Nello sport vincono i buoni, quasi mai. Vincono i cinici, i caparbi, i più bravi. Soprattutto, i più fortunati. Calma, lo sport non è casualità: la fortuna di cui si parla deriva dai sacrifici, dalla capacità di creare presupposti reali. E’ la più classica de “la fortuna che aiuta gli audaci”, per intenderci. Ricordate Steven Bradbury? Non so esattamente se questo pattinatore su ghiaccio australiano fosse realmente un audace: sicuramente non il più bravo, ma cinico e fortunato.
Caddero tutti quella sera a Salt Lake City e Bradbury, ultimo per distacco, vinse la medaglia d’oro. Se non l’avete mai visto, credeteci: è tutto vero.

Cinismo, caparbietà, fortuna, si era detto: c’è infine il talento, una categoria a parte. Immaginatelo, il talento, come una molecola di un organismo che per vivere ha bisogno di accoppiarsi al più presto, di fondersi con un’altra entità simile. E allora si muove in cerca di un’altra molecola che lo completi, che lo valorizzi. E quando riesce a trovarla? Può sentirsi appagato o può, come una calamita, attirarne altre creando qualcosa di straordinario. Quando invece il talento non riesce ad accoppiarsi con la fortuna, rimanendo un eterno incompiuto, ecco che viene a crearsi qualcosa di nostalgico ed inspiegabile. Per dargli un nome, Brandon Roy.

Portland Trail Blazers v Los Angeles Lakers

Nasce e cresce a Seattle, città con tradizione cestistica che vive con passione il rapporto con questo sport e dove Brandon si avvicinerà alla pallacanestro grazie all’Amateur Athletic Union, una sorta di polisportiva no-profit nata per creare delle possibilità per tutti: “sports for all, forever” recita il motto.
Poi la Garfield High School, sempre a Seattle, palcoscenico che sembra stare stretto al talento di Brandon Roy. O meglio, lo è già: già immarcabile, già con l’attitudine del campione, già con qualche marcia in più rispetto a tutti gli altri. E’ l’estate del 2002 quando B-Roy sembra destinato al grande salto, dalla high school alla NBA, una scelta drastica che implica una rinuncia importante. Forse troppo, così tanto da portare il nativo di Seattle a intraprendere la strada probabilmente più giusta: il college.
Sceglierà gli Huskies di Washington sotto la guida di Lorenzo Romar, ex giocatore NBA, visto anche in Italia a Roma in una lunga e intensa parentesi durata la bellezza di due partite. Quattro anni in cui Brandon Roy vincerà qualsiasi tipo di riconoscimento personale senza però riuscire a mettere le mani sul “sacro Graal”, il tanto ambito trofeo universitario. Nell’anno da senior, per la cronaca, venti ad allacciata di scarpa: non c’è più nulla a cui pensare, il sogno NBA, questa volta, è davvero è alle porte.

UW-Brandon-Roy

Un draft di incognite quello del 2006: alla #1 il “nostro” Andrea Bargnani, seguito da LaMarcus Aldridge e Adam Morrison, di cui si cerca ancora, da qualche parte, il senno. Brandon Roy scivolerà alla #6 scelto dai Minnesota Timberwolves per essere poi scambiato per Randy Foye, scelto alla #7, con i Portland Trail Blazers, dove troverà proprio Aldridge e coach Nate McMillan.

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Ne scrive venti all’esordio viaggiando intorno ai 15 di media in stagione, ma i playoff per i “suoi” Trail Blazers sembrano ancora un obiettivo lontano. Il suo cognome però recita da sigla: Roy come “rookie of the year”, riconoscimento ampiamente meritato e stravinto sbaragliando una concorrenza nemmeno troppo serrata. L’anno successivo Roy è tra i dieci eletti per l’All Star Game e trascina i Trail Blazers ad un bilancio di 41-41, tuttavia non ancora abbastanza per strappare un biglietto per i playoff.

L’off-season del 2008 è fondamentale per Portland: presi Batum e Fernandez, recuperato dal grave infortunio Greg Oden (scelto alla #1 appena un anno prima, al posto di Kev… lo diciamo? Kevin Durant), Rip City sembra aver trovato la quadratura giusta. Brandon Roy finisce però per la prima volta sotto i ferri, per ripulire dei residui di cartilagine che gli disturbano il ginocchio: non abbastanza per impedirgli di essere in campo nel match di apertura, contro i Los Angeles Lakers, non abbastanza per frenare l’esuberanza del suo abominevole talento. Ne segna 22 di media a partita con 5 assist e 5 rimbalzi, trascinando i Trail Blazers ad una stagione da 54-28, coronata dal raggiungmento dei playoff, in cui gli uomini di McMillan dovranno arrendersi agli Houston Rockets di un altro incredibile talento ignorato dagli dei del basket, Tracy McGrady. La stessa squadra che pochi mesi prima Brandon Roy aveva “scherzato” con due magie davanti al proprio pubblico del Rose Garden, segnando in nove secondi il primo sorpasso, poi pareggiato e superato da un canestro e fallo di Yao Ming, e ricevendo, con otto decimi da giocare, la rimessa per vincere la partita. Tiro da nove metri, bingo. Se avete qualche ora da spendere ecco il video: qualche ora perchè la parabola disegnata da B-Roy non finisce mai.

Nella stagione successiva i Trail Blazers si confermeranno una squadra solida in regular season ma non ancora pronta per dire la propria ai playoff. Roy gioca 65 partite su 82, il ginocchio continua a limitarlo. Non solo, il problema si impossessa anche dell’altra gamba precludendo ogni possibilità di riuscire a giocare con continuità. Ai playoff, scherzo del destino, Portland incrocia Phoenix, la stessa squadra contro cui Roy, appena un anno prima, aveva scritto un pezzo della propria storia personale, segnando il carreer-high di 52 punti, in una serata di rara onnipotenza cestistica.

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La luce, però, si stava facendo sempre più fioca. Dalle 65 partite giocate del 2009/2010 Roy passa alle 47 del 2010/2011: è un giocatore da gestire che non può sopportare più di un certo carico, e a cui non si può più chiedere di essere il giocatore franchigia che il suo talento gli avrebbe permesso di interpretare. Portland conquista il terzo playoff consecutivo per giocarsi il primo turno contro i Dallas Mavericks, poi campioni NBA. Facile dedurre il risultato della serie dunque, serie che fece però da palcoscenico ad una delle rimonte più esaltanti  della storia recente e non solo. 67-49 Dallas all’inizio dell’ultimo quarto di gioco: Roy prende per mano i suoi, attacca sistematicamente Kidd che non ha una singola chance di marcarlo, segna la tripla del meno uno a cui risponde Dallas con un altro siluro. A un minuto dal termine si inventa un gioco da quattro punti, impattando la gara a quota 82. I Mavs sprecano, palla ancora nelle mani di Brandon Roy che attacca il centro in isolamento, palleggio arresto e tiro in mezzo all’area su una difesa da antologia di Shawn Marion, vince Portland. Sarà l’ultimo (vero) valzer di un fenomeno.

I problemi alle ginocchia non gli lasciano più scampo: nell’estate del 2011 si sottopone all’ennesima operazione annunciando il primo ritiro. Nel 2012 il timido e insperato ritorno a Minnesota, da dove tutto era iniziato. Gioca cinque partite, poi il cuore si fa da parte e a decidere questa volta è la testa. il 10 maggio 2013 i Timberwolves lo rilasciano. Brandon Roy annuncia il ritiro, questa volta è finita per davvero.

Quella di Brandon Roy è una storia indecifrabile. E’ una di quelle storie che ti lasciano più dubbi che certezze, per le quali si sprecano i “perchè?” che poi non si trovano mai. Sono storie effimere, per cui si gode troppo poco e che invece dovrebbero farti godere una vita intera. Giocatore totale, ottimo difensore, attaccante mortifero. Esce di scena a 29 anni, nella piena maturità, per colpa di un infortunio irrecuperabile. Con Brandon Roy il talento non è riuscito a trovare la molecola in grado di completarlo e di renderlo qualcosa di speciale: cinico, bravo e caparbio ma un audace ignorato dalla fortuna.
Mentre si chiude il sipario rimane giusto il tempo per un’ultima sbirciata: i lampioni della strada percorsa sono quasi spenti, a illuminare la via è la luce rossa del tabellone che si accende sulla sirena. Non si muove una foglia ma ad interrompere il silenzio ecco il boato del Rose Garden, ha segnato ancora allo scadere. Poi tutto torna tacere.
Buona fortuna Brandon.

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(disegno di Brandon Roy in copertina, a cura di http://fanciullodelghetto.blogspot.it/)