Quasi 29 anni di vita che si possono riassumere in una sola parola: sinfonia.
Momenti storici intervallati a momenti drammatici, algidi, trionfali. Una sinfonia meravigliosa che abbagliava dando la sensazione di non potersi interrompere mai. Invece, purtroppo, fu interrotta da uno schianto.

 

“Mi sfidava, mi insultava in quattro lingue. Adoravo giocare contro di lui. Per me è il miglior tiratore che abbia mai visto” – Reggie Miller

 

Nacque a Šibenik nel 1964 e sin da piccolo mise in mostra una coordinazione sbalorditiva e un’imbarazzante capacità di fare canestro. Il talento è un dono di natura, ma probabilmente nessuno più di lui ha lavorato, malleato, migliorato giorno dopo giorno quel talento. Drazen si svegliava tutte le mattine all’alba per una sessione di cinquecento tiri da sette metri (il tiro da 3 non c’era ancora) prima di andare a scuola.

A 15 anni comincia la sua carriera da professionista nel Sibenik, a 16 anni è già titolare e a 18 anni ancora da compiere trascina la sua squadra alla finale di Coppa Korac persa contro il Limoges.

 

Passa al Cibona Zagabria nel 1984, squadra in cui milita suo fratello Aza: scudetto al primo anno e 112 punti dicasi 112 punti in una partita contro l’Olimpia Lubiana. 43.3 punti di media in campionato, 2 Coppe dei Campioni nelle due stagioni successive, 4 scudetti, 1 European Cup, colleziona titoli di Mvp come Mike Bongiorno Telegatti. Gioca a basket, parla di basket, guarda solo basket: è un amore maniacale.

Viene ingaggiato per una cifra stratosferica al Real Madrid dove, ovviamente, continua a dominare ogni singolo minuto sul parquet.

1989, è l’anno di Caserta. Ha una super squadra guidata da Franco Marcelletti ed arriva in finale di Korac trascinata da quel mostro sacro che risponde al nome di Oscar Schmidt. Caserta in finale segna 113 punti, non può perdere. Oscar è immarcabile mettendo a referto 44 punti e la tripla che porta la partita al supplementare, Nando Gentile 32 punti è commovente e poi c’è un grande Sandro Dell’Agnello con 20 punti. Di là c’è il Real Madrid, ma soprattutto Drazen Petrovic che eleva il suo gioco a livelli stellari segnando 62 punti. E’ una della più belle partite nella storia di questo sport.

Il duello Oscar-Drazen è epico, però, finisce con un vincitore chiaro. Se il finale dei regolamentari era stato territorio di Oscar, che conclude anzitempo la sua partita fermato dai 5 falli, l’overtime ha un solo padrone: Drazen Petrovic. Il Diavolo venuto dalla costa di Levante dell’Adriatico colpisce da 3, realizza in faccia a Glouchkov, semina i raddoppi dell’alchimista Marcelletti con un jumper dai 4 metri, danza con una perfetta piroetta chiusa col semigancio nel cuore dell’area casertana e seppellisce la strenua resistenza della Juve penetrando a sinistra ed appoggiando al vetro di destro in controtempo il canestro del 117-113 finale. Il Real si porta a casa la Coppa delle Coppe più strepitosa di sempre, Petrovic scrive col fuoco il numero 62 sul referto rosa della partita. Ha segnato il 53% dei punti della sua squadra, 11 sui 15 totali nell’overtime.

 

L’approdo, logico, nella NBA.

Sappiamo tutti che l’inizio della sua avventura americana è stato molto complicato. A Portland non gioca mai. La NBA lo ha subito castigato in fondo alla panchina. A Portland soffre, ma non demorde. Più non gioca, più si allena. E’ una NBA diametralmente opposta a quella di oggi: i giocatori europei non avevano ancora infranto quella barriera culturale, di gioco, e nella mentalità americana. Arriva quindi il passaggio ai Nets e l’attesa esplosione. Gli americani cominciano a capire chi hanno di fronte. Tutti tranne un certo Vernon Maxwell degli Houston Rockets che si lascia scappare, con una massiccia dose di spocchia: “Deve ancora nascere un bianco europeo in grado di farmi le scarpe”. Petrović gliene rifila 44.

A New Jersey chiude le stagioni a oltre 20 punti di media ed ha una personalità talmente forte ed eccezionale che per lui sfidare Michael Jordan, Isiah Thomas o Magic Johnson è come giocare contro chiunque altro. E’ stato il predecessore dell’invasione dei giocatori europei in NBA, ha spalancato le porte ai giocatori provenienti da paesi extra USA.

A destra Drazen, a sinistra papà Dell Curry col piccolo Stephen.

Sarebbe stato pronto per andare in una franchigia da titolo e nell’estate del ’93 mezza NBA avrebbe fatto carte false per averlo. Ma purtroppo non sapremo mai se sarebbe davvero approdato in un team da titolo, se avrebbe conquistato l’anello, se la sua esplosione tra i giocatori più forti del pianeta sarebbe stata definitiva.

La nazionale jugoslava di quegli anni è stata la miglior compagine europea mai vista, Kukoc, Divac, Paspalj, Dino Radja, Danilovic, Zdovc, solo per citare alcuni nomi. Agli Europei del 1989 in casa, la Jugoslavia stravince con la siga in bocca: giocano una pallacanestro celestiale, veloce, tecnica, raffinata. Petrovic ovviamente è il direttore d’orchestra. Vincono tutte le partite con almeno 20 punti di scarto e Drazen è nominato miglior giocatore del torneo.

Petrovic e Divac sono grandissimi amici nonostante le radici slave differenti. Drazen era croato e Vlade serbo. Del resto ogni giocatore della nazionale proveniva da regioni e religioni diverse e fino a quel momento l’unica cosa che importava ai giocatori era giocare a basket, non la provenienza.

Arrivano i mondiali a Buenos Aires del ’90: ci sono gli Stati Uniti senza le stelle, ma la musica non cambia. La Jugoslavia stradomina anche il mondiale ed è campione del mondo.

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Ma la Jugoslavia come nazione di fatto non esiste già più: è iniziata una delle guerre più sanguinose e al tempo stesso assurde della storia. Durante la premiazione un tifoso entra in campo nel tentativo di porgere una bandiera croata: Divac gliela strappa di mano. Quello che parrebbe un gesto brutale è in realtà un gesto per difendere un trionfo di tutti. Il gesto viene strumentalizzato e desta grande scalpore in patria. Divac viene attaccato ferocemente dalla stampa croata e dalle forze governative. Ma il fatto più grave è che da quel momento l’amicizia tra Divac e Petrovic si spezza. Non sarà mai come prima.

A questo lascio spazio ad un documentario semplicemente straordinario, che racconta in maniera commovente l’amicizia tra Petrovic e Divac, in cui lo stesso Vlade ha voluto omaggiare l’amico andando a riabbracciare la sua famiglia portando un fiore sulla sua tomba: “Once Brothers”.

 

“Non sono jugoslavo. Sono croato” – Drazen Petrovic

 

Da quel momento Petrovic diventa il simbolo della nazionale croata e la trascina sino all’argento olimpico di Barcellona nel ‘92. 

MJ

L’attaccamento di Drazen alla maglia della Croazia è tale che l’anno dopo, nell’estate del 1993, appena finita la stagione NBA rientra subito in patria per giocare le qualificazioni agli Europei. Dopo una partita vinta in Polonia, la squadra viaggia in aereo per tornare in Croazia, ma Drazen preferisce tornare in auto con la sua fidanzata, Klara Szalantzy (oggi moglie del calciatore Oliver Bierhoff). Mentre attraversano la Baviera in autostrada, nei pressi di Denkendorf, a causa del maltempo, un tir sbanda invadendo la carreggiata. La Golf guidata da Klara, con a bordo Drazen e un’amica, lo centra in pieno. Le due ragazze si salvano, Drazen no. E’ il 7 giugno del 1993.

schianto

Al destino infame si aggiunge la crudeltà del fatto che i tedeschi non avevano una bara così grande da contenere un uomo della sua stazza e si accaniscono sul suo corpo pur di farlo entrare all’interno. Vrankovic, 218 cm, suo compagno di squadra in Nazionale, quando vede questa scena, cerca di uccidere i funzionari tedeschi a mani nude.

Cos’abbia rappresentato Petrovic nel mondo del basket, ma soprattutto per il suo paese, è riassunto nella parole di un bambino croato. La mamma di Drazen si trovava al cimitero per far visita alla tomba del figlio quando le si avvicina un ragazzino per nulla intimidito: “Signora, forse lei lo ha cresciuto. Ma lui è nostro, è di tutti noi”. 

Il 7 giugno è ancora oggi lutto nazionale in Croazia. 

 

Il Mozart dei Canestri ha lasciato anche in Italia un indelebile ricordo, raccontato alla perfezione da Sergio Tavcar.

 

“Poco prima della sua morte, amichevole a Trieste fra Croazia e Italia. Petrovic sbaglia tiri che di solito mette con percentuali clamorose, ma non si scoraggia e continua a tirare. E a sbagliare. Durante un time out invece di ascoltare l’allenatore va sotto il canestro e lo osserva con attenzione. ‘Arbitro, il ferro è spostato di qualche centimetro. Va messo a posto!’. Viene fatta la misurazione ed in effetti il ferro non è ben posizionato. L’aneddoto si conclude con Drazen che nel canestro sistemato inizia a segnare senza fermarsi più”. 

 

Un talento naturale che non si è mai accontentato di ciò che madre natura gli ha donato. Ha lavorato più di tutti, ha sacrificato la sua vita per allenarsi giorno e notte, sia quando era un bambino e non era nessuno, sia quando ha dominato la pallacanestro mondiale per almeno un paio di decenni. Il prodotto di un mix straordinario di magia, dedizione, ossessione per il risultato.

Gli uomini muoiono, i miti restano. Per sempre.

 

di Raffaele Ferraro