella svolta bianconera. La sgasata coincide infatti con una modifica di assetto tattico che ha nella versatilità di Shields la sua chiave. Con Gutierrez out per infortunio e l’esperimento Franke in quintetto naufragato presto, Buscaglia trova l’equilibrio inserendo Silins come ala piccola titolare, spostando Shields nel ruolo di play-ombra al fianco di Forray e, quando necessario, addirittura a portare palla in prima persona. Il nuovo starting five esordisce alla terza di ritorno, coi trentini reduci da quattro ko in fila e di scena sul parquet di Brescia: la Dolomiti Energia sbanca il PalaGeorge e dà il via ad una striscia di 11 vittorie su 12 partite tra la 18° e la 29° giornata, cadendo solo ad Assago. Shavon in questo periodo colleziona 16,8 punti (sempre in doppia cifra tranne contro Varese), 4,6 rimbalzi e 3,9 assist a partita, mostrando tutto ciò che può fare su un campo da basket: attaccare il canestro variando tra soluzioni al ferro e l’amato jumper in arresto e tiro, creare per sé e per gli altri dal pick’n’roll, difendere sull’uomo più pericoloso della squadra avversaria, persino avere una discreta continuità al tiro da fuori, non certo la sua arma preferita. Ma più di tutti dimostra di avere una dote da grande campione: quella di saper salire di colpi quando sente la sfida in maniera particolare. Esempio: gara contro Capo d’Orlando, che all’andata aveva sorpreso a domicilio i trentini. Partita agevole, sulla carta. «Nel match di andata in Sicilia l’Orlandina ci ha colpito con i pick’n’roll e ci ha battuto 82-80, quindi non diamo nulla per scontato nonostante noi veniamo da un buon momento nella nostra stagione. Ci aspettano sette partite dure, tutte importanti, il nostro approccio in ogni singolo incontro può fare la differenza: domani sera dobbiamo partire dalla nostra difesa, provando a prenderci dei punti in transizione e difendendo il nostro campo. Proveremo a farlo fin dal primo minuto, cosa che non sempre ci è riuscita nelle ultime settimane».

Dichiarazioni normali alla vigilia della gara contro i siciliani. Molti non gli darebbero troppo peso e magari prenderebbero pure sotto gamba la partita. Ma Shavon quando parla non è mai per caso. Se l’era segnata eccome quella sconfitta e non vuole si ripeta: 107-59, 16+8+11 per l’americano con sangue danese, che come due settimane prima nel ko di Milano (15+10+7) flirta ancora una volta con la tripla-doppia.

Foto: www.lavocedeltrentino.it

V come Vendetta, V come Venezia.

Trento è tornata quella di un anno prima, supera di slancio l’ostacolo Avellino al primo turno di playoff e in semifinale si ritrova davanti quella Umana Reyer che aveva detto no ai sogni scudetto a giugno 2017. Come approccia la serie Shavon? Infilandone 27, suo massimo da quando è professionista, nella pazzesca vittoria in volata della Dolomiti Energia al Taliercio in gara 1, dopo un’esaltante duello a distanza con Austin Daye. Andando avanti con la serie, si vede la differenza di energia, soprattutto difensiva. E Trento stritola una Reyer che non dà mai davvero l’impressione di potercela fare e così per la Buscaglia’s band si schiudono le porte della seconda finale scudetto consecutiva.

Golia/Milano contro Davide/Trento, la macchina da canestri Andrew Goudelock contro la versatilità e l’esuberanza del giovane Shavon Shields.

Sfida segnata?

Potrebbe anche sembrare dopo il confortante 2-0 che l’Olimpia confeziona a casa propria, arginando la furia di uno Shields che, esaltato dalla sfida con Goudelock, manda agli annali un quarto periodo di gara 1 senza alcun senso logico: 8 minuti e mezzo sul parquet, 19 punti con 7/9 dal campo e 20 di valutazione, chiudendo a quota 31 punti per ritoccare il massimo in carriera per la seconda volta in due settimane. Il tutto dovendo pure tenere a bada il principale terminale offensivo dell’Olimpia. C’è da tornare al PalaTrento, lì si faranno i conti. Shavon sonnecchia in gara 3, nella quale Trento coglie comunque il punto che la rianima, ma poi in gara 4 torna a fare fuoco e fiamme: i trentini annaspano praticamente per tre quarti, toccano anche il -12 nel secondo quarto non segnando praticamente mai da fuori.

Ma…

3’ alla sirena di fine terzo quarto, Milano a +11 sul 42-53, Dolomiti Energia sul punto di mollare quello che sarebbe il punto del 3-1 nella serie in favore dei milanesi. Timeout Buscaglia, al rientro sul parquet il figlio di Will decide che è ora di cambiare musica.

Penetrazione di potenza nel traffico, elegante palleggio-arresto-tiro sul closeout tardivo di Tarczewski, la lucidità di attirare la difesa che collassa su di lui ed aprire il campo per la tripla di Sutton. Tutto il campionato offensivo nel 7-0 di parziale che dà il la al 21-2 che gira l’inerzia della gara fino al 72-65 trentino della sirena. Ah giusto, Shavon che eguaglia il record in carriera scritto in gara 1 a quota 31, con un quarto finale da “soli” 11 punti in 7’.

Irreale.

Gara 5, chiaramente, è a questo punto il “pivotal game”, la partita che può indirizzare la serie in un verso o nell’altro. Il canovaccio è il solito: l’Olimpia parte forte, Trento ricuce ma per tre quarti Shields non sembra in serata di grazia: alla penultima sirena il tabellino dice “solo” 10 punti. Ma ancora una volta è nel finale che il cecchino secchione si carica la squadra in spalla: una bomba dietro l’altra, una giocata dopo l’altra, Shavon lievita fino a quota 27 punti (17 segnati in 5’ e spiccioli giocati) griffando prima il pareggio a 50” dalla sirena con il jumper dal mezzo angolo, poi addirittura il sorpasso a 16” dalla fine battendo Jerrells in palleggio, facendolo saltare con la finta e sparandogli dall’arco il canestro che può valere l’occasione della storia per Trento.

Una difesa divide l’Aquila dall’impresa di sbancare il Forum.

Una difesa che Shields deve dosare perché ha 4 falli sul groppone e un tipo che i finali così sa come vincerli come Curtis Jerrells. È proprio lui a giocarsi l’azione decisiva, buttandosi dentro dopo aver battuto uno Shields in leggero ritardo sulla rotazione difensiva. Va il ferro l’eroe dello scudetto milanese contro Siena, Sutton aiuta, Shields recupera da dietro: per gli arbitri fallo di Shavon, che disperato finisce beffardamente la sua partita per cinque falli a 6” dalla fine, senza avere la possibilità di giocarsi lui quell’ultimo tiro che senza la sue magie Trento probabilmente non avrebbe mai avuto.

Il resto è storia: Jerrells fa 2/2 in lunetta, l’Aquila senza timeout riesce comunque a tagliare il campo con Gutierrez trovando il tiro del potenziale sacco a fil di sirena con Sutton. Ma Goudelock sfodera la giocata della carriera, dicendo no ai sogni trentini.

foto IG/silvifassi

La batosta mentale di gara 5 svuota Trento, che in gara 6 davanti al proprio pubblico si lascia travolgere dalla marea biancorossa. Scudetto all’EA7, applausi alla Dolomiti Energia, ma la serie giocata da Shields ha pochi eguali nella storia recente del nostro campionato: 21,0 punti col 68,3% da 2, il 35,0% da 3, 3,2 rimbalzi, 3,5 assist e 21,2 di valutazione, ma il dato impressionante è quello relativo ai soli ultimi quarti, nei quali ha confezionato 54 punti in 48 minuti giocati, con una media di 9 di media in 8 minuti, dato peraltro “falsato” dai 10 minuti senza segnare in una gara 6 morta e sepolta nel periodo conclusivo.

PAZ-ZE-SCO.

«Sono migliorato perché ho sempre continuato a lavorare, anche nei periodi in cui le cose sembravano non girare. Ma senza i compagni e lo staff tecnico che hanno creduto in me non avrei potuto fare nulla di tutto questo. La sfida con Goudelock è stata eccitante, sfidare un grande campione come lui lo è sempre. Ma credo sia stata una bella sfida anche per lui contro di me…».

Difficile dire il contrario.

Lo strabiliante finale di stagione lo ha messo sul taccuino di mezza Europa (Bayern e Baskonia in primis), ma il sogno resta la NBA ed è per questo che tornerà a misurarsi con le Summer League in maglia Pelicans. Poi magari anche un pensierino a portare la Nazionale danese in alto… «Non so ancora cosa farò, ne voglio parlare con la mia famiglia», chiude in poche parole, come suo stile.

Mamma Senia, messaggio per te: ai libri ci ripensiamo fra qualche anno, ok?