leggi qui i precedenti episodi di American Portraits
di Matteo Marchi

 

 

Ciao a tutti, ragazzi.

Lo so, è passato del tempo.

E di cose ne sono successe un’eternità.

Questa è la quinta volta che riscrivo da capo questo pezzo, perchè non sono mai contento. Vorrei sempre che le cose fossero fatte bene, e quando non mi riescono bene mi incazzo come una pantera, è più forte di me. Ho questa ossessione per la qualità di qualunque cosa faccia, che non so da dove provenga (se ve lo state chiedendo NO, non sono stato picchiato o molestato da piccolo) e soprattuto che da un lato è una benedizione, perchè mi porta a puntare sempre al massimo e a produrre cose buone, e dall’altro è una condanna, perchè non ne faccio mai passare liscia una. E sto parlando di Matteo Marchi che non lascia in pace mai Matteo Marchi, eh.

Insomma… una follia. Qui c’è materiale a sufficienza per un TSO e mezzo, mi sa. Del mio bipolarismo avremo modo di discutere in un futuro prossimo.

Negli ultimi due mesi, queste montagne russe che sono oramai diventate la costante della mia povera esistenza mi hanno portato su su su su, e poi giù giù giù giù, e poi una serie di svariate vie di mezzo, condite con una vita sociale praticamente inesistente e una condizione lavorativa più che precaria che mi lascia appeso a cose di cui spesso ignoro persino l’esistenza. Vi starete chiedendo: cosa avrà voluto dire con questa supercazzola prematurata con lo scappellamento a destra?

Ecco, non lo so neanche io.

Tutti i giorni sono bombardato da pensieri su cosa vorrei fare, come dovrei farlo, dove dovrei andare. E non riesco mai a darmi una risposta. Credo di essere nel posto giusto, ma non riesco a capire se è il momento giusto…e ho sempre paura, come è successo 47743mila volta nella mia vita, di avere il puzzle quasi finito, ma di non riuscire mai a trovare gli ultimi 2 pezzi per completarlo. E ho il sospetto che chiamare il signor Ravensburger per chiedergli dove cazzo li abbia messi non sia possibile.

Ma non voglio tediarvi più di tanto con i miei demoni, vorrei anche raccontarvi qualche cosa bella; partiamo subito con il rapporto con voi disgraziati che ancora mi sopportate e mi sostenete, scrivendomi tutti i santi giorni. Mi sono ripromesso (e lo sto facendo) di rispondere a TUTTI, ma veramente a tutti, per un semplice motivo: odio la gente che non risponde, e non potete capire quanto sia frequente qui in America. Mi fa sentire così piccolo e insignificante, che non voglio che chi si prende la briga di scrivermi si senta così neanche per un secondo.

Poi ci sono le eccezioni, ovviamente, perchè poi i fenomeni che ti scrivono “mandami le foto che hai del Boston Celtics” oppure “hai mai fotografato Lillard?” quando hai pubblicato una foto sua tipo 3 giorni prima.. beh loro meriterebbero un emoticon dedicato al sapore di MAVATTELOAPIJA’INDERC…

A parte questi piccoli ma divertenti episodi, continuate a scrivermi, a stalkerarmi e a chiedermi cose, è una cosa che mi fa davvero piacere e che mi aiuta a tirare avanti la baracca qua nella terra degli hamburger. In queste ultime settimane ho addirittura avuto il piacere di essere riconosciuto al Madison Square Garden, dove durante un riscaldamento a bordocampo (non mio eh) ho sentito un ragazzo urlare “Matteoooooooo” e io mi sono girato indicandomi il petto, della serie “cioè, ma stai parlando con me??”; credo si chiamasse Lorenzo, se non ricordo male, e se mi sono ricordato male e stai leggendo… perdonami. Faccio schifo coi nomi. Ma sappi che mi ricorderò per sempre di te.

Ciao Lorenzo!

Un altro episodio che possa raccontarvi quanto oramai la mia popolarità abbia raggiunto livelli da Belen Rodriguez, è stato quando, a bordo di un lussuoso autobus da 10 dollari sulla tratta NY-Philadelphia, un ragazzo seduto dietro di me, sentendomi smadonnare in italiano, ha cominciato a parlarmi e a chiedermi cosa faccio e altre cose. Quando gli ho detto che mestiere faccio e cosa sarei andato a fare a Philly, mi ha sparato questo commento: “ma non sarai mica il fotografo italiano che lavora per la NBA????”

Ecco, qui sono obbligatorie delle spiegazioni: MAGARI LAVORASSI PER LA NBA.

Mi spiego meglio (anche perchè si sprecano i messaggi di ragazzi che mi scrivono “beato te che ce l’hai fatta”, “hai realizzato il sogno di tutti noi”): io sì, ho fatto 3 partite per la NBA, ma sono ancora a galassie di distanza dall’essere un fotografo NBA. Si, ok, seguo le partite, ma molto spesso a spese mie e per poter continuare a tenermi allenato e a tessere rapporti. Sono tutt’ora l’ultimo degli sfigati qua, e benchè dall’Italia arrivino grandi attestati di stima e ammirazione, dagli USA arrivano molto più spesso dei calci nel culo. Che ti fanno tornare sulla Terra non appena hai pensato di essere riuscito a combinare qualcosa.

Questo vi dovevo, nel caso a qualcuno fosse venuto il dubbio che io mi sia montato la testa.

Ad ogni modo qualcosa per il momento sono riuscito a combinare, eh. Piccoli passi.

Come molti di voi sapranno, ho avuto l’onore di scattare le foto per la storia di copertina di SportWeek, con protagonista tale Belinelli Marco.

Grazie alla Santa Santissima Diolabenedica Elisa Guarnieri, che mi ha messo in contatto con la redazione della rivista, mi è stato dato l’incarico di ritrarre il suddetto giocatore sulla mitica scalinata del Philadelphia Museum of Art, che è nientepopodimenoche la mitica scalinata di Rocky (se non sapete di cosa sto parlando PENTITEVI, IGNORANTI. E usate Google, che è utile).

Nike lo ha vestito con una tuta grigia che rimandava all’originale, io ho fatto un paio di sopralluoghi per capire in che modo scattare, e via che siamo partiti.

Formazione: il sottoscritto in qualità di fotografo, producer, rompitore di palle altrui, varie ed eventuali; Massimo Lopes Pegna, corrispondente dagli Stati Uniti per la Gazzetta in qualità di scrivano; i Belinelli Bros (Marco e Umberto) in qualità di giocatore NBA+supporto tecnico-tattico; Emanuela Gatti aka mia madre (era in visita pastorale a NY, non sapevo dove metterla e quindi è stata messa sotto schiavitù e portata al lavoro con me, non giudicatemi) in qualità di assistente.

Lo shooting, nonostante si sia svolto a mezzogiorno, è stato caratterizzato da un freddo devastante, e tutt’ora non mi spiego come Beli, che addosso aveva una tuta che era tutt’altro che invernale, non sia morto assiderato o qualcosa del genere. L’ho fatto mettere in pose complicate, l’ho fatto correre, gliene ho fatte di tutti i colori. E lui niente. Ad ogni modo, non si è mai lamentato, è stato quanto più collaborativo possibile e addirittura mi rivolge ancora la parola. Meglio di così….

Un altro problema che abbiamo avuto è stato che il servizio si è svolto di domenica, e quella scalinata è il punto più turistico di Philadelphia; avevamo gente in mezzo ai cog***ni praticamente sempre, e abbiamo dovuto sudare sette camicie e mezzo per riuscire ad avere uno scatto pulito; grazie al cielo c’erano Umberto, Massimo e mia madre che con ampi gesti con le mani e con l’ausilio di qualche manganello sono riusciti a far spostare le tonnellate di turisti che salivano le scale con sottofondo la musica di Rocky senza accorgersi di essere in mezzo, scatenando la mia proverbiale ira.

La città dell’amore fraterno deve essere una sorta di città magica, per me. Perchè esattamente il giorno dopo quello shooting, ho avuto un altro lavoro importantissimo, probabilmente il più importante che abbia avuto nella mia vita: ma per raccontarvelo per bene devo fare un flashback.

New York, interno giorno. Un tranquillo pomeriggio di gennaio sono dal mio barbiere di fiducia, un emigrato italiano che pensa che le parole CAPEESHH (capisci) e GOOOMBAH (cumpà) siano italiane e benedette dall’Accademia della Crusca, e sto aspettando che sia il mio turno. Sfrucugliando col telefono, mi accorgo che ho appena ricevuto una email: “Ciao Matteo, ti abbiamo trovato su Instagram, ci piace il tuo lavoro, vorremmo che venissi a fotografare per noi sul set di Creed II che cominciamo a girare tra poco. Che ne dici, ti interessa?”

Per chi non lo sapesse, Creed II è il seguito di Rocky, praticamente è come se fosse Rocky 8. Capite tutti la portata della cosa, VERO?

Dopo aver deglutito la saliva, il primo pensiero è stato che fosse il mio amico Daniele Casadei che stesse mettendo in piedi uno scherzo di cattivo gusto. Il secondo pensiero è stato “ma forse hanno sbagliato numero”, ma poi ho pensato che essendo una mail era difficile che avessero sbagliato numero.

Quindi, cercando di mantenere un tono professionale (in realtà avrei voluto rispondere “SIIIII DAI CAZZOOOOOO SONO GIA LIIII DA VOIIIIII !!11!!” ma invece ho fatto il possibilista), ho gentilmente fatto presente che ne avremmo potuto parlare. Poi tutto ha taciuto per almeno un mese e mezzo, e la mia proverbiale positività infatti mi aveva già fatto pensare che tutto fosse andato a donne di facili costumi. E invece no, con pochissimo preavviso mi viene detto che avremmo fatto lo shooting esattamente il giorno dopo il lavoro con Beli, e consisteva nello scattare dei ritratti in azione agli attori Michael B Jordan (Creed e una marea di altri film, tra cui il recente Black Panther) e a “The Big Nasty” Florian Munteanu (ex pugile ora attore), mentre si allenavano sul ring. Fondamentalmente si allenavano a fare a botte per finta, ma sembrava se le dessero per davvero! I due “pugili” hanno passato tutto il pomeriggio con l’allenatore, il direttore degli stuntman e gli stuntman stessi, per provare le varie sequenze che avrebbero girato nei giorni seguenti, e io ero a bordo ring armato delle mie Nikon, cercando di essere invisibile.

La storia si svolgerà più o meno così, e oramai non è più un segreto: in questa ennesima parte della saga di Rocky, si sfideranno sul ring il figlio di Apollo Creed (Jordan, allenato da Rocky-Stallone) contro il figlio di Ivan Drago (Munteanu), che appunto sarà allenato da Dolph Lundgren, la stessa persona che interpretò il ruolo del pugile russo in Rocky IV.
A parte che Drago è uguale a quando ha girato il film nel 1985, potete immaginare la mia emozione nell’essere in mezzo a tutto ciò: sono sempre stato appassionato di questo genere di film, e il sapere che potrebbero utilizzare qualche mia foto per la promozione di tutto ciò… beh se non è l’America questa, di cosa parliamo?????

Dopo questa parentesi cinematografica, torno a bomba sull’NBA, che è poi il motivo per cui siete ancora qui a leggere le porcherie che scrivo. In questo periodo sto seguendo i Playoff, con particolare attenzione verso i Sixers (ma vaaaaaa?) e i Celtics. Recentemento ho avuto la fortuna di poter entrare al TD Garden di Boston, e devo dire che l’emozione è stata forte; si respira la storia, in quel palazzo.

Sarà il parquet, sarà tutto il verde intorno, saranno i seggiolini gialli, sarà il pubblico; sta di fatto che nonostante la posizione per lavorare per me fosse orrenda e la partita niente di che, posso dire che l’esperienza è stata tutto sommato positiva, ed è valsa la pena farsi 8 ore di autobus a/r.

 

Parlando di pubblico, non posso non menzionare i tifosi di Philadelphia: questi quando iniziano i playoff si trasformano da annoiati mangiatori di patatine e hot dog a dei leoni assassini, anche se sempre e comunque mangiatori di patatine e hot dog. Il casino che ho sentito in queste partite di playoff l’ho sentito raramente a queste latitudini; sono sincero, non me l’aspettavo.

Oramai ho assistito dal vivo a svariate partite live dei 76ers, e non si può non simpatizzare per loro. La città è letteralmente in visibilio, ed è ubriaca di gioie sportive dopo il trionfo degli Eagles nel Superbowl e dei Villanova Wildcats nelle Final 4 NCAA. I tifosi alle partite sono sempre in piedi, e questo non mi aiuta, in quanto quando si alzano sono sempre dentro alle mie foto, quando scatto dalla mia posizione in alto modello povery; non si riesce a contenerli, e quindi quando cerco di lamentarmi con gli steward del Wells Fargo Center, loro mi guardano con una faccia del tipo “attaccati al tram” (e sono stato fine, stavolta).

Le trasferte per arrivare a Philly sono abbastanza contorte, per uno che ha un budget come il sottoscritto, consistente in un sacchetto di lupini e qualche arachide. Il pullman della delicata compagnia Greyhound ci mette due ore e mezzo, e ti ritrovi spesso tra gente di dubbio gusto, scoreggioni (storia vera) e gente che non sta bene. Si arriva in città, si prende la metro, si fa la partita, finita la partita corsa disperata verso la stazione dei bus per prendere al volo quello delle 23.45, e via verso casa; arrivo a NY stimato verso le 2.30, altra oretta di metro e poi sono a casa a Brooklyn.

Se si perde il bus delle 23.45, si piglia quello dopo, che ovviamente è offerto alle comode 3.15am.
Ricapitolando, per una partita normale, se va bene, di solito esci di casa alle 11.00 e torni alle 3.30 di notte. Sennò alle 6.30.

Sicuri che mi invidiate ancora?

Un paio di volte, forse perchè gli facevo pena, sono stato scarrozzato dalla macchina Gazzetta (Massimo Lopes Pegna e Simone Sandri), che mi hanno portato a Phila e mi hanno evitato tutto quel trambusto. Gente con un po’ di cuore c’è ancora… e ovviamente sono tutti italiani.

Per concludere: spero tanto, per ovvi motivi, che i Sixers vadano avanti il più possibile: c’è una persona speciale che si merita di arrivare fino in fondo, e a me piacerebbe tanto potervi raccontare a modo mio quello che gli succede. Anche andandoci a piedi, se il bus non andasse bene.

(se vi state chiedendo chi sia la persona speciale, giuro che vengo a prendervi a testate nella vostra cameretta, CAPRONI).