Ti svegli su una panchina a Bridge Park, Brooklyn Heights e vedi questo tizio che ha portato suo figlio ad un dannato workshop di fotografia. Cioè, le foto le fa il tizio, mica il figlio, che avrà dodici anni si e no. E lo vedi che si inginocchia, inquadra i grattacieli lontani e cerca il fuoco sulla sua macchinetta, sempre con questo ragazzino al seguito. E la cosa va avanti tipo due o tre ore, mentre il tizio fotografa tutto, dagli scoiattoli ai gabbiani, alla prospettiva sulla Promenade. Poi ad un certo punto il ragazzino mette il broncio, prende la macchina fotografica al tizio e gli dice: “Papà, stai bene attento adesso, che ti mostro come si fa”. E la macchietta fa tipo, Clic.


C’è una prerogativa, nello sguardo e nella vita di ogni fotografo, che io non riuscirò mai a comprendere fino in fondo. È quella di andare oltre il semplice “guardare”, e di vedere sempre la vita come una lunga serie di impressioni su pellicola, cercando prospettive, colori, tagli. Per ogni fotografo, e per ogni grande fotografo in particolar maniera, la ricerca dell’immagine perfetta è un’ossessione, una condanna che nasce dalla ricerca infinita di chi non può fare a meno di guardare il vero con occhi diversi, fino a trasformarlo in qualcosa di incredibile. È una percezione strana, quella di chi osserva per fotogrammi, cercando di dare un senso a tutto questo disordine.

Forse per questo Andrew Bernstein ha deciso di trascorrere la sua vita a San Marino, California, un piccolo gioiello incastonato nella contea di Los Angeles qualche miglio a sud di Pasadena. Tutto quello che si vede, attraversando le piccole strade disposte a lisca di pesce come nelle fiabe per bambini, sono casette bianche tutte uguali e lunghe file d’alberi che nelle foto sono sempre in fiore. È uno di quei posti che riposa lo sguardo, che concede una breve ma piacevole tregua a chi passa la vita a cercare di immortalare il momento perfetto.


Ti svegli su un divanetto di pelle marrone al 645 di Fifth Avenue e saranno su per giù le undici del mattino. L’uomo davanti dall’altro lato della stanza ha un bel vestito, una poltrona girevole e tanti problemi impilati in fascicoli ordinati sulla scrivania di mogano. Ora guarda fuori dalla finestra. Seduto dietro di lui c’è un ragazzo, ed è vestito in modo meno elegante, ma è ordinato e occupa lo spazio con disinvoltura. Quando ti svegli, il signore che guarda fuori dalla finestra sta dicendo “Andrew, non mi chiedere come, ma dobbiamo fare diventare più cool questo gioco”.


Da più di 30 anni, Bernstein è il fotografo numero uno della NBA. L’uomo che ha dato forma, colore e fattezze ad alcuni dei momenti più iconici di questo sport e che ha contribuito a plasmare quell’immaginario fantastico che oggi conosciamo e cui, indelebilmente, sono fatti i nostri ricordi della palla a spicchi. È l’uomo che ci ha regalato il volo di Jordan dal tiro libero, l’abbraccio fra Kobe e Phil dopo il titolo del 2009, il balzo infinito di Vince Carter alla gara delle schiacciate, il volo di Magic mentre smazza quel no-look di cui ancora dopo mille volte andiamo a cercare il ricevitore nel posto sbagliato.

Dopo alcuni anni trascorsi a UMass, un istituto la cui più alta forma d’arte consiste nella stampa del giornaletto settimanale della scuola, i primi passi nella fotografia sportiva Bernstein li muove all’Art College of Design di Pasadena, la Harvard dell’arte contemporanea. È lì che, per affinare il talento e allenare l’occhio, fa da assistente ad un fotografo di Sports Illustrated che gli insegnerà la tecnica, allora innovativa, della Strobe Photography, che sfrutta l’illuminazione dei fari stroboscopici montati sulle travi americane all’interno dei palazzetti. Tuttavia, Pasadena e la California, oltre a una sostanziosa infarinatura tecnica offrono al giovane Andrew un’occasione unica per rivoluzionare un mestiere e -al tempo stesso- un gioco.

Il setting è affascinante e, come vuole la tradizione americana, ricco di prospettive. Sono i primi anni ’80: quelli in cui la NBA non ha niente a che vedere con la Lega onnipotente e pluritentacolare che conosciamo oggi. Anche negli Stati Uniti, il basket passa in Tape-delay, il marketing è riservato ad automobili e detersivi e l’attenzione pubblica è concentrata su temi più pressanti dell’attraversamento di un cerchio arancione da parte di una sfera di pelle. L’All Star Game del 1983 – l’ultimo prima che venisse introdotta la formula weekend- passa in città, a Los Angeles, e il fotografo di Sports Illustrated di cui Andrew è assistente dice senza troppe cerimonie al giovane Bernstein di andare a scattare qualche foto di quei ragazzoni in calzoncini e canottiera che si trovavano al Forum. Quello che ritorna a Sports Illustrated, dopo una nottata passata dietro all’obiettivo, è forse il primo reportage fotografico di un evento sportivo come lo conosciamo noi. Un misto di azione, dietro le quinte, arte e cronaca che immortala Bird, Magic, Dr. J, Isiah, Kareem, Alex English e compagnia in modi che nessuno aveva fino ad allora immaginato. A New York, quando arriva la busta FedEx con le foto, qualcuno capisce che è ora di dare una ripulita all’immagine di questa lega.


Ti svegli il 26 Giugno 1996 alla Continental Airlines Arena di East Rutherford, New Jersey e tutto quello che ti ritrovi attorno è una gran confusione e devi avere dormito parecchio scomodo se il collo ti fa così male. Però in fondo alla sala, dove si fanno le foto per gli almanacchi, vedi un ragazzino tutto denti e pelle ambrata che ha una faccia interessante. Sembra giovane, parecchio, e l’entusiasmo gli brilla dagli occhi. Ora sta chiedendo al fotografo: “Ehi, ma tu sei quello che ha fatto tutte le foto dei poster che ho in camera, giusto? Non avrei mai pensato che mi avresti fatto una foto”. Alzi un po’ la testa dal tavolo e chiedi al tuo vicino: “Chi è quel ragazzo?”. Questo, schifato, ti indica un nome su un lungo elenco stampato su di un foglio. Bryant. Mai sentito.


Il momento più alto della carriera di Andrew Bernstein è probabilmente il tour olimpico con il Dream Team di Barcellona 92. Con una scelta di parole che ad oggi testimoniano tutta la stanchezza di chi ha inseguito il mondo vedendolo da un otturatore, disse in un’intervista alla ESPN che dopo quelle Olimpiadi era pronto per la pensione, perchè mai e poi mai gli sarebbe ricapitato di essere al cospetto di cotanta grandezza.

Bernstein viene aggregato alla nazionale USA come fotografo ma, sopratutto, come reporter incaricato dalla Lega ad immortalare il dietro le quinte di quelle che a detta di tutti gli esperti è la Nazionale più forte di tutti i tempi. È aggregato alla squadra in pianta stabile, come poi succederà con i Lakers di Bryant e Jackson, e libero di spaziare dalla palestra di allenamento alle camere d’hotel dove Jordan, Magic e il Gotha della pallacanestro si giocano a carte e dadi quello che non riescono a giocarsi contro i malcapitati avversari sul parquet.

Due aspetti, di questo innovativo approccio al reportage sportivo sono interessanti, per la narrazione visiva del basket come la conosciamo noi. Dapprima, Bernstein comprende quello che per la modernità è scontato, ma che non lo era per l’inizio degli anni ’90, ovvero che è necessario miscelare sport, moda, costume e backstage per dare una visione davvero affascinante del Gioco. In secondo luogo, capisce che è necessario abbattere le classiche barriere fra stampa e giocatori e instaurare rapporti umani solidi con giocatori e organizzatori se si vuole che questi concedano all’obiettivo un po’ del loro privato.


Ti svegli e sei in un palazzetto del Minnesota e fuori è una serata di neve bianca, lampioni gialli e pick-up parcheggiati. I Lakers ciondolano nella metà campo offensiva eseguendo una triple post offense priva di brio e ricca di routine. Dal tuo sedile in seconda fila d’angolo gentilmente offerto dalla una costosissima compagnia d’assicurazioni che non ricordi in che sede hai firmato, ti domandi se non sia il caso di andare al chiosco degli hot dog prima della fine del quarto. Horry la tiene ferma per un’eternità al gomito, scossandola sopra la testa come un bambino con l’uovo di pasqua, poi la mette in mano a Fisher nell’angolo che lascia partire una tripla senza ritmo a un metro e mezzo da dove sei seduto. Ferro. La tocca Nesterovic con la punta delle dita, la palla schizza verso il fondo campo e Shaquille si tuffa per prenderla, franando fra i fotografi appostati sotto il canestro. Pensi che l’hot dog possa attendere e ti domandi come faranno le ambulanze a passare, sotto questa tormenta. Da sotto il corpaccione del centro di LSU senti provenire una vocina flebile che dice “Diavolo amico, levati di mezzo, non riesco a respirare”. Shaq sposta lo sguardo verso il basso e dice “Andrew, sei tu? Che ci fai qui sotto?”. “Il mio stramaledettissimo lavoro, ma cazzo amico ne ho piene le scatole di queste stronzate”.


Molto è cambiato da quando Bernestein è arrivato in NBA. Anzi, tutto. Le foto che vengono scattate da lui e il suo team, una ogni 4 secondi all’incirca, vengono mandate con una frequenza di quattro minuti direttamente a Getty Images, in collegamento wireless e rese disponibili immediatamente a giornali, testate e siti di tutto il mondo. Andrew siede ancora sotto il canestro, circondato da tre macchine fotografiche, ma ne ha un’altra decina (un numero che raddoppia per all-star game e playoff) montate in pre-focus in angoli strategici del palazzetto, che aziona con automaticamente tramite un apposito pulsante sul suo kit. Quando vede partire un tiro, o quando pensa che stia per succedere qualcosa di interessante, clicca il pulsante e tutte le macchine scattano la stessa foto da angolazioni diverse. Ce ne sono due dietro i tabelloni, tre sul soffitto collegate agli strobo e le restanti posizionate nella zona dei parterre.

È così, ad esempio, che ha realizzato la foto del tiro di Jordan contro Utah, dopo il crossover al gomito su Byron Russell. Un tiro entrato nella leggenda che, paradossalmente, Bernstein non ha neppure visto partire. “Ero seduto come sempre sotto il ferro, ma era impossibile vedere qualcosa, con tutta la difesa davanti. Tutto quello che vedevo erano scarpe e calzini. Vidi soltanto Jordan iniziare l’uno contro uno dalla linea dei tre punti e la palla rimbalzare e Russell che scivolava. Quando vidi i piedi di Michael staccarsi da terra premetti il pulsante e pregai che la macchina all’altro lato del campo fosse a fuoco”.

Come Craig Sager, anche Bernstein in più di trent’anni di carriera è divenuto un protagonista vero e proprio della lega più bella di tutta il mondo. Più che un semplice interprete o cronista o reporter, il suo professionismo e talento lo hanno portato ad essere un volto accettato con gioia negli spogliatoi e sulle panchine, trattato con amicizia e rispetto da tutte le più grandi superstar del gioco, di oggi e di ieri.

Oggi, per problemi alla schiena, ha chiesto all’NBA di ridurre il numero delle trasferte durante la stagione regolare, e di fotografare il più possibile solo nella sua amata Los Angeles. Continua ad essere il fotografo ufficiale dell’All Star Game, delle Finali NBA ed è il Direttore della Fotografia dello Staples Center, del Nokia Live, dei Los Angeles Lakers, Clippers e Kings dell’Hockey, la sua vera grande passione sportiva.

Diceva Roland Barthes nel suo “La Camera Chiara”, che esistono due modi di godere di una bella fotografia. La prima è lo Studium, ovvero la serie di informazioni oggettive che una foto ci fornisce su un’azione, un personaggio, un evento. La seconda, più importante, è il punctum, ovvero l’aspetto emotivo, personalissimo e assolutamente illogico che ogni grande immagine riesce a suscitare dentro di noi, lasciandoci dentro qualcosa di inspiegabile. Proprio questo Punctum, diceva Barthes, è quello che rende le fotografie più belle della realtà stessa, e più preziose di ogni altra forma d’arte.


Ti svegli ed è primo pomeriggio. Se volete prendere nota, l’indirizzo è 13, Carrer del Pintor Fortnuy, Barcellona. Per chi ama i dettagli, i lampadari sono grandi candelabri di ottone giallo e le finestre di vetro satinato lasciano passare un solo un riverbero biancastro. Da dietro un divanetto, senti due uomini che ridono a crepapelle e pensi che dall’accento devono essere americani. Uno dei due alza una mano e fa un cenno a un tizio che sta dall’altra parte della sala e gli grida: “Andrew, Andrew, vieni qui, vieni qui, questa la devi sentire”. Il tizio arriva ed è tipo sudato fradicio e ha in mano questa piccola macchinetta portatile e tu speri davvero che faccia qualcosa per quella brutta stempiata che gli sta venendo in fronte. Quando arriva i due sul divanetto ridono da matti, tipo che non hanno neppure il fiato di dire qualcosa e il tizio se ne sta lì ad aspettare fino a quando non  sorride, guarda dentro la macchinetta e li inquadra. E il mondo fa silenzio. Improvvisamente non si sente più nulla. Se non questo. Clic.


BARCELONA – 1992: (L) Michael Jordan and Magic Johnson of the United States Basketball Team share a laugh during the 1992 Olympics in Barcelona, Spain. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this Photograph, user is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. Mandatory Copyright Notice: Copyright 1992 NBAE (Photo by Andrew D. Bernstein/NBAE via Getty Images)