Quest’anno, con la squadra di serie D in cui gioco, ci alleniamo il giovedì sera e giochiamo le partite interne il venerdì sera. Tradotto: partite di Eurolega da vedere in diretta ridotte al minimo.

No.

Tradotto: si dorme qualche ora in meno, si guardano le partite in differita. Sempre sia lodato l’on demand di Euroleague Tv.

Eccomi qua, quindi, a dirvi la mia su quanto ho visto nelle nottate degli ultimi due mesi e mezzo. Enjoy! (cit.)

 

“QUANDO I PADRONI SONO DUE, ALLORA UNO E’ DI TROPPO”

Dice Silvanito in “Per un pugno di dollari”.

Figuriamoci quando i padroni sono più di due.

Gli stenti di quel Real che nelle ultime tre stagioni, nel bene e nel male, è stato il metro di paragone per le ambizioni di tutte le grandi ha aperto ad una Eurolega in cui è davvero difficile indicare una favorita numero uno.

I freddi numeri direbbero Cska. Una sola sconfitta (in casa contro Malaga), miglior attacco con ampio margine (91,1 punti a partita, l’Efes 2° ne segna 5 in meno), 1° nella percentuale da 2 (58%), 2° in quella da 3 (42,7%, solo l’Efes con un 46,7% da fantascienza fa meglio) e il tutto con Khryapa in campo per 6 minuti complessivi e Freeland, il colpo grosso del mercato estivo, per soli 36. Aggiungiamoci gli infortuni di Fridzon e Jackson e si capisce bene come i moscoviti, potenzialmente, avrebbero pure discreti margini di miglioramento. D’altro canto, Teodosic e soprattutto De Colo stanno giocando a livello fantascientifici. Il francese è attualmente l’arma più devastante su un campo di basket europeo a livello offensivo. Toglie l’incombenza di costruire gioco a Teodosic, ha messo su un tiro da 3 affidabile (eccome: 44% finora…), gioca divinamente il pick and roll. È bravo anche a fare la cioccolata calda, dice Tony Parker.

I dubbi intorno al Cska sono due:

  • Valutazioni da calibrare sul fatto che il girone non fosse proprio impossibile.
  • Come riusciranno a buttare la coppa nel cesso quest’anno?

È cresciuto strada facendo il Fenerbahce. I tanti acciacchi (solo Antic, Datome, Dixon, Kalinic e Vesely hanno giocato tutte le 10 partite di Eurolega) hanno frenato la ricerca degli equilibri interni, portando al clamoroso -21 di Strasburgo e a un paio di sconfitte in patria che sembravano già iniziare a far storcere il naso. Poi però Obradovic ha trovato la quadratura e i turchi non hanno più sbagliato nulla (al netto della sconfitta a Madrid contro un Real con le spalle al muro). Sotto hanno forza d’urto terrificante con Udoh e Vesely, con Kalinic da 3 sono impenetrabili in area, con Datome più pericolosi in attacco, il dubbio resta sulla consistenza di Dixon, ottimo giocatore di pick and roll ma non uno che possa tenere le redini di una squadra che punta al bersaglio grosso. In tal senso, vedremo col rientro di Hickman a pieno regime.

Pancia piena? Stanchezza post-Europeo dei big? Sta di fatto che il Real l’ha rischiata eccome nel “girone della morte”, quello A vinto dal Fener. Quando all’8° giornata, con un record di 2 vinte e 5 perse, un terrificante primo quarto di Gigi Datome spingeva il Fenerbahce sul 28-16 al Barclaycard Center lo spettro dell’eliminazione ero molto molto poco “spettro”.

Per lunghi tratti della prima fase, il Real ha duellato con Sassari per lo scettro di peggior retroguardia dell’intera Eurolega. Negli anni passati, i blancos stritolavano le avversarie con una difesa mortale che sprigionava la transizione dei vari Llull, Rodriguez e Fernandez. Non è un caso che il Real abbia spesso girato le partite con in campo il “mastino” Jeffrey Taylor in campo. Con lo svedese (all’esordio in Europa) sul parquet, i madridisti concedono 91,9 punti ogni 100 possessi. Senza, 116,7. L’impressione, comunque, è che il Real abbia scherzato col fuoco rischiando di bruciarsi, un po’ come la Spagna a Eurobasket. Il finale sarà lo stesso?

Chi sicuramente non ha deluso è l’Olympiacos. È impressionate la capacità dei biancorossi di trovare sempre nuove risorse, nonostante gli infortuni che hanno martoriato la squadra. Con Spanoulis in campo solo in 6 partite e con le peggiori cifre in carriera (9,3 punti di media, prima volta sotto la doppia cifra, col 25% da 2 e il 24% da 3) e un Patric Young cui è saltato il crociato mentre si stava attestando come un Top5 tra i centri in Europa, è salito ulteriormente di livello Printezis e volta per volta sono emersi protagonisti nuovi: chissà se a Milano ricordano Athinaiou o se a Bologna rimpiangono Strawberry…

 

DO THE LOKO-MOTION

La vittoria di venerdì contro il Barcellona (su cui non mi sbilancio, li ho visti troppo poco giocare) ha suggellato l’incredibile prima fase del Lokomotiv Kuban, la grande sorpresa della prima fase. Presentando la stagione avevo detto che sarebbero stati vicini al massimo livello, ma non ero convinto potessero avere davvero questo impatto. Sarà che c’è coach Bartzokas, ma il Loko ricorda troppo l’Olympiacos della doppietta europea:

  • Difesa che ti fa sputare sangue (68,3 punti concessi a partita; indovinate chi è la seconda…);
  • Nervi saldi nei finali in volata (4 partite su 8 vinte con 6 o meno punti di distacco);
  • Chiavi della squadra in mano a Malcolm Delaney. L’ex Bayern, giocatore del mese di ottobre, non è certo Spanoulis, ma dal palleggio sa inventare sempre qualcosa per sé o per i compagni, che sia armare la mano di Broekhoff dall’arco o mettere in ritmo Claver e Singleton.

Con un Anthony Randolph in più nel motore (solo 3 partite giocate) e un girone di Top 16 in cui dietro al Fenerbahce può succedere di tutto, per i russi la prima qualificazione ai quarti della propria storia non è per niente utopica.

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L’altra sorpresa si chiama Laboral Kutxa Vitoria. Coach Perasovic poteva bastare come garanzia di bel basket, ma che i baschi potessero giocare la pallacanestro più divertente d’Europa forse se lo aspettavano in pochi. Il Baskonia gioca a ritmi infernali (81 possessi di media, l’Efes 2° ne gioca 77) grazie al dominio a rimbalzo (1° con 38,3 a partita) che produce il 3° attacco dell’intera Eurolega (85,3 punti a partita). È rinato persino un Bourousis cui Laso preferiva pure il fratello di Nocioni: quasi doppia-doppia di media (15,0 punti, 9,6 rimbalzi). Finalmente.

La mancata qualificazione del Bayern nel gruppo A poteva anche starci, anche perché arrivata allo spareggio di Belgrado in mezzo alle belve del Pionir. E se Jaycee Carroll non avesse pescato questo coniglio…

L’eliminazione più imprevista è stata ovviamente quella del Maccabi, per la prima volta in quindici anni fuori al primo turno. Male Jordan Farmar, lontano parente della sua ultima versione europea, sbagliata la scelta di Vitor Faverani, ci hanno provato solo Rochestie e Smith a tenere su la baracca, ma i maccabei sono sembrati troppo spesso sterili in attacco e molli in difesa. E pensare che, dopo essere partiti 1-6 con Goodes a casa e Tabak messo sulla panchina in fretta e furia, il Maccabi aveva pure ripreso il suo destino in mano sbancando Sassari e stritolando Bamberg. E quell’ultimo minuto a Darussafaka, checché se ne dica, per me è comunque un capolavoro di lucidità.

L’Eurolega ora pensa di cambiare il regolamento in modo che in futuro, in casi analoghi, per la classifica avulsa valga solo il risultato al 40’ e non agli eventuali supplementari. Mah.

 

MANI IN FUGA

Per la prima volta da quando c’è la moderna Eurolega, l’Italia non porta nessuna squadra alle Top 16. Sorprende ma anche no. Che Sassari non fosse all’altezza della situazione lo avevo già evidenziato tre mesi fa: squadra troppo leggera e con poca esperienza contro volpi come lo Zalgiris (“arriviamo ai quarti”, aveva detto il presidente a inizio stagione, ricordiamolo…) e Malaga (sempre alle Top 16 dal 2005 a oggi #MalagaEsDeEuroliga). Scoperchiato il vaso dei problemi con la cacciata di Sacchetti tutto è diventato più chiaro: ovvero che non tutto era chiaro in Sardegna.

Milano troppo Gentile-dipendente? Milano meglio senza Gentile? Milano è una squadra più debole senza Gentile, c’è poco da fare. Semplicemente perché se togli alla tua squadra il giocatore più talentuoso sei per forza di cosa più debole. Il figlio di Nando è capocannoniere della competizione, l’unico giocatore sopra i 20 di media. Ma l’EA7 con lui ne ha vinta una e perse 5, senza ne ha vinte 2 e perse altrettante. Con lui, l’Olimpia segna 103,3 punti ogni 100 possessi e ne prende 113,0. Senza, ne stampa 99,7 e ne subisce 104,6. Milano è semplicemente diversa senza Gentile e non può essere altrimenti quando hai in campo un giocatore così condizionante.

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A tenere alto il Tricolore ci hanno pensato le nostre “mani in fuga”. Alzi la mano chi si immaginava Nemanja Bjelica reincarnato in Niccolò Melli. La sua esplosione è stata abbacinante e la palma di Giocatore del mese di novembre la logica conseguenza. Senza le pressioni e un ruolo da 3&D che a Milano evidentemente non gli calzava, Melli sta giocando con una tranquillità e una sicurezza nei propri mezzi terrificanti. Un dato è eloquente. Nelle 9 partite disputate, il lungo azzurro ha smazzato 29 assist in totale (3 di media, 10 in quella partita meravigliosa contro il Maccabi). Nelle 24 della passata stagione europea il totale era stato di appena 18 (0,7 a partita). Meriti al Trinka che ci ha creduto (“sarà la sua annata”, aveva detto in estate) e il Brose è volato alle Top 16 e comanda in Bundesliga.

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C’era curiosità per capire, invece, come si sarebbe calato Gigi Datome, di ritorno dall’America, nella sua prima esperienza europea di alto livello al Fenerbahce. E la risposta è stata molto positiva finora. Obradovic gli ha preferito Kalinic in quintetto nelle prime quattro giornate, anche perché Gigi veniva dall’infortunio patito a Eurobasket. Ma ben presto il santone serbo si è ricreduto, affidandosi spesso al capitano azzurro. Il tiro sta andando dentro un po’ a intermittenza, ma bene così.

E se curiosità c’era intorno a Datome, figuriamoci intorno ad Daniel Hackett al Pireo. Anche in questo caso, però, voto ampiamente positivo. Di fatto, l’ex Milano ha preso il posto di Sloukas come vice Spanoulis e anche se le cifre non lo premiano, Daniel ha fatto a pieno il suo. In particolare, si è trovato bene contro l’Efes: la settimana scorsa il season-high a quota 19 punti, nel match di andata i canestri che avevano rimesso in carreggiata l’Oly nel finale.

 

IL NEW DEAL

Se l’annunciato ritiro a fine anno di Diamantidis segnerà un po’ la fine di un’epoca, c’è una nidiata di Under 20 che mai come nel recente passato sembra pronta a prendere presto in mano il futuro del basket europeo.

Il nome sulla bocca di tutti è ovviamente Luka Doncic. E non può essere altrimenti se uno sbarbatello di 16 anni gioca minuti importanti con una maglia pesante come quella del Real. Allo sloveno trapiantato a Madrid riesce tutto con estrema naturalezza: creare dal palleggio, smazzare assist, colpire dall’arco. Imbarazzante. Petrovic alla sua età gigioneggiava in patria al Sibenico, Kukoc ancora non aveva iniziato seriamente a giocare a basket, per intenderci. Per precocità l’unico confronto che regge è quello con Ricky Rubio, ma Doncic ha più tiro da fuori ed è molto più “concreto”.

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L’altro astro nascente è Furkan Korkmaz, guardia del ’97 che già l’anno scorso si era messo in mostra in maglia Efes. Intelligenza tattica fuori dal comune, difensore arcigno, tiratore molto più che affidabile, insieme all’osannatissimo Cedi Osman è una delle punte di diamante della nuova ondata turca. Perché saranno sì piene di soldi, ma stanno lavorando benissimo a livello giovanile. Segnatevi anche il nome Omar Yurtseven, pivot del ’98 del quale si sta occupando Obradovic insieme al playmaker classe ‘96 Berk Ugurlu.

Il sorprendente Cedevita dei marpioni Pullen, White e Bilan ha messo in mostra Marko Arapovic, ala dal talento cristallino, figlio del grande Franjo e super nel match di ritorno contro Milano, ma anche Dzanan Musa, che come Doncic di anni ne avrebbe appena 16. È mancata, per ora, l’esplosione di Vassilis Charalampopoulos, ala del ’97 che nel Pana a corrente alternata di Djordjevic ha fatto fatica a trovare spazio dopo essersi mostrato al mondo coi 14 punti in gara-2 dei quarti di finale della stagione scorsa contro il Cska.

 

Ora tutti pronti per le Top 16, si parte prima di Capodanno. È un’Eurolega da strabuzzare gli occhi.

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