Ogni squadra di basket che si rispetti ha un luogo dove finire le proprie serate. I veri professionisti vanno in discoteca, scendendo di categoria c’è la pizzeria, il pub, il McDonald. Noi, dall’alto della nostra bassezza, ogni Martedì sera siamo di scena al tristissimo “Pastaro di Quarto”, un fornaccio orrendo della zona industriale dove il barista vive ancora dei fasti degli anni ’20 (non avendoli vissuti ovviamente, ma questo non è importante), i puttanieri che ci mangiano dentro hanno il GPS con le albanesi dei viali, e i carabinieri che si fermano durante la ronda ascoltano tutti questi bei discorsi ammirati, giusto per avere 50 cent. di sconto sui bomboloni.

“Mi è venuta un’idea, scusate. Maaaa… se facessimo un torneo a casa mia?”

Marco ha un campetto regolare in giardino che farebbe invidia a Dan Bilzerian. Noi abbiamo avuto una stagione dove le avremmo prese anche da una rappresentativa parrocchiale, perdendo delle partite per dei giochi da 4 allo scadere – fa malissimo -, chiudendo il girone di ritorno con un onestissimo 3-12. L’ultima cosa che vorrei è darmi ancora da fare per questo sport crudele, sul momento non ne ho mezza, s’incazza. Ma il basket è una sanguisuga, ti colpisce e ti toglie anche le ultime energie. Preferirei la cura Ludovico, però ci tengo un sacco, è un mio amico. “Va bene”.

 

Organizzare un torneo, partendo da zero. Troviamo un nome carino (“Il Quarto di campo”, visto che si gioca a Quarto Inferiore), Marco pubblica l’evento su Facebook e mobilita morosa e famiglia per cercare di fare le cose al meglio. Noi dello staff siamo in 5, creiamo un gruppo whatsapp per aggiornarci continuativamente, è inizio Maggio e il 3 vs 3 sarà un mese dopo, abbiamo il compito di spargere il verbo ovunque fra amici, conoscenti, facebook. Passa una settimana, squadre iscritte: 0. Marco ha già preso 80 maglie e medita un tuffo senza ritorno nel lungo Reno, ci chiediamo tutti, a turno, se ne vale davvero la pena. Cito Bob Dylan: “la risposta soffia nel vento”, e faccio un rutto.

Organizzare un torneo vuole dire gasarsi, per ogni piccola cosa. Dopo una decina di giorni un impavido rompe il ghiaccio, abbiamo la prima squadra iscritta! Arrivano la seconda, la terza e la quarta in rapida successione, ci ritroviamo per un summit al Pastaro, siamo più carichi di un kamikaze sulla Ryanair. Un nostro amico si offre di metterci musica, casse e consolle, nel frattempo arrivano le maglie con logo davanti e dietro, sono stupende. Vengono decisi i premi: vicino al campetto viene allestito un gazebo che fungerà da bar, mentre la rete, messa un paio di metri dopo il canestro, impedirà alla palla di cadere nel fiume. L’unica incognita è il tempo, per il resto ci siamo. Ci siamo sul serio.

Organizzare un torneo vuol dire incazzarsi, soprattutto. Gli ultimi giorni sono quelli più duri, tutti chiedono informazioni e rompono le scatole, ci sono quei 5 minuti che vorresti avere l’autocontrollo di Breivik. Riusciamo per magia ad arrivare a 20 squadre, è un miraggio: diventano 19, 18, 17 per infortuni, problemi di lavoro, viaggi (!?) e gente che si scorda di dover giocare (?!?!?). In tutto questo, estratti i gironi, almeno una decina di queste chiedono di essere spostate da un giorno all’altro. Il cellulare è più rovente di Christy Mack, in qualche modo riusciamo a far quadrare il cerchio (Girone A-B il Martedì, C-D il Mercoledì, fase finale Giovedì), per non costringere nessuno a venire tre giorni di fila. Persino noi dello staff faremo il torneo pagando la quota d’iscrizione, in nome della democrazia. Che sfigati.

Dopo aver rivalutato – e perso – la fiducia nel genere umano, ci troviamo a mettere a punto le ultimissime cose un’oretta prima del via: la posizione delle casse, il megafono; definiamo i punteggi, le regole. Ad ogni torneo c’è sempre una Royal Rumble con due ciccioni alla Big Show che si danno di panza e scorregge sotto canestro, conveniamo che ci si debba autoarbitrare con un ‘controllore’ a dirigere il traffico ed eventuali contestazioni. Comincia ad arrivare gente, il padrone di casa è più eccitato di un fuorisede alla prima sbronza. Aspettiamo che ci siano tutti, finalmente si inizia: guardo i primi 3-4 canestri, penso “cazzo, c’è quasi del basket”, vedo gente mai vista prima d’ora che si sbatte dei 5. Molti sono nostri amici, ma c’è persino qualche nome noto anche fuori Bologna: penso a Maccaferri (A2 Imola) o a Negri e Guazzaloca (panchinari in Virtus), giusto per citarne qualcuno. Ci dobbiamo muovere in continuazione per gestire il tutto fra gioco, bar e arbitraggio, o rispondere a chi ha ancora bisogno. Cala il sipario, “torneo da 10”, “serata super”. Porca troia, è una figata pazzesca.

 

Stasera c’è la fase finale, notoriamente ho nel sangue il pessimismo di Leopardi e il realismo alcolico di Bukowski. In questo momento, ho la stessa tranquillità di Forrest Gump sulla panchina, seduto a raccontare i fattacci suoi. Questo è lo spirito giusto: non vinceremo mai, non so quanta gente verrà (spero tanta…), ma ci divertiremo tutti. Se proprio verrà a piovere, prenderò uno shampoo e ci faremo la doccia.