No ragazzi… scherzavo, la smetto. Non sto cercando di emulare Paolo Bitta, e ai Pooh ho sempre preferito la PFM. Pensateci, però: quante volte diciamo questa frase in una giornata? Quando la sveglia ci sveglia, prima di venire a tavola, ci scusiamo al telefono con il capo o la morosa per il traffico in tangenziale perché siamo sempre, costantemente in ritardo. “Un soffio di fiato” (e di che cosa, poi?) ce lo mettono gli arbitri con il loro fischietto. Perché lo chiamano gli allenatori, preoccupati e incazzati, nella ricerca di un rimedio per qualcosa di orrendo che hanno appena visto in campo, senza considerare che i giocatori ascolteranno a malapena il 13% scarso di quello che dicono. Il minuto è uno degli aspetti più affascinanti della pallacanestro. Per un minuto, la storia racconta di successi e tragedie sportive non indifferenti.

 

FAB FIVE, BAD CALL – Partiamo dalla chicca per eccellenza: Finali NCAA, 1993. Si affrontano i Tar Heels di North Carolina e i Wolverines di Michigan, reduci dalla bruciante sconfitta dell’anno prima nonostante schierassero già allora i temutissimi Fab Five: Jimmy King (famoso in futuro per le sue sobrie serate venezuelane), Ray Jackson, Jalen Rose, l’immortale Juwan Howard e Chris Webber. Sul +2 a 19’’ dalla fine, UNC sbaglia un libero ed è proprio Webber a tirare giù il rimbalzo: avrebbe Rose libero ma non la passa, rischia i passi, spaesatissimo corre come un camionista in preda i bisogni impellenti, alla ricerca di un autogrill. S’infila in un angolo, viene raddoppiato, chiama time-out… la verità, Chris? Son finiti.

I Tar Heels faranno 4/4 dalla lunetta e vinceranno 77-71, ovviamente questo sarà il punto più alto della carriera di C-Webb di cui sono onorato, onoratissimo di avere la maglia. Barkley, Webber, Carter, Karl Malone. Mi ha sempre affascinato la gente che non ha mai vinto un cazzo, come me.

 

CROCE & DELIZIA: WILL & MIKE – Per un americano venire a giocare qui è uno psicodramma. Non mettiamo la salsa Alfredo sulla pasta, abbiamo dei centri storici (!), ci sono delle regole diverse. “Cosa me ne frega?” E’ quello che ha pensato Will Conroy, ad esempio, quando gli hanno detto che in centro a Bologna non si poteva parcheggiare e che qualche mese prima, sempre nel 2007, la Virtus aveva giocato la finale scudetto. La squadra del patron Sabatini era stata smantellata per l’ennesima volta: erano rimasti gli italiani, e il quintetto poggiava sulle solide spalle del Trio Medusa Conroy-Spencer-Holland. Il play, in realtà, ci mette abbastanza poco  a farsi riconoscere: la sua specialità diventa quella di chiamare time-out dalla rimessa, a partire da un -20 subito a Pesaro, con una frequenza impressionante. La gag è una novità assoluta per la serie A, Conroy vive di rendita per un paio di mesi prima di andare da Caja a Milano dove, se possibile, finisce anche peggio. Ancora oggi, WC (un perfetto acronimo) è oggetto di culto e sbeffeggiamento da parte di tutti i tifosi bolognesi.

Ci spostiamo 70Km più a est, a Ravenna, dove lo scorso Marzo Mike Singletary è stato protagonista del classico “rovescio della medaglia”. A-Silver, si affrontano la neopromossa Acmar e l’Assigeco Casalpusterlengo in un match chiave per l’accesso ai play-off. Ospiti a +2, Ricci sbaglia il secondo libero, palla al coloured che, sapendo cosa fare, chiama timeout. Ne aveva ancora uno, volendo. Lasciamo stare.

 

NBA STYLE – Giudicare un allenatore dai propri time-out sarebbe molto riduttivo e privo di senso. Anche se mi sarei alzato in piedi ad applaudire David Blatt quando, prima delle finali al Forum, ho visto il Maccabi eseguire il pick & roll al posto della normale ruota, come riscaldamento. Ad altissimi livelli, i particolari fanno la differenza: parlando di NBA il pensiero va a due geni della panchina, Gregg Popovich e Doc Rivers.

Il Coach di San Antonio è famoso per fermare la partita già dalle prime 5-6 azioni, in caso di parziale avversario. Lavata di capo da 20’’, spesso contro Parker o Duncan, da lì in poi solitamente gli Spurs girano il match in scioltezza. Quando la partita è in ghiaccio capita a volte che Popovich ammutolisca, lasciando parole e confronto libero fra i giocatori. In una gara di pre-season, con pochi secondi da giocare, è stato Ginobili a prendere in mano la lavagnetta: un semplice blocco cieco ha portato alla bomba di Neal, e la vittoria sui Los Angeles Clippers.

Rivers si riconosce subito, perché chiama “minuto” scattando verso gli arbitri con la velocità di un nonno che sta perdendo l’autobus. Il Doc, solido playmaker in gioventù, è il migliore sulla piazza per gli schemi da ultimo tiro: certo, avere avuto un esecutore come Ray Allen ha aiutato tantissimo. Ma i suoi Boston Celtics erano praticamente imbattibili, quando c’era da risolvere un finale in volata.

Chiudiamo la carrellata con il curioso caso di Jason Kidd, colpito a freddo da Tayshawn Taylor nell’ultimo Nets – Lakers. L’ex giocatore dei Mavs, sotto di 2 e senza time-out a pochi secondi dalla fine, si è fatto rovesciare addosso un bicchiere di birra, in modo da fermare il tempo e parlare con i suoi. Nulla di fatto, ovviamente. Quanto basta per confermarlo, una volta ancora, un genio del gioco.

 

UN SALTO, UN FALLO CON LA PALLA LI’ – La regola non scritta che riguarda i time-out è che la soglia dell’attenzione dei giocatori è direttamente proporzionale alla categoria di cui fanno parte. In prima, seconda, CSI o UISP non ci si prova nemmeno: per l’ “atleta” che scende in panca l’unica preoccupazione è sedersi, e trovare una borraccia d’acqua qualsiasi. Ci sono due variabili, non di più, che possono condizionare il grado d’interesse della sospensione: il momento della partita, perché la tensione dell’ultimo quarto è uguale per tutti, e la vostra prestazione in campo, perché anche il più calpestato dei fantocci si metterà a gridarvi in faccia su un -30.

Ecco, a proposito di figuracce. Il simbolo dell’imbarazzante spedizione italiana agli Europei in Lituania, nel 2011, è stato senza dubbio il time-out di Coach Pianigiani nella sfida contro Israele. Sul 57-43 per gli altri a fine 3° quarto, “Facciamo a cazzotti, almeno!” riecheggia tuttora nella mente di Carraretto e negli spogliatoi delle Minors.

In conclusione, il minuto è ciò che permette all’allenatore di esprimersi, ai giocatori di bere e rifiatare, agli arbitri di consultarsi dove andare a mangiare subito dopo e al pubblico, se non è troppo teso, di farsi i cavolacci propri. Ma soprattutto, è il momento migliore per il dirigente accompagnatore di provarci con la bionda del tavolo. Ricevendo più due di picche di Doyle Brunson e Johnny Chan.