L’ex Jugoslavia mi affascina un sacco, ne parlavo ieri sera con un mio amico. Tanto per cominciare, sull’autostrada poco dopo la dogana, gli sloveni hanno messo un simpatico e rivoluzionario distributore di birre. Dieci anni fa ti ritrovavi per le strade croate tanti ragazzi mutilati per colpa della guerra, al giorno d’oggi posti come Pag, Spalato o Dubrovnik sono gettonatissimi per le vacanze. Poi, il basket. Le squadre, la passione, le storie, un insieme di cose che raggiunge l’apice in “Once Brothers”, il documentario che parla dell’amicizia fra Vlade Divac e Drazen Petrovic. Che l’abbiate visto o meno, guardatevelo due o tre volte al mese. Commuovetevi.

Borislav Stankovic è uno che la guerra l’ha vista, a proposito, anche perché se nasci in Bosnia nel ’25 dopo un po’ capisci che non rimarrai sull’amaca a pascolare a vita, come Gaucci a Santo Domingo. I russi gli uccisero il padre vent’anni dopo, “Bora” si laurea in veterinaria e nel frattempo gioca, pure bene: campione della YUBA fra il 1946 e il 1948, in un’epoca dove non solo non c’era il tiro da 3, ma forse avevano appena cominciato a capire che sotto al cesto era meglio farci un buco, piuttosto che prendere la scala come faceva James Naismith. Gioca ancora qualche annetto, fa parte della spedizione slava ai Mondiali in Argentina del 1950, prima di allenare l’OKK Belgrado per un decennio, fino al 1963: non male come palmarés, assolutamente… considerando che, alle 5 del mattino del lunedì, questo era con il grembiule a mettere i timbri sugli arrosti. Faceva l’ispettore della carne, il buon Stankovic. Anche Tinto Brass. Ma questo è un altro discorso.

 

In un contesto sportivo che pareva avere gli stessi margini di evoluzione della giustizia italiana, “Bora” diventa col tempo una figura cardine della pallacanestro europea. Stufatosi del macello approda in Italia, attratto dalle sirene (e dalle banconote) canturine: con lui in panchina nel ’68, l’Oransoda di Bob Burgess, Capitan “Tonino” Frigerio e Charlie Recalcati conquista il primo, storico titolo italiano della sua storia, superando in volata la neopromossa Napoli e la Virtus Bologna. Smette i panni del Coach l’anno dopo, lo chiama tale Renato William Jones. Sembra una barzelletta. Sticazzi.

 

Renatone è a capo della FIBA, e vuole il nostro Borislav come consigliere. La ‘A’ di FIBA, per chi non lo sapesse, sta per ‘Amateur’: sul fatto che di soldi ne girassero pochi non c’erano dubbi, ma ai tempi dei Doobie Brothers il basket si stava finalmente espandendo. Nel 1974 il Capo manda l’ex ispettore dall’altro lato dello stagno, a prendere appunti: ci mette una mezz’ora abbondante per gli hamburger, non per mangiarli eh, per ordinarli. S’innamora dell’NBA e di Bill Walton, però. E’ un altro sport.

“Capo, questi sono fortissimi. Perché non giocano in Nazionale? Certo, sono gli States, vincono comunque… ma devono continuare a presentarsi con dei militari che non sanno palleggiare? Che senso ha?”

Renatone, da buon italiano, prima di dar ragione a qualcuno piuttosto offrirebbe una cena di pesce. Non gli risponde direttamente, si limita a fare quello che, semplicemente, deve: toglie la clausola che ammette solo atleti dilettantistici alle competizioni internazionali. Rinnega la ‘A’ di ‘Amateur’, per l’appunto: l’idea di Stankovic era che la pallacanestro non sarebbe mai esplosa se gli americani, con tutto quel talento a disposizione, non avessero fatto vedere al mondo come si faceva a giocare davvero. Perché ha un suo fascino tifare per dei soldati allo sbaraglio in stile Sturmtruppen, come accadde ai Mondiali di Rio de Janeiro, nel ’63. Ma non è più accattivante di una qualsiasi conferenza stampa di Charles Barkley a Barcellona ’92. Almeno credo.

A Borislav Stankovic dobbiamo un Dream Team, fondamentalmente, e di conseguenza tutto ciò che è venuto da lì in avanti, compreso Spagna 2014. Dal macello alle stelle. Se mai tornerò a varcare il confine lo farò con una palla da basket, per forza. Dopo aver fatto scorta di birra Lasko a quelle fottute macchinette.