Il basket non è stata la mia prima passione. È stata ed è l’unica.

Ho preso in mano il pallone per la prima volta quando avevo 4 anni e non ho più smesso. A malapena sapevo camminare quando iniziai ad andare al campetto, a Osimo, inseguendo mio fratello maggiore Gianluca, che ha due anni più di me. Mia madre ci portava insieme e io giocavo con i bambini della sua età. Nei primi anni giocato spesso con ragazzi più grandi di me per cui ho dovuto imparare in fretta per mettermi al loro passo. È stata una grande scuola per me.

Sono subito entrato nelle giovanili della Robur Osimo, facendo tutta la trafila tra le varie categorie e squadre.

Poi un ultimo anno alla Stamura Ancona. Giocavo da guardia e coltivavo il mio sogno: quello di diventare come Tracy McGrady, il giocatore che per primo mi ha rapito il cuore. La partita dei 13 punti in 35 secondi è un chiodo fisso nella mia testa da sempre: è il non mollare mai racchiuso in quel minuscolo spazio temporale. L’ho preso ad esempio in tanti momenti di difficoltà.

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Una foto pubblicata da Gianmarco Tamberi (@gianmarcotamberi) in data:

Ogni giorno, dopo la scuola, filavo di corsa in camera a prendere la borsa per andare a fare allenamento. Lì mi sentivo davvero me stesso, ero davvero felice. E infatti i miei, quando volevano punirmi, mi dicevano “oggi non vai ad allenamento”. Rigavo subito dritto.

Il salto in alto l’ho incontrato cammin facendo. E non è stato mio padre a convincermi. A 16 anni vinsi i campionati italiani studenteschi senza fare un solo allenamento e da allora tutti, parenti, amici, conoscenti, hanno iniziato a spingere affinché coltivassi quel talento. A tutti dicevo “ma no, io voglio giocare a basket, sono innamorato della pallacanestro”. Alla fine però ci ho provato. In tre mesi di allenamento strappai il pass per i Mondiali categoria allievi, è nato lì il Tamberi saltatore. È stata una mia scelta, certo, ma salto perché sono bravo a farlo. Il mio amore più grande resta sempre e solo quello per il basket.

[His Airness Gimbo]

Tra l’altro è proprio di quegli anni, gli ultimi in cui ancora giocavo “a tempo pieno”, una delle partite che ricordo in maniera più nitida. Avrò avuto 15 o 16 anni e con la mia Robur affrontavamo Matelica, squadra in cui giocava un talento straordinario di nome Marco Santiangeli. Sicuramente il giocatore più forte con il quale ho giocato contro alle giovanili. Ho incrociato più volte anche Achille Polonara, ma da piccolo non era ancora il fenomeno che poi è diventato. E poi quando è iniziato ad esplodere è andato a Teramo e quindi non ci siamo più incontrati. Comunque, tornado alla partita: era un match fondamentale per noi, avevamo assoluto bisogno di vincerla. “Santo” faceva ciò che voleva da ragazzino e mi toccava marcarlo. Rientravo da un infortunio ed avevo parecchi timori nel difendere su un giocatore così forte sia per talento che per capacità atletiche. Ebbene, sfoderai una partita clamorosa, feci una trentina di punti, 4-5 palle rubate e dominai a rimbalzo. Sapete, saltavo parecchio già allora! Insomma, riesco a ribattere colpo su colpo e arriviamo alla fine punto a punto. L’ultima palla, però, ce l’ha Matelica e indovinate chi se la prende? Ovviamente lui: qualche palleggio, finta e tripla della vittoria a due secondi dalla fine in faccia a tre persone. Ho capito lì che sarebbe diventato un grandissimo giocatore. Ma fare una partita del genere in quello scontro mi gasò ai massimi!

tamberi

A marzo scorso, prima di partire per Portland per i Mondiali indoor che poi ho vinto, avevo già deciso di passare da Houston. Sono tifosissimo dei Rockets proprio per via di McGrady e ora adoro James Harden. Ci unisce la barba… Poi però tramite Marco Aloi, direttore operativo della Vuelle Pesaro, si è creata una possibilità: lui è in contatto con Gianluca Pascucci, che lavora ai Rockets e che aveva letto sulla Gazzetta dello Sport un articolo in cui parlavo della mia passione per la franchigia. Così mi ha fatto sapere tramite Marco, appunto, che se volevo essere loro ospite non ci sarebbe stato alcun problema, avrebbe pensato a tutto lui. Ovviamente ho accettato ed è stata una figata, non finirò mai di ringraziarlo. Una volta a palazzo mi hanno fatto vedere gli spogliatoi, presentato tutti i giocatori compreso Harden, del quale ho incorniciato in camera la sua canotta autografata. Un sogno! Praticamente ho vissuto tutto il prepartita lì con loro, è stato pazzesco! Potete immaginare che roba, stare in campo con il Barba, Howard e tutti gli altri, stare con loro mentre facevano i massaggi o si preparavano… Emozioni che non riesco nemmeno a descrivere a parole!

[Full and Half Shave]

Gli allenamenti in pedana sono duri, mio padre non mi molla tanto facilmente. Ma la passione per il basket non si spegne mai. Tanto che 4 anni fa avevo provato a tornare, giocando con Il Campetto Ancona nel campionato di serie D. Mi mancava, mi manca troppo il parquet, ma con gli allenamenti di atletica riuscivo solo saltuariamente ad allenarmi con la squadra e non sempre riuscivo ad andare alle partite. Tra l’altro la squadra vinse il campionato quell’anno, posso dire di aver dato anche io un piccolissimo contributo!

Al campetto, però, ho continuato praticamente sempre ad andare. È una calamita, è più forte di me. Ho, o è meglio dire avevo, un gruppo su Whatsapp con una trentina tra amici e conoscenti che usiamo per organizzare le partitelle. Andavo spesso a giocare conscio che sarebbe bastato un infortunio a togliermi il sogno delle Olimpiadi. Tornavo spesso a casa la sera pentendomi dei rischi che mi prendevo. Ma non ce la facevo, era più forte di me. Per questo ho dovuto chiedere agli altri di cancellarmi per non farmi sapere nulla ed evitare quindi problemi o distrazioni nei mesi precedenti Rio.

Che beffa che invece lo stop lo abbia trovato proprio in pedana, lontano da frusci di retina e fischi di gomma sull’asfalto. Ora mi tocca guardare gli altri e questo fa ancora più male del dolore alla caviglia. Al massimo posso tirare la palla di gommapiuma nel canestro che ho in sala. Sì canestro, non di quelli di plastica. Proprio uno regolamentare, a 3,05 di altezza!

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Lo scorso weekend ho organizzato insieme a mio cugino Leonardo ed altri amici il Silverback Streetball ad Ancona, un torneo 3 contro 3 tra i più belli e conosciuti delle Marche. Organizziamo anche la gara delle schiacciate, e di solito partecipo anche, ma stavolta ho potuto fare solo il giudice.

Se avessi vinto le Olimpiadi di Rio, sarei tornato a giocare a basket. Dopo Tokyo avrò 28 anni, sarò un po’ vecchiotto per rimettermi le scarpette. Ma mai dire mai…

 

di Gianmarco Tamberi

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Una foto pubblicata da Gianmarco Tamberi (@gianmarcotamberi) in data:

 

Con la supervisione di Marco Pagliariccio

Disegno di Tamberi in copertina a cura di David Agapito