Entrare nel bar di paese e finire risucchiati all’interno del vortice di argomenti mainstream è, senza ombra di dubbio, una delle situazioni più comuni che l’essere umano medio possa inserire, qualora servisse, nel proprio curriculum vitae. Parcheggiare la macchina, avviarsi a passo spedito verso l’ingresso, salutare i fedelissimi del tressette che già stanno vomitandosi offese l’un l’altro e sorridere fintamente al gestore che, già con lo sguardo, brama i tuoi soldi rappresentano gli step necessari al superamento indenne della più ordinaria delle serate, infrasettimanali ma non solo.

Ciò che può rendere particolarmente frustrante questo breve e talvolta inevitabile periodo di lontananza da genitori, coniuge e figli, suoceri o colleghi di lavoro è la solitudine che si prova nel rappresentare un unicum all’interno della banale sceneggiatura: quello che parla di basket.

Come i peschi fioriscono i primavera, arriva anche per lui il momento in cui rubare la scena e sentirsi, ogni tanto, preso in seria considerazione riguardo a quell’ingranaggio speciale che gli permette di affrontare intere nottate sveglio all’uopo di osservare un gruppo di individui che divinizzano una palla a spicchi di colore arancione: ad esempio, il periodo dei Playoffs NBA, gli Europei di Pallacanestro, le Final Four di Eurolega, il prossimo preolimpico.

Ignaro della viltà delle curiosità che proliferano nelle menti di chi lo circonda, l’individuo in questione accetta di aprirsi verso gli orizzonti dell’insegnamento ed accoglie calorosamente anche le peggiori domande che le sue orecchie possano udire. Per farla breve: “Come fai a stare sveglio la notte per vedere un basket?”.

Questa domanda, rivolta all’eroe di turno, evolve in due opposti scenari: il carcere o il proselitismo. Essendo sconsigliato dalla legge il ricorso alle più barbare pratiche di congiungimento col sole a scacchi, quello che parla di basket si ritrova, con gli occhi colmi di lacrime di giubilo e le ingiurie prontamente arrestatesi sulla punta della lingua, a spiegare al questionante di turno le proprie ragioni. “Beh, quando vedi le lotte a rimbalzo vinte da uno come Nate Robinson che ti arriva al costato, fai presto ad appassionarti”, sciorina lesto e sprezzante di fiducia l’interrogato. Io non ho ancora capito cosa siano i rimbalzi”, commenta l’altro.

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Ed è allora che l’idea di vestire una divisa a righe verticali bianche e nere per trascorrere un bel po’ di giorni dietro a delle sbarre può prendere il sopravvento, ma il vero amante del basket sa bene che la violenza, sia verbale che fisica, appartiene ad altri sport: raccogliendo i primi frammenti di pazienza da terra, dunque, l’enciclopedia di pallacanestro si apre ed incomincia a citare a grandi linee quei passaggi sì di base, ma necessari per la piena comprensione del gioco, al fariseo.

 

“Il rimbalzo è un fondamentale della pallacanestro. Quando un tiro sbagliato viene raccolto da un giocatore in campo, si ha un rimbalzo. Il nome deriva proprio dal fatto che la palla rimbalza sul ferro o sul tabellone prima di tornare giocabile.”

“Ah, ho capito! Io pensavo che fosse quando uno palleggia per terra, che fa rimbalzare la palla.”

 

Nonostante la disperazione palpabile, questi sono i piccoli ostacoli che il prescelto di turno deve riuscire a superare per potersi ritrovare a discutere in armonia del suo sport preferito: è il rito di iniziazione, il boss di fine livello, la conoscenza dei genitori di lei per poter finalmente aggiungere un altro posto dove andare per volersi tanto bene. Allontanando i primi spettri dell’alcolismo, il prode cavaliere si appresta a far notare come il suo interlocutore si stia piuttosto riferendo al palleggio, altro fondamentale della pallacanestro che, però, permette al giocatore di muoversi con la palla. L’accenno all’infrazione di passi del neo-adepto dona nuova linfa vitale a quello che parla di basket: sente di poter osare di più, si crede il re del mondo e quel senso di alienazione iniziale svanisce sempre di più. Prende il telefono, cerca un video che mostri le classiche migliori giocate della stagione, glielo consegna: Ma chi è questo accanto a LeBron James?”

E’ normale, quando non si è ancora dipendenti, incontrare difficoltà nel distinguere Danthay Jones da Richard Jefferson, anzi: ci si potrebbe anche ridere sopra, se non fosse che quello “accanto a LeBron James” è omonimo e pure abbastanza somigliante, per non dire identico al fratello forte, nonché due volte MVP della NBA, di Seth Curry. Insomma, non proprio uno di cui si è sentito a malapena parlare, come Olowokandi. “Olowochi?” è la domanda che lo fa congedare anticipatamente: troppa pressione addosso, nemmeno occorresse vincere gara-7 per portare un titolo nella propria città dopo 52 anni di digiuno.

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Gli inconvenienti, per quello che parla di basket, non assumono soltanto le sembianze del principiante che spara a caso: è assai poco raro che, nella tipica fauna del bar di paese, non si possa trovare un esemplare di pseudo-occasionale-conoscitore della NBA. E’ quel tipo di essere umano che ha visto qualcosa di buffo, oppure una serie di highlight di gioco veri e propri, e che spreca questo asso nella manica con l’eroe di turno, fresco fresco di isteria causatagli dal rookie di prima.

Ed ecco che si siedono fuori a bere qualcosa assieme, parlando del più e del meno, quando il sophomore esordisce imperterrito: “Ma te che segui la NBA, hai visto il tizio che ballava e che è stato ripreso ma lo hanno tipo arrestato? Se hai internet cerca il video e guarda!”.

Come se, del ritorno in Minnesota di Kevin Garnett, quello che parla di basket non conoscesse anche le virgole. “Sì, si chiama Dance Cam, la utilizzano in NBA negli intervalli di tempo costitutivi del gioco. Quello di cui parli tu è un tifoso dei Timberwolves, che lo aveva già fatto prima che Garnett se ne andasse per poi ripetersi l’anno scorso, una volta che il giocatore è tornato alla sua prima squadra”, chiosa il nostro eroe, per nulla desideroso di sembrare attratto dall’idea di rivedere ancora una volta quel video.

Perché neppure veder sorridere The Revolution può elidere il pensiero di collegare un tale lampo di trash all’integrale bellezza della NBA e, quello che parla di basket, lo sa benissimo. Però è prodigo, spera ancora di ricredersi, ha fiducia nel genere umano e rimane ad ascoltare i commenti.

Certo che se facessero una cosa del genere nel calcio sarebbe spettacolare

Ogni volta che qualcuno paragona il calcio al basket, nel mondo nasce un piccolo Hannibal Lecter con la divisa a mezze maniche di una franchigia NBA, ovvero il peggior esempio di serial killer spietato e crudele concepibile. E che si veste pure male.

Per contenere l’ira, cerca di far capire come i tempi del basket, determinati sia delle regole che dalla copertura televisiva, permettano questo tipo di spettacoli poco cestistici: una partita, infatti, è frammentata da almeno tre intervalli regolamentari più i timeout; ciò permette alle varie franchigie di offrire uno spettacolo di intrattenimento che supera il lato sportivo per entrare nell’arte, nella musica o anche – perché no? – nel trash. Nel calcio una cosa del genere non sarebbe possibile, perché l’unica interruzione regolamentare del tempo di gioco è quella fra un tempo e l’altro.

E’ a questo punto che il cricetino che aziona le valvole cerebrali dell’udente inciampa e caracolla fuori dalla ruota.

Però negli stadi potrebbero fare una cosa simile, io ci andrei a fare il coglione mentre ti riprendono, fai le risate!

Arrivati a questo punto, il firewall presente nella mente del martire cessa di funzionare e lascia campo libero ad un fiume di regole della pallacanestro: l’infrazione di 8 secondi, la sirena dei 24, i 3 secondi difensivi ed offensivi, i 10 o 12 minuti per ognuno dei quattro quarti, altri 5 minuti per ciascuno degli eventuali supplementari. Cerca disperatamente di far capire come la pallacanestro permetta costituzionalmente la presenza di questo lato “entertainment” e di come, anche se esso non fosse cavalcato, il gioco promette comunque spettacolo perché non esiste che una delle due squadre “smetta di giocare” per mantenere il vantaggio, come accade nel calcio. Inoltre, nella pallacanestro, non esiste il pareggio e non esistono astuzie ad esso correlate: si gioca per vincere, non per non perdere. Nulla da fare. Non c’è modo di evitare l’inutile paragone fra due sport diversi e che in maniera totalmente opposta attraggono lo sportivo di turno, ma questo, quello che parla di basket, non lo sa: infatti, è talmente confuso da concedersi il lusso di ammettere che, se Gara-7 fra Warriors e Cavaliers si fosse ipoteticamente giocata in contemporanea con la finale degli Europei di calcio, non avrebbe avuto problemi a preferire il romanzo americano alla soap-opera del proprio continente.

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Gli sguardi ricchi di stupore misto a sgomento, le parole bloccate per non voler offendere, lo sviare il discorso su binari condivisi sono situazioni che, come asteroidi, impattano nella vita sociale dell’amante della pallacanestro che si ritrovi a sopravvivere nell’ecosistema calciofilo. In casi come questo, purtroppo, piuttosto che generare delle semplici spallucce di abitudine, portano alla seria ipotesi di suicidio. Contempla la sedia più lontana e isolata del piazzale come ancora di salvezza: soltanto lui ed i suoi pensieri, le sue sensazioni, le sue ipotesi sulla partita che vedrà nella notte, come il risultato possa cambiare il destino dell’una o dell’altra squadra. L’oasi nel deserto.

Ad un tratto, come lo stipendio mensile, una luce in lontananza sembra decisa a risplendere su di lui: è l’amico che non solo segue il basket, ma ne parla più che volentieri in maniera tutt’altro che disinteressata. Ciliegina sulla torta: tifa una squadra NBA, i Miami Heat. Dopo ore di sevizie, è possibile anche trascurare la ragione per cui, nell’autunno 2014, egli si era dichiarato tifoso dei biancorossoneri di South Beach: perché ci gioca LeBron James.

Il junior viene prontamente assalito da quello che parla di basket, il quale mostra fieramente la maglia ritraente il giocatore preferito da entrambi. Nasce una felice discussione su questa serie finale in corso, su come i Cleveland Cavaliers fossero stati dati per spacciati già tante di quelle volte da non avere nessuno motivo per non affermarlo nuovamente. I due parlano di come possa evolversi il mercato durante la free-agency, dei nuovi rookies pronti a diventare future stelle, dell’attesa palpabile nei riguardi dell’ormai imminente atto finale di una serie in parità, ma poco combattuta: troppo divario in ogni partita, gioco di squadra quasi assente, tante incertezze. Il pensiero di quello che parla di basket vola ad altre Finals che si ricorda essere state molto più elettrizzanti: quella del 2005, del 2010, del 2011, del 2013 e pure quella del 2014, nonostante il risultato dica il contrario, hanno tutte un posto speciale extra-lusso nel suo cuore.

Che bei momenti, che belle sensazioni: il fatto di aver trovato qualcuno che lo possa comprendere aziona in lui la valvola della lacrimuccia facile e quasi scoppia in un fragoroso pianto. Però si contiene, perché la sua figura di “alto conoscitore di pallacanestro” non può essere intaccata dalla fragilità delle emozioni umane. Prende coraggio e decide di chiedere al suo interlocutore: “Allora, sei pronto per stanotte? Alle 2:00 su Sky Sport 1 parte la diretta con Tranquillo e Pessina, ma io ho iniziato il prepartita alle 22:00 con i miei amici su Whatsapp!”

“No, io la guardo domani in replica, perché non mi va di stare sveglio.”

Nessuno si preoccupa di queste persone. Non esistono ONLUS ad esse dedicate, associazioni umanitarie che investano per migliorarne la vita quotidiana; nessuno prega per loro, nessuno si organizza per donar loro un sorriso o anche soltanto un momento di quiete.

Quelli che parlano di basket nei bar di paese stanno scomparendo, risucchiati dal vortice di volontaria ignoranza e negligenza di coloro che li circondano. Aiutateli ad evitare l’estinzione e che il germe che considera il basket uno sport inguardabile proliferi ancora.

Nel caso in cui, un giorno, vi recaste in una simpatica località di campagna, non perdete tempo ed entrate nel primo circolino pieno di anziani che giocano a tressette offendendosi, di gestori dall’igiene discutibile, di assai poco spazio per respirare e guardatevi intorno: potrebbe esserci un tale, scomodamente seduto ad un tavolino, da solo, visibilmente ubriaco.

Fategli una domanda sul basket e salvategli la vita.

 

di Giacomo Casalini