Sul finire del mese di luglio, l’allora aspirante candidato alla presidenza della Federcalcio Carlo Tavecchio, uomo universalmente noto per la pacatezza e la profondità delle sue dichiarazioni, con il consueto tatto simile a quello di un rinoceronte in una vetreria di Murano affermò ciò che segue: “Nel calcio si pensava che le donne fossero handicappate rispetto al maschio, ma abbiamo riscontrato che sono molto simili”. Tralasciando la delicatezza e la soavità del concetto poc’anzi espresso, c’è un fondo di verità in quello che apparentemente potrebbe sembrare uno dei numerosi deliri di Tavecchio: molti ambienti sportivi, in particolar modo quelli relativi a sport di squadra con contatto fisico come possono essere calcio e basket, hanno spesso una mentalità spiccatamente maschilista. Non si parla solo dal punto di vista pratico -dove è logico che la maggior fisicità e il maggior atletismo degli uomini, uniti alle misuri uguali del campo e delle strutture come porte e canestri, rendano la versione maschile più spettacolare- ma anche di un punto di vista concettuale, dove teoricamente saremmo invece tutti equidotati. Quante volte avrete sentito battute sul fatto che una ragazza non possa comprendere la regola del fuorigioco o concetti tattici come stagger, box and one o pick ‘n’ roll?

E’ quindi conseguenza logica che le ragazze debbano non solo affrontare gli scogli degli svantaggi pratici rispetto allo sport maschile, ma anche a scontrarsi contro ostacoli ancora più grandi come la diffidenza o i pregiudizi. Chi si ricorda quanto durò l’esperienza da allenatrice di Carolina Morace, quando nel 1999 fu assunta a dirigere una squadra di calcio maschile, la Viterbese, in Serie C1? Meno di una scorta di Cipster in casa di Schortsianitis, eppure si trattava della più grande calciatrice nella storia sportiva del nostro paese.

Insomma, è credenza comune che le donne nello sport non possano essere accostate ai maschi non solo da un punto di vista pratico, ma anche da un punto di vista cognitivo e intellettuale. D’altronde quale sportivo maschio si farebbe allenare, spiegare concetti tattici e dare consigli tecnici senza problemi da una donna? Nella mentalità machista che predomina nel calcio e nel basket, è come se un uomo volesse spiegargli come si stirano le lenzuola o a fare il punto croce.

Fortunatamente però esistono le eccezioni, e una di queste ha un nome ben preciso: Rebecca Lynn Hammon, universalmente conosciuta come “Becky”.

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Becky Hammon è diventata martedì notte una pioniera del basket femminile, una sorta di Sacagawea della palla a spicchi. Nella sera in cui Ettore Messina faceva il suo debutto al fianco di Gregg Popovich, sulla stessa panchina, esattamente alle spalle dei due santoni del basket americano ed europeo, la figlia di Martin e Bev Hammon, 37enne originaria del South Dakota, diventava la prima assistente allenatore ufficiale della storia della NBA. Una svolta per la quale sono necessari tanto talento e tanto coraggio, conquistata da una che in quanto a talento e coraggio non ha mai difettato.

La storia di Becky Hammon parte dal basso ed è quella di una ragazza che ha dovuto conquistarsi da sola e con fatica ogni piolo della scala che è riuscita a salire, passo dopo passo. Fin da piccola mostra una spiccata passione per il basket, ma non trova molte altre ragazze con cui giocare e quelle poche che trova non sono minimamente al suo livello, quindi si abitua a giocare al campetto con il fratello maggiore e i suoi amici. Essendo più piccola fisicamente e di età, ogni volta che Becky prova ad avventurarsi in area viene spazzata per terra dai ragazzi che, ovviamente, non vogliono correre il rischio di farsi segnare in faccia da una ragazzina per poi essere presi in giro per i giorni a venire. Hammon imparerà così a usare il corpo, a battere difensori più grossi e atletici dal palleggio e a trovare soluzioni di tiro e parabole differenti. Nonostante una carriera liceale trascorsa vincendo ogni premio individuale che ci fosse da vincere nel South Dakota, nessuna grande università decide di dare una chance e una borsa di studio alla giovane Becky: quello stato molto raramente produce prospetti interessanti, quindi tante università non inviano mai neanche gli scout, mentre le altre rimangono perplesse dalla stazza (168 cm) di una giocatrice che peraltro non dimostra neanche particolare rapidità. Hammon sceglie quindi di andare a giocare a Colorado State University, college non di primissimo piano. Con i Rams mette assieme numeri da leggenda, vincendo tre volte il titolo di giocatrice dell’anno della Western Athletic Conference e infrangendo tutti i record dell’ateneo e della conference di appartenenza, compreso quelli di punti totali (2740) per maschi o femmine, sebbene sia una playmaker, superando così il precedente primato di Keith Van Horn per diventare la leader all-time della WAC.
Nonostante questo, anche dopo il college i dubbi rimangono gli stessi e nessuno dà fiducia a Becky Hammon. Nel draft WNBA del 1999 non viene neppure scelta nelle 50 chiamate a disposizione delle varie squadre, con i GM delle varie franchigie che le preferiscono anche alcune carneadi semisconosciute che, ovviamente, poi non vedranno mai neanche il parquet. Qui altre giocatrici si sarebbero potute arrendere o quantomeno deprimere, ma non Hammon.

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Lei aspetta la sua chance e questa si concretizza con un contratto offerto dalle New York Liberty. Nella Grande Mela va a scuola da Teresa Weatherspoon, grande playmaker vista per anni anche a Busto Arsizio e Como, che si sta ormai avviando verso la fine della carriera e ha bisogno di un backup con forze fresche. Becky è nel fiore degli anni e ha anche la voglia di spaccare il mondo, così studiando le mosse di Weatherspoon e coprendole le spalle come riserva, mette assieme cifre solide e aiuta le sue Liberty a raggiungere la finale WNBA contro le fortissime Houston Comets. Qui accade un episodio che fa capire cosa abbia visto coach Popovich in Hammon per proporle un ruolo del genere. Durante gara1 il coach di New York, Richie Adubato, lascia seduta Becky in panchina per tutto il secondo tempo, temendo che una rookie potesse soffrire la pressione dell’evento e i 17mila (sì, negli USA le partite femminili le guardano in 17mila) del Madison Square Garden. A fine della partita, peraltro persa, Adubato avvicina Hammon e le chiede scusa per non averla fatta giocare, spiegandole che essendo l’unica partita in casa della serie (le finali WNBA si giocavano al meglio delle tre con gara2 e gara3 in casa della squadra meglio piazzata) e giocando contro una squadra così forte, aveva temuto che la pressione potesse essere troppa da gestire per lei. Becky non fa una grinza, guarda dritta negli occhi Adubato e risponde: “Coach, non avere mai paura di mettermi in situazioni difficili. You’re going find out that i thrive on pressure”. Sostanzialmente: Avrai modo di scoprire che io nella pressione, ci sguazzo, ci prospero, è il mio habitat. Frasi che in altre circostanze potrebbero quasi apparira da spaccona, ma Hammon invece ha perfettamente ragione e lo sa bene. New York perderà la serie 2-1 a Houston (con Weatherspoon che in gara2 segnerà il canestro più famoso della storia della WNBA, una tripla da metà campo sulla sirena per interrompere la festa delle Comets e portare la serie a gara3), però quelle frasi rimarranno ben impresse nella mente di Adubato, che nelle stagioni successive renderà Becky Hammon un pilastro delle sue Liberty.

Col passare degli anni la piccola Becky riesce non solo a costruirsi credibilità in WNBA e in Europa, dove le giocatrici americane si spostano a giocare durante la stagione invernale, con il campionato pro che invece si tiene in estate, ma addirittura a diventare una delle migliori playmaker in assoluto. Nella sua carriera europea viene a giocare un anno anche in Serie A1 in Italia, nel 2001/02 con la maglia della Risto3 Rovereto, e in questa tranquilla cittadina del Trentino inizia a mostrare anche da questa parte dell’oceano tutto il suo talento. Anche in WNBA continua a crescere, grazie alla sua durezza mentale, all’intelligenza cestistica e all’estrema competitività, oltre ovviamente a delle mani da clavicembalista che le permettono di avere un ball-handling, un tiro e una capacità di passaggio pari a poche altre giocatrici. Nel corso degli anni viene scelta 6 volte per l’All-Star Game, in un paio di occasioni viene eletta nel quintetto ideale della WNBA e altre due volte fa parte del Second Team. La sua carriera però cambia nettamente in un anno preciso, il 2007.

Durante il draft, le New York Liberty vogliono a tutti i costi Jessica Davenport, centro uscito da Ohio State appena preso con la seconda scelta assoluta dalle San Antonio Silver Stars. Per averla, New York spedisce in Texas una scelta per il secondo giro dell’anno seguente e Becky Hammon. Meno di due anni dopo Davenport verrà tagliata dalle Liberty, oggi invece Hammon fa parte delle migliori 15 giocatrici della storia della WNBA, dove è stata inserita nel 2011.

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Dicevamo del 2007: con il trasferimento a San Antonio, Becky inizia ad avvicinarsi anche al mondo degli Spurs, di cui le Silver Stars sono la squadra “sorella”. Conosce Tony Parker e Tim Duncan, di cui diventa amica in breve tempo, e comincia a studiare da vicino l’impostazione di una tra le migliori squadre del mondo, gestita e allenata in una maniera differente da tutte le altre 29 franchigie NBA. In Texas troverà anche alcuni dei suoi migliori giorni da giocatrice, stabilendo i propri massimi in carriera in punti (19.5 nel 2009) e in assist (5.8 nel 2011), oltre a chiudere numerose partite di playoff oltre i 30 punti. Ma il trasferimento a San Antonio non è l’unico avvenimento di quel 2007. Conclusa la stagione WNBA, Becky torna in Europa, questa volta accettando non una chiamata qualsiasi, ma quella del CSKA Mosca. La squadra è forte ma vince solo la Coppa di Russia, arrendendosi invece in campionato ma soprattutto in Eurolega a sorpresa nei quarti di finale contro Ekaterinburg. Però l’anno in Russia fa nascere un’idea particolare in Becky: stanca di essere ripetutamente snobbata dalla nazionale del suo paese, comincia ad interessarsi su una possibile naturalizzazione. Quando Anne Donovan, allenatrice di Team USA, dirama le convocazioni per Pechino 2008 ancora una volta il nome di Becky Hammon non c’è. Ma Becky si fa trovare pronta: l’allenatore della Russia è Igor Grudin, direttore sportivo al CSKA, e Hammon gli ha già spiegato tutto. In breve tempo arriva il rinnovo triennale con l’Armata Rossa e la conseguente naturalizzazione, che le permette di essere convocate per le Olimpiadi con la nazionale russa. In America esplodono le polemiche e si monta un caso che finisce addirittura su giornali e tg nazionali. Alcuni la bollano addirittura come una traditrice della patria, anche coach Anne Donovan la critica duramente: “Se giochi in questo paese, vivi in questo paese, cresci nel cuore di questo paese ma indossi una divisa della Russia, allora per me non sei una persona patriottica”. La dura replica di Becky Hammon, che non vuole passare per una traditrice, ma per una che semplicemente non ha paura di prendere scelte coraggiose e magari anche scomode, non si fa attendere: “Non mi conoscete, non sapete cosa realmente la bandiera americana significhi per me e non sapete come sono cresciuta. Quando andavo a scuola il massimo onore possibile era poter essere scelti per issare la bandiera in classe, stando attenti che non toccasse terra con gli angoli o ripiegandola bene quando la toglievi. Amo il mio paese, amo il suo inno e talvolta mi dà pure i brividi, sono onorata di essere americana e di essere parte di questo paese, ma evidentemente abbiamo una visione differente del concetto di patriottismo”. Alcuni la criticano anche asserendo che la sua è una scelta meramente economica, per poter portare a casa il bottino dei generosi bonus messi in palio dalla federazione russa o perché il suo stipendio al CSKA, potendo giocare da passaportata, verrà così triplicato. Lei invece risponderà di essersi trovata davanti a due scelte, quella di sedersi e guardare Pechino 2008 dal salotto di casa o quella di provare a realizzare il proprio sogno, quello di giocare alle Olimpiadi, cosa che altrimenti non avrebbe mai potuto fare con la maglia del proprio paese. Il sogno lo realizzerà, vincendo il bronzo nella finale 3°/4° posto contro le padrone di casa della Cina con 22 punti in quella partita, e tante persone che inizialmente le avevano dato contro, coach Donovan compresa, torneranno sui propri passi cambiando idea sulla questione.

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Ma torniamo ai giorni nostri. Il 13 luglio 2013 giocando una partita di WNBA contro le Los Angeles Sparks, la ormai 36enne Becky Hammon si rompe il crociato anteriore sinistro. Già il recupero da un infortunio del genere è lungo, figurarsi a quell’età e con un fisico logorato da anni e anni trascorsi sui parquet di tutto il mondo. Becky però non si deprime e decide di utilizzare in maniera differente quel tempo libero che inaspettatamente si ritrova ad avere. Nella testa di Hammon, che sa di essere ormai al capolinea della carriera, c’è solo un obiettivo: diventare un’allenatrice. Qualcuno le propone di lavorare come commentatrice in tv, portando anche come possibile argomento per convincerla il fatto che da telecronista non si può mai uscire da un palazzetto da perdente. “Vero, ma non uscirai mai neanche da vincente” è la secca replica di Becky. Allora chiede a coach Dan Hughes, allenatore delle Stars, se può mettere una buona parola con il suo “omologo” Gregg Popovich per assistere a qualche allenamento dagli Spurs, in modo da studiare il loro sistema e il loro modo di lavorare. Popovich, conoscendo le sue doti da giocatrice di grande applicazione e smisurata intelligenza (oltre ad apprezzare il coraggio avuto nella scelta di giocare per la nazionale russa, anche se questo non l’ha mai ammesso), accetta subito con un entusiasmo finanche raro per una persona come lui. Ma come accade spesso con i geni, un’ispirazione arrivata da lontano lo ha già folgorato. Becky inizia assistendo agli allenamenti degli Spurs, poi viene ammessa alle sessioni video, poi alle riunioni tecniche dello staff degli allenatori, poi le viene chiesto qualche parere e gradualmente, sfruttando un parallelismo usato dalla stessa Hammon, la palla di neve iniziale, rotolando sul fianco della montagna, diventa una valanga. Nel giro di breve tempo Hammon si ritrova, da membro non ufficiale dello staff tecnico, a dirigere alcuni esercizi, a parlare coi giocatori e a confrontarsi con gli altri allenatori su questioni tattiche. La sua determinazione, il suo entusiasmo e la sua sconfinata intelligenza cestistica conquistano tutti. I giocatori la adorano e non si fanno problemi ad accettare un suo consiglio o una sua correzione, Popovich è in brodo di giuggiole e la vuole sempre al fianco della squadra, talvolta anche in partita sedendosi alle spalle della panchina. “E’ perfetta, sa quando deve parlare e cosa deve dire, ma sa anche quando deve tacere. Può sembrare una cosa semplice, ma invece tanta gente non ne ha la minima idea. Lei invece sa relazionarsi, conosce il gioco e lo capisce, sa qual è la cosa giusta da fare. Mi ricorda Avery Johnson e Steve Kerr”, parole e musica di Gregg Popovich, che dà così la sua investitura a Becky Hammon.

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Superato il lungo infortunio, Becky Hammon torna in campo per la stagione 2014 della WNBA, sapendo però che sarà la sua ultima. Gioca tutte le partite tranne due, ma nel corso della stagione dà l’annuncio che a fine campionato si ritirerà. Passano poche ore e sul cellulare le arriva una chiamata da coach Popovich in persona. E’ il 5 agosto 2014 quando i San Antonio Spurs annunciano di aver messo sotto contratto Becky Hammon come assistente allenatore, la prima donna a ricoprire un ruolo del genere a tempo pieno nella storia della NBA. Meno di tre settimane dopo, il 23 agosto, Becky gioca la sua ultima partita in carriera, segnando 12 punti con 4 assist nella sconfitta contro Minnesota che elimina le Stars dai playoff. Per Hammon finisce un’avventura, costruita passo dopo passo con la propria tenacia, e ne comincia un’altra, se possibile ancora più difficile. Ma Becky -una a cui piace l’adrenalina al punto di nuotare tra gli squali o fare skydiving- non ha paura di nulla, come già aveva detto a suo tempo a coach Adubato. Anche Gregg Popovich è uno fatto di quella pasta: “Al momento dell’annuncio la gente è impazzita come se avessimo salvato il mondo dal fascismo o fatto chissà che cosa. Sarebbe più importante invece dare credito a lei, per quello che è e quello che sa fare”. Nel giorno della sua presentazione, gli Spurs non hanno mai fatto riferimento una sola volta al suo genere sessuale, non sottolineando mai il fatto che fosse una donna, ma solo cosa avrebbe potuto portare in più alla squadra. E nonostante tutti i pregiudizi e i simil-Tavecchio di questo mondo, una come Becky Hammon, che ha sempre avuto i pronostici a sfavore fin dai tempi del liceo ma ce l’ha sempre fatta, non si farà spaventare neanche questa volta. Essere una allenatrice donna in una squadra di maschi non dev’essere poi così diverso da quando giocava contro i ragazzi più grandi a Rapid City o da quando vinse 100 dollari in una gara di tiri da metà campo contro Reggie Miller, tanto più per una il cui hobby è nuotare al fianco degli squali. “You’re going find out that i thrive on pressure”. E’ vero Becky, ce ne siamo accorti anche noi.

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